«Un giovane partì per un viaggio, dotato solo di quindici corone, un cavallo e una lettera»: così scriveva, nel 1844, Alexandre Dumas all’inizio di I tre moschettieri. Il giovane si chiamava D’Artagnan ed era diretto a Parigi per unirsi alla guardia del re Luigi XIII. E probabilmente aveva visto in anteprima il nuovo film di Paul W.S. Anderson, e aveva scoperto che essere al servizio del sovrano di Francia significa volare su giganteschi dirigibili armati di mitragliatore, sfidare (in slow motion) bellissime nobildonne a colpi di arti marziali e manovrare un lanciafiamme con la testa di drago. Non siamo impazziti: stiamo “solo” parlando di I tre moschettieri 3D, nuova fatica del regista di Resident Evil nonché ventiduesima pellicola della storia del cinema tratto dai romanzi di Alexandre Dumas padre. E se queste righe vi hanno fatto urlare alla lesa maestà, se pensate che questo film sia una pessima idea, aspettate un attimo e andate avanti a leggere.
Probabilmente molti di voi associano l’idea di “moschettieri al cinema” a Leonardo DiCaprio intrappolato in una Maschera di ferro e ai vari Jeremy Irons, John Malkovich e Gérard Depardieu. I più cinefili penseranno a Gene Kelly che interpreta un D’Artagnan un po’ stagionato nei Tre moschettieri datati 1948, o a Richard Chamberlain e Oliver Reed che inseguono I diamanti della regina in un film del ’73, e i più coraggiosi citeranno la criticatissima versione Disney con Charlie Sheen, Kiefer Sutherland e Chris O’Donnell. Nessuno (o quasi) si ricorderà di Tim Roth, Nick Moran e Mena Suvari impegnati in duelli in stile wuxiapian nel D’Artagnan di Peter Hyams. Il motivo è semplice: siamo europei, e qualsiasi reinterpretazione esotica di uno dei nostri classici della letteratura ci fa storcere il naso. O forse no? In fondo, lo Sherlock Holmes tutto cazzotti e one-liner di Guy Ritchie ha sbancato il botteghino. «Dumas stesso scriveva per far divertire il pubblico e fare soldi: pubblicava un capitolo a settimana, li faceva finire con cliffhanger clamorosi e tutto sommato penso che approverebbe quello che ho fatto con la sua storia» fa notare Paul Anderson. Insomma, si deve essere detto il regista quando la Constantin Film gli ha affidato il progetto, perché limitarsi all’ennesimo film in costume e non provare qualcosa di nuovo e coraggioso?

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