Fa un po’ sorridere a pensarci, ma tant’è: Darren Aronofsky e Paramount sono ai ferri corti riguardo al finale di Noah, kolossal biblico (vagamente) basato sulla storia di Noè, della sua arca e del diluvio universale. Fa sorridere, dicevamo, perché stiamo parlando di una storia arcinota e sul cui finale non dovrebbero esserci grossi dubbi: la pioggia finisce, gli animali escono dall’arca e ripopolano la Terra. Eppure, eppure… ai primi screen test del film – del quale già si sapeva che avrebbe in parte rotto con la tradizione, introducendo creature fantastiche e angeli caduti alti tre metri –, per i quali sono state selezionate tre audience appartenenti a confessioni religiose diverse (ebrei a New York, cristiani in Arizona e un “gruppo misto” in California), sono volati fischi e «buuu». Il motivo non è chiaro, ma conoscendo la personalità di Aronofsky e la forte impronta autoriale che ama imprimere ai suoi film è possibile che le scelte di sceneggiatura si stacchino molto dal modello letterario e abbiano quindi spiazzato degli spettatori convinti di assistere a un dramma biblico.

Qual è la soluzione? Da un lato c’è Paramount, che ha investito 150 milioni di dollari per il film, dall’altro Aronofsky, uno che ama fare quello che vuole e non è particolarmente propenso a compromessi. Un tira-e-molla infruttuoso, che probabilmente si risolverà con un compromesso che scontenterà entrambe le parti, come si usa in questi casi. Se tutto va bene, comunque, potremo vedere il risultato di queste negoziazioni al cinema il prossimo 28 marzo.

Fonte: Collider

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