Non è ancora arrivata su una piattaforma, non ha una distribuzione ufficialmente annunciata e persino sul suo rapporto con i fondi pubblici sono circolate ricostruzioni poi corrette. Eppure Svergognata, la docuserie dedicata a Rita De Crescenzo, è già diventata un caso. In pochi giorni il progetto ha provocato polemiche sui social, post pubblicati e cancellati, versioni contrastanti e una lunga serie di precisazioni: Netflix ha escluso di avere il titolo in lavorazione, il Ministero della Cultura ha smentito qualsiasi richiesta di contributi pubblici o tax credit e anche l’indicazione di Prime Video come possibile destinazione finale non è stata accompagnata, finora, da una conferma ufficiale della piattaforma. Un cortocircuito che ha finito per rendere il documentario oggetto di discussione prima ancora che se ne conosca una data d’uscita certa.
La vicenda, per certi versi, riflette perfettamente la figura che dovrebbe raccontare. Rita De Crescenzo è da anni uno dei personaggi più divisivi nati sui social italiani: milioni di follower, una comunicazione diretta e spesso sopra le righe, episodi diventati casi nazionali e una biografia segnata anche da vicende giudiziarie. Proprio per questo, ancora prima che il pubblico possa vedere il documentario, il dibattito si è spostato su un altro terreno: chi lo produce davvero, chi lo distribuirà, chi lo finanzia e soprattutto chi è disposto ad associargli il proprio nome.
Cosa sappiamo davvero di Svergognata
Al netto del rumore, l’esistenza del progetto appare il punto meno misterioso della vicenda. Nel sistema telematico DGCOL della Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura compare infatti un’opera intitolata Svergognata, classificata come documentario biografico. Secondo la verifica effettuata da Fanpage, la scheda indica tre episodi per una durata complessiva di un’ora e mezza, una destinazione web e un costo di produzione dichiarato di circa un milione di euro. Alla regia figura Francesco Lettieri, autore napoletano noto anche per il lungo sodalizio con Liberato, mentre tra i riferimenti produttivi compaiono Anemone Film e Groenlandia, società del gruppo Banijay.
Un’ulteriore ricostruzione pubblicata da Quotidiano Nazionale sostiene che le riprese sarebbero già terminate e che il prodotto si troverebbe in fase di montaggio. Il giornalista Gabriele Parpiglia ha riferito di aver visionato una fattura relativa al catering utilizzato sul set, saldata da Groenlandia srl, e di aver raccolto la testimonianza di una fonte che avrebbe lavorato direttamente alla produzione. La stessa fonte avrebbe indicato Prime Video come piattaforma di destinazione e una possibile uscita tra gennaio e febbraio 2027. Tutti elementi che rafforzano l’idea di una produzione già concretamente realizzata, ma la destinazione su Prime resta, allo stato, un’indiscrezione e non un dato ufficializzato dalla piattaforma.
La stessa De Crescenzo, dopo giorni di versioni contraddittorie, ha del resto confermato durante una diretta social che il progetto vedrà comunque la luce. «In un modo o nell’altro uscirà. Se non è una piattaforma è un’altra», ha detto, aggiungendo che il documentario approderà su una «piattaforma importantissima» senza però indicarne il nome.
Chi è Rita De Crescenzo?
Per capire perché un documentario sulla sua vita riesca a generare reazioni ancora prima di essere presentato bisogna guardare alla figura di Rita De Crescenzo. Nata a Napoli nel 1979 e legata al quartiere del Pallonetto di Santa Lucia, ha costruito gran parte della propria notorietà su TikTok, trasformando un linguaggio diretto, teatrale e volutamente eccessivo in un marchio personale. Il termine svergognata, poi diventato anche brand commerciale, nasce proprio da uno dei suoi tormentoni social.
Alla popolarità online si sono aggiunti negli anni brani musicali, ospitate televisive, apparizioni pubbliche e attività imprenditoriali. Il suo seguito è cresciuto fino a trasformarla in una delle figure più riconoscibili e controverse dell’universo social italiano. Ospite di Belve nell’ottobre 2025, De Crescenzo ha raccontato un’infanzia molto difficile, l’uso di droghe e psicofarmaci e una maternità in età giovanissima, rivendicando più volte l’idea di aver cambiato vita e di aver trasformato la propria esposizione pubblica in una forma di riscatto.
Intorno alla sua figura, però, non sono mai mancate le controversie. Nel 2017 fu arrestata nell’ambito di un’inchiesta sul traffico di stupefacenti nell’area del Pallonetto di Santa Lucia. Successivamente alcuni capi d’accusa caddero in Cassazione e De Crescenzo tornò libera, ma nel febbraio 2025 risultava ancora imputata in un processo relativo a quella vicenda, con accuse di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. Lei ha sempre negato di aver venduto droga, ammettendone invece l’uso nel proprio passato: «Ho fatto uso, non l’ho mai venduta».
Un’altra vicenda giudiziaria riguarda il processo per diffamazione nato dalla denuncia del titolare di un ristorante di Castel di Sangro, che sostiene di essere stato danneggiato da alcuni video pubblicati dalla tiktoker dopo un cenone di Capodanno. Nell’aprile 2026 il procedimento risultava ancora in corso. Separata dalle responsabilità personali di De Crescenzo è invece la vicenda che ha coinvolto uno dei suoi figli, arrestato nel maggio 2026 insieme ad altre persone nell’ambito di un’indagine per tentato omicidio e reati legati alle armi: accuse che riguardano il figlio e non la madre.
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Da Roccaraso alla scimmietta, le polemiche che hanno alimentato il personaggio
A portare definitivamente Rita De Crescenzo fuori dalla sola dimensione social è stato soprattutto il caso Roccaraso. All’inizio del 2025 migliaia di turisti arrivarono nella località sciistica abruzzese a bordo di centinaia di pullman provenienti soprattutto dalla Campania. Nelle settimane precedenti De Crescenzo aveva pubblicato numerosi contenuti invitando i follower a visitare Roccaraso e l’afflusso finì per provocare traffico, sovraffollamento e nuove misure di gestione dei bus turistici. La tiktoker respinse ogni responsabilità diretta, sostenendo di essersi limitata a pubblicizzare una località che le era piaciuta.
Nei mesi successivi sono arrivate altre polemiche. Nell’agosto 2025 la sua presenza negli uffici del Consiglio regionale della Campania, documentata con video e bandiere, contribuì ad alimentare un caso politico che portò all’espulsione da Azione del consigliere Pasquale Di Fenza. Poco dopo, il sindaco di Forio, a Ischia, si oppose a una sua prevista ospitata in una sala bingo motivando la decisione con la volontà di tutelare l’immagine del territorio. Nell’agosto 2026 è poi esploso il caso della scimmietta acquistata durante un soggiorno a Sharm el-Sheikh: dopo la pubblicazione dei video, il deputato Francesco Emilio Borrelli ha presentato un esposto chiedendo accertamenti alle autorità competenti. È in questo contesto che la notizia della docuserie ha trovato un terreno immediatamente incendiario.
Il caso Netflix e il post cancellato
Il primo grande equivoco riguarda Netflix. Il 24 agosto comincia a circolare l’indiscrezione secondo cui la vita di De Crescenzo sarebbe diventata una docuserie prodotta nell’orbita Banijay e destinata alla piattaforma. La stessa influencer pubblica sui propri social un’immagine con il logo Netflix e un messaggio che presenta l’operazione come un sogno diventato realtà, ma il post viene rimosso poco dopo.
Contattato da Fanpage, l’entourage di De Crescenzo sostiene inizialmente che si sia trattato di uno scherzo realizzato con l’intelligenza artificiale da qualcuno che avrebbe avuto accesso al telefono della tiktoker. Poco dopo arriva però la smentita più importante: Netflix Italia comunica ad Adnkronos di non avere «nessun progetto in lavorazione» dedicato a Rita De Crescenzo. Da notare che Netflix non ha annunciato la cancellazione della serie in seguito alle proteste e non ha negato che una docuserie su De Crescenzo possa esistere: ha semplicemente escluso che quel progetto fosse suo.
Il nodo dei fondi pubblici e la risposta del Ministero
Ancora più delicato è il capitolo dei presunti finanziamenti statali. Il 26 agosto diverse testate hanno rilevato la presenza di Svergognata nel sistema DGCOL del Ministero della Cultura. La scheda riportava un costo superiore al milione di euro e soprattutto un riconoscimento della nazionalità italiana provvisoria già approvato. Da qui è nata rapidamente la lettura secondo cui il progetto avesse richiesto o addirittura ottenuto fondi pubblici.
In serata è intervenuto direttamente il Ministero della Cultura, correggendo quella ricostruzione. Il MiC ha precisato che la produzione «non ha presentato alcuna domanda di contributo pubblico, tax credit o altra misura di sostegno economico» e che il Ministero non ha quindi «approvato né riconosciuto o concesso alcun beneficio a favore dell’opera, né tantomeno ha avviato alcun tipo di valutazione al riguardo».
Il punto sta nella natura della pratica presente nel database. Il riconoscimento di nazionalità provvisoria certifica che un’opera possiede i requisiti previsti dalla normativa per essere considerata italiana e può rappresentare un passaggio preliminare rilevante nell’iter amministrativo, ma non equivale a una domanda di finanziamento e soprattutto non comporta l’erogazione automatica di denaro pubblico. Nella scheda di Svergognata, alla voce relativa ai contributi ricevuti, non risulta infatti alcun importo.
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Prime Video resta un’indiscrezione
Una volta esclusa Netflix, il nome comparso con maggiore insistenza è quello di Prime Video. Secondo la ricostruzione di Quotidiano Nazionale, una fonte presente sul set avrebbe appreso dallo stesso Francesco Lettieri che il documentario sarebbe destinato alla piattaforma Amazon. La testata sostiene inoltre che il montaggio sia già in corso e indica l’inizio del 2027 come possibile finestra di uscita. Anche qui, però, niente di ufficiale: la destinazione su Prime Video non risulta accompagnata, al momento, da una comunicazione pubblica della piattaforma, così come Groenlandia non ha confermato ufficialmente la distribuzione.
Ed è proprio questo il paradosso che accompagna il progetto fin dall’inizio: la docuserie sembra esistere, ma quasi tutto ciò che le è stato costruito intorno ha avuto bisogno di una smentita o di una precisazione. Netflix non è coinvolta, i fondi pubblici non risultano richiesti, il milione di euro è il costo dichiarato della produzione e non un finanziamento statale, mentre Prime Video resta una possibile destinazione non ancora ufficializzata.
Resta però un progetto audiovisivo concreto, con un titolo, un regista, una struttura produttiva identificabile e un riconoscimento di nazionalità provvisoria registrato nei sistemi del Ministero. E resta soprattutto Rita De Crescenzo, che ai suoi follower assicura: «In un modo o nell’altro uscirà». Prima ancora dei titoli di testa, Svergognata è così riuscita a trasformarsi da documentario sulla vita di una tiktoker in un caso mediatico su reputazione, piattaforme, soldi pubblici e responsabilità dell’industria dell’intrattenimento.
Foto: RaiPlay
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