Oggi pubblichiamo la sedicesima puntata del nostro approfondimento sulla storia degli Effetti speciali al cinema, con cui ripercorriamo alcuni dei momenti più memorabili passati per il grande schermo. Questa volta l’obiettivo è puntato sul truccatore Jack Pierce, vero e proprio “creatore” dei mostri più famosi del cinema horror dagli anni ’20 agli anni ’40.

Frankenstein, Dracula, l’Uomo lupo. Tutti mostri che il cinema ha preso in prestito dalla letteratura, dalle leggende e dal folklore popolare trasformandoli in maschere immortali e conosciute in tutto il mondo. Quello però che forse tutto il mondo ignora è che dietro a queste icone cinematografiche, a celarsi non sono tanto grandi registi, sceneggiatori o interpreti, quanto piuttosto un “umile” truccatore. Il suo nome è Jack Pierce, immigrato greco ed ex fantino e giocatore di baseball che, armato solo di cotone collodio (plastica liquida con etere al 24%), cotton fioc e inenarrabili pazienza e dedizione plasmò,  a partire dagli anni ’20, la più ricca e celebre scuderia di personaggi horror dell’immaginario collettivo. Notato dal reparto creativo della Universal nel 1926 per il suo lavoro nel film The Monkey Talks (in cui aveva dato vita a scimmie umanoidi che fanno invidia anche a quelle di John Chambers de Il pianeta delle scimmie del ’68) Pierce fu assunto nel 1928 per The Man Who Laughs (L’uomo che ride), per il quale ideò la “maschera” drammatica e macabra dello sventurato protagonista: un uomo con una paresi che immobilizza la sua faccia in un eterno tiratissimo sorriso e che molti anni dopo ispirò persino la beffarda espressione del Joker di Batman.






La maschera tragica e beffarda “dipinta” da Jack Pierce per Conrad Veidt il protagonista di L’uomo che ride 1928) che ispirò il ghigno del Joker di Batman

Nel 1931 a Jack Pierce fu affidato il compito di plasmare con le sue mani le fattezze niente meno che del vampiro dei vampiri: il conte Dracula. A interpretarlo era Bela Lugosi, con cui nacque subito qualche dissapore e complicanza: l’attore infatti (com’erano soliti gli attori di una volta) aveva la pretesa (comprensibilmente poco congeniale al povero Pierce) di truccarsi almeno in parte da sé. Nonostante ciò, il film fu un enorme successo ai botteghini e inaugurò la serie di film horror prodotti da Universal che di lì in avanti avrebbe affidato proprio alle abili mani di Pierce tutti i suoi mostruosi personaggi.

Mandato giù l’amaro boccone di un mancato riconoscimento pubblico per la creazione del personaggio di Dracula così com’era apparso sul grande schermo, Pierce passò a occuparsi, sempre nel 1931, della sua nuova creatura: Frankenstein. Per questo personaggio Universal decise di osare di più e stupire il pubblico con un “mostro davvero mostruoso”. Detto fatto, Pierce diede vita al Frankenstein che tutti noi conosciamo, allontanandosi anni luce sia dal personaggio descritto da Mary Shelley nel suo romanzo e dai bozzetti propinatigli dal reparto artistico di Universal che raffiguravano una sorta di robot metallico. Questa volta per di più Pierce poté dare sfogo alla propria creatività grazie alla disponibilità della sua nuova “cavia”: l’attore Boris Karloff, che accettò di sottoporsi a estenuanti sessioni di make up (si parla anche di 12 ore continuative e di sedute che iniziavano anche alle 3 della mattina) che nel giro di 3 mesi portarono al risultato finale. Tutti i tratti caratteristici della creatura presero forma proprio durante questa fase, nella quale Pierce non lasciò nulla al caso, consultando libri di medicina, criminologia, elettronica e fotografia. La testa piatta di Frankenstein per esempio era stata pensata da Pierce (che aveva studiato il lavoro dei chirurghi e i metodi delle sepolture in Egitto) come conseguenza di un’operazione approssimativa fatta in fase di assemblaggio: l’inesperto chirurgo avrebbe infatti segato la testa all’estremità per inserire il cervello all’interno nel modo più semplice. Riluttante all’impiego di protesi in plastica Pierce si avvalse anche in questo caso della tecnica del cotone collodio: applicava cioè strati di cotone che poi verniciava con il collodio per creare altri strati e modellandoli infine con i cotton fioc. Un lavoro talmente lungo e faticoso (sia per lui che per il poveretto sotto “i ferri”) che si racconta che Karloff qualche volta decidesse di andare a letto truccato per risparmiarsi la tortura il giorno seguente. Anche i famosi bulloni (che in realtà bulloni non erano!) applicati al collo taurino della creatura furono un’idea di Pierce. Si trattava in realtà di  elettrodi che infondevano l’energia vitale alla creatura e che il truccatore attaccava alla pelle di Karloff con del mastice di cui l’attore portò i segni per tutta la vita. Un lavoro minuzioso e per certi versi estenuante, insomma, che non mancò di dare i suoi frutti: sono in molti a riconoscere che nessuno dopo Jack Pierce abbia saputo creare un mostro così riconoscibile e “iconico”, come testimoniò lo stesso Karloff ammettendo: «Io ero nel costume, ma è Pierce che ha creato l’immagine e l’essenza di Frankenstein».

Jack Pierce realizza sul viso di Boris Karloff la sua maschera più famosa: il Frankenstein con la testa piatta e i bulloni, completamente diverso da quello descritto nel romanzo di Mary Shelley, è entrato nell’immaginario collettivo

Boris Karloff sotto il trucco di Frankenstein per il film del 1931

Il sodalizio di Pierce con Karloff proseguì anche con il film successivo che Universal produsse nel 1932: La Mummia. Capostipite di una lunga serie di seguiti e remake (da ultima la trilogia action-fantasy iniziata nel 1999 con protagonista Brendan Fraser), il film racconta la storia della mummia del sacerdote egizio Imhotep, che torna dal regno dei morti dopo che un archeologo la rievoca inconsapevolmente leggendo una pergamena, e che nel corso di 11 anni prende le sembianze umane di Ardath Bey. Smessa la “maschera” di Frankenstein, Karloff quindi si prestò alle nuove “torture” ideate da Jack Pierce che questa volta lo avvolse in bende di lino (precedentemente cucinate per dare l’effetto invecchiato), nel corso di sessioni che duravano anche 8 ore… Per trasformalo nel vecchissimo Ardath Bey (vedi foto sotto) invece Pierce utilizzò il lattice applicandolo alla pelle di Karloff e ottenendo un risultato che ancora oggi appare stupefacente anche secondo gli esperti del mestiere che lo definiscono “insuperato”.







Boris Karloff “invecchiato” ad arte dal truccatore Jack Pierce per il film La mummia (1932)

Negli anni seguenti Karloff e Pierce (che furono legati da stima reciproca per tutta la vita), lavorarono insieme anche in Old Dark House (1932), The Raven (1935), La moglie di Frankenstein (1935 –, per il quale il truccatore creò un look davvero originale facendo somigliare Elsa Lanchester alla regina egizia Nefertiti), Il raggio invisibile (1936) e Il figlio di Frankenstein (1939), nel quale Karloff appare più vecchio e ingrassato e in cui il suo personaggio mostra alcune modifiche apportate nel tempo da Pierce che si preoccupò però di rimanere sempre piuttosto fedele all’originale del primo film, considerato ad oggi il migliore di tutti. Nel 1942 per Il terrore di Frankenstein Pierce tornò a riproporre l’immagine iniziale della creatura modellandola questa volta sulle fattezze di Lon Chaney Jr., che aveva lavorato con lui anche ne L’uomo lupo del 1941. Chaney però era più insofferente del collega Karloff e tollerava con difficoltà le 10 ore di trucco necessarie a trasformarlo nel licantropo peloso del film (clicca qui per leggere la puntata dedicata a L’uomo lupo. Qui invece trovi il nostro approfondimento sulla recente riedizione in Dvd del film che contiene fra gli extra anche un interessante documentario dedicato proprio al truccatore Jack Pierce).

Il particolare look di Elsa Lanchester nei panni de La moglie di Frankenstein, che ricorda la regina egizia Nefertiti

Come Chaney Jr. anche molti altri attori non tollerarono molto a lungo le “torture artistiche” inflitte da Jack Pierce che fece l’errore di restare legato a tecniche più primitive, senza cedere alle novità nate nel campo, che vedevano affermarsi sempre di più le più agevoli protesi di gomma. Proprio questo fatto fu la principale causa della sua fine professionale. Dopo anni di onorato servizio, infatti, Pierce fu cortesemente accompagnato alla porta da Universal, con la quale il truccatore pare non avesse mai firmato un contratto continuativo. Pierce si ritrovò così a lavorare per la televisione e per film di serie B, cedendo il posto alla nuova generazione di truccatori. Morì nel 1968, all’età di 79 anni, ridotto quasi in povertà e semi emarginato dal mondo dello spettacolo (si dice addirittura che al suo funerale ci furono solo quattro o cinque persone). Una conclusione triste per la gloriosa carriera di un artista che è tutt’oggi preso ad esempio ed è la dichiarata fonte d’ispirazione proprio dei più moderni e all’avanguardia make up artist e al quale Universal dedica un premio che porta il suo nome: il Jack Pierce Lifetime Achievement Award. Un tentativo forse di riscatto per aver lasciato che a guidare tutto fosse ancora una volta solo la spietata logica del profitto e della convenienza dimenticando chi aveva dato e fatto tanto per la stessa azienda. Il premio è andato l’anno scorso a un altro leggendario truccatore e ammiratore di Pierce, Rick Baker, che ha realizzato il make up di Wolfman, il film con cui Universal torna alle origini proponendo un remake proprio del film del 1941. Ed è proprio alle parole di Rick Baker che è bello pensare per ricordare degnamente il grande Jack Pierce:  «Purtroppo Jack non ha avuto figli. Non ha lasciato eredi. Ma ha creato queste creature che sopravviveranno più a lungo dei figli che poteva avere. Ha creato personaggi che gli sono sopravvissuti e che sopravviveranno a me e che la gente potrà vedere tra mille anni».


Jack Pierce incontra Boris Karloff al programma This is Your Life (20 novembre 1957)


Una gallery di personaggi creati da Jack Pierce

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