L’apparenza inganna, quasi sempre. Nel caso di Evan Rachel Wood l’apparenza concilia scelte anticonformiste e al contempo una saggezza che fanno di questa giovane diva una delle celebrity più interessanti di quel grande zoo umano che è Hollywood. Ci si para davanti, col suo viso d’angelo, la pelle diafana e quegli occhi chiari che la rendono spesso l’ingenua o la vittima perfetta nei film. Il look è sofisticato, un po’ minimal e un po’ vintage: un grande camicione di seta color ambra su pantaloni strettissimi e neri che fasciano le lunghe gambe esaltate da tacchi vertiginosi. Ha i capelli cortissimi tirati all’indietro e porta sul naso un paio di occhialoni dalle lenti cerchiate e con la montatura a grandi volute di Prada, che evocano le dive degli anni ’30. La voce e lo sguardo sono vivaci e sbarazzini (ha solo 24 anni), ma allo stesso tempo si dimostra riflessiva e matura come si addice a una giovane donna che calca la scena da quattro lustri. Non vuole essere circoscritta Evan, appartenere a un gregge specifico, e nella fuga da un’etichetta ha inanellato diverse follie. Come quella di fidanzarsi per cinque anni con la rockstar maledetta Marilyn Manson (per lei solo Manson). Di recente è stata vista passeggiare mano nella mano con Jamie Bell (da Satana a Billy Elliot), ma ha anche twitterato ad Amber Heard: «Vuoi smettere di essere così sexy?», perché non ha mai tenuto segreta la sua bisessualità. Ecco, anche perché – a differenza di altre dive coetanee – ha accettato con entusiasmo la parte della regina lesbica Anne Sophie Leclerq nel serial vampiresco True Blood. Quanto al cinema, la vedremo presto (il 16 dicembre) al fianco di George Clooney in Le Idi di Marzo. Si parte da qui.

Best Movie: Qual è l’essenza del suo personaggio nel film di Clooney?
Evan Rachel Wood: È un personaggio inesperto e molto spaventato e penso che George lo abbia costruito molto bene. È una stagista con poca esperienza, è l’ultima ruota del carro. Ed è in una posizione orribile, perché non può confidarsi a casa a causa della religione e non può ricevere supporto sul lavoro a causa della politica. Le persone da cui dovrebbe derivare la protezione e la sicurezza sono quelle che alla fine la tradiscono…

BM: Clooney come l’ha scelta?
ERW: Ha telefonato e ha detto: “Ciao sono George Clooney”. E naturalmente hanno iniziato a tremarmi le gambe perché stavo parlando con George Clooney. Ho sempre amato le sue idee e il suo modo di fare cinema. Mi ha spiegato che ha scelto me perché voleva una persona sexy e sicura, ma nello stesso tempo vulnerabile e fragile.

BM: Com’è George come regista?
ERW: Come uno se l’aspetta. Io conoscevo già i suoi film e abbiamo parlato tanto. Lui voleva che il mio personaggio fosse sexy e che non si facesse intimidire. Certe volte simulava esattamente quello che voleva da me… Era molto sicuro di sé, parlava allo specchio. Stava seduto lì e sembrava dire così tanto con la semplice presenza.

BM: Com’è stare sul set con due uomini affascinanti come Clooney e Gosling?
ERW: Non sono solo affascinanti, sono anche molto divertenti. Ryan poi, oltre a essere bellissimo, è il principe degli scherzi. Ogni giorno se ne inventava una nuova. Arrivavi sul set e non sapevi mai cosa aspettarti da quei due…

BM: Le piacerebbe darsi alla politica?
ERW: Mmmmm. Mi sembra una cosa davvero lontana da me… Mi fa arrabbiare. Quando le persone – specie in America – esprimono le proprie idee vengono crocifisse….

BM: Sta lavorando con registi molto interessanti, prima di Clooney con Allen e Aronofsky. Cosa si prova?
ERW: Sono i registi che ho sempre seguito e con cui ho sempre trovato un’affinità elettiva nel modo di raccontare le storie. A Venezia ero lì con George e nello stesso tempo c’era Darren (che l’ha diretta nel Leone d’Oro The Wrestler, dove era la figlia di Mickey Rourke, ndr) come presidente di giuria ed ero così felice di trovarmi con loro…

BM: Anche Woody Allen l’ha chiamata per telefono?
ERW: No, lui mi ha scritto una lettera a mano, accompagnata dalla sceneggiatura di Basta che funzioni, chiedendomi il mio parere. Come fai a non amarlo? Sono quei momenti assolutamente surreali della vita.

BM: I film di Allen e Clooney suggeriscono una sua immagine da grande ingenua.È una cosa che la infastidisce?
ERW: Assolutamente no. Voglio dire, nel film di Allen si capisce che il film ha un tono molto umoristico, quasi farsesco, e il mio personaggio nelle Idi di marzo non è una stupida, piuttosto una persona che non ha tanta esperienza del mondo…

BM: La stiamo vedendo in Tv nei panni della figlia di Kate Winslet in Mildred Pierce. Ce ne può parlare?
ERW: È una mini-serie in cui si parla di quel momento della vita in cui il rapporto madre-figlia diventa bollente, perché ci si conosce così a fondo e ci si fa da specchio a tal punto che viene naturale respingersi. È come essere un po’ la stessa persona, ecco perché bisogna separarsi. Recitare in questo serial è stata una vera fortuna perché Kate Winslet è la mia attrice preferita in assoluto. È una donna fortissima che non ha mai avuto un cedimento durante la lavorazione. Vederla lavorare è stata una scuola.

BM: Decide da sola i copioni?
ERW: Sì, non sono una che si fa trascinare dalle logiche del box office. Cerco di partecipare a progetti che mi piacciano davvero e di cui sono convinta. Deve esserci sempre la passione in quello che faccio….

BM: Anche in una serie mainstream come True Blood?
ERW: Sì, assolutamente. I vampiri sono estremamente pericolosi, ma allo stesso tempo sexy. Adoro quell’atmosfera un po’ decadente e malata. Mi piace essere truccata in quel modo. True Blood è un serial che colpisce dritto al cuore. I serial Tv sono il nuovo genere da quando c’è la crisi e la gente non può più permettersi di andare al cinema. So di far parte di qualcosa di molto speciale… La gente adesso mi riconosce davvero per la strada, i trubies (i fan di True Blood, ndr) sanno essere molto calorosi e mi chiamano The Queen…

BM: Quando era agli inizi sognava di diventare un’attrice famosa?
ERW: Adesso prendo molto seriamente la mia carriera e mi ritengo molto fortunata ad avere simili chance, ma è un percorso che si è evoluto nel tempo. La prima volta che mi sono trovata davanti a una macchina da presa molto probabilmente avevo quattro/cinque anni e anche quando ne avevo tredici e partecipavo a produzioni più importanti non sapevo assolutamente cosa avrei fatto della mia vita.

BM: Se non facesse l’attrice cosa farebbe?
ERW: Se dovessi fare qualcosa di diverso, farei la cantante. Adoro cantare, ma ancora nessuno ha preso seriamente l’idea di trasformarmi in una popstar. A parte George, che mi ha ripreso sul set mentre cantavo a squarciagola una delle mie canzoni preferite di Justin Bieber, che io adoro. Altrimenti, farei la psicologa. Adesso vorrei fermarmi per un po’ e studiare psicologia. E fare un esame di coscienza».

BM: E cosa farà durante questo esame?
ERW: Qualunque cosa mi salti in mente: conoscere persone nuove, imparare cose nuove e capire cosa voglio e cosa non voglio. E ovviamente vorrei viaggiare. Mi piacerebbe molto andare in un posto come l’India, dove nessuno mi riconosce e concentrarmi su me stessa.

BM: Che cosa rappresenta il tatuaggio che ha sulla nuca? È il suo numero fortunato?
ERW: È il simbolo dell’infinito.

BM: E qual è il suo numero fortunato?
ERW: Il 15.

BM: Non il 13 (come Thirteen, il film che l’ha portata alla ribalta, ndr)?
ERW: Anche quello è un numero piuttosto fortunato (sorride).

BM: Come mai sua mamma l’ha chiamata Evan? Non è un nome da uomo?
ERW: Sì, mia madre ha dato a me e ai miei fratelli nomi molto eccentrici. Mi ha messo anche Rachel perché non voleva che mi confondessero con un maschio…

BM: Qual è il suo rapporto con la femminilità?
ERW: A dir la verità sono sempre stata un maschiaccio. Giocavo con i maschi da piccola, sono cintura nera di taekwondo, mi piace andare a cavallo e sui rollerblade. Ma adoro anche cose più tranquille come suonare il piano.

BM: Un maschiaccio sempre molto elegante…
ERW: Mi piace indossare cose semplici ma raffinate. Non ho uno stilista preferito. Vago tra Oscar de La Renta, Armani, Dolce & Gabbana, Alessandra Rich

BM: Cosa fa quando è lontana dal set?
ERW: Quando non lavoro mi piace proprio godermi casa mia. Ma sono anche una a cui piace divertirsi senza essere una partygirl. Non bevo e non fumo, ma questo non vuol dire che io sia una persona noiosa…

BM: Una persona che è stata fidanzata con Marilyn Manson difficilmente può essere una persona noiosa… Cosa non ha funzionato?
ERW: Nulla, in realtà. Non si è trattato del fallimento di una relazione, ma della sua fine naturale. Abbiamo imparato tantissimo l’uno dall’altro. Ho condiviso la sua filosofia e la sua arte. Quando mi dicono che sono un po’ pazza io lo prendo per un complimento e forse è inutile che vi dica che Manson è assolutamente folle. (Foto: Getty Images)

L’intervista è pubblicata su Best Movie di novembre a pag. 60

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