Game Therapy è, per argomento e intenzioni, il film italiano più importante di questi mesi. Si rivolge a una fascia d’età – diciamo da 12 ai 16 anni – con cui è molto difficile interagire per le generazioni precedenti. È la prima con una coscienza digitale quasi nativa: forzata alla connessione continua da coordinate sociali di cui non ha responsabilità, e poi trattata con sufficienza per la stessa ragione.
Ecco, Game Therapy affronta il linguaggio di questi ragazzi all’alba di una seconda rivoluzione, destinata a tracciare altri confini, che è quella della realtà virtuale (ne riparliamo nel 2016), cercando di affrontare direttamente la questione.

Il film dovrebbe essere una specie di Player One – romanzo che tra l’altro Spielberg sta sviluppando proprio in questo periodo – svuotato della nostalgia eighties, perché prodotto di un immaginario più giovane. Racconta di due “sfigati” (Favij e Clapis), cioè due ragazzi impacciati e solitari, che si rifugiano nel mondo virtuale dei videogiochi in Rete, e lì – con le cuffie nelle orecchie e il controller in mano – passano gran parte delle loro giornate. Suscitando l’apprensione dei genitori che cominciano a riempirli di Ritalin e a fargli fare il giro degli psicologi.

C’è quindi un conflitto generazionale irrisolvibile – ciò che spaventa i genitori corrisponde a ciò che i figli usano per combattere la paura – che porta a quello che è lo spunto del film: Favij, in un videogame creato da un guru della programmazione, scopre un easter egg che lo porta a una stanza segreta. Qui trova una enorme console che è una porta per un mondo parallelo, completamente virtuale. Un gioco totalmente immersivo che per Clapis funge da terapia, scuotendolo dalle ansie e aiutandolo a farsi una vita vera, mentre per l’amico è un’attrazione fatale, destinata a risucchiarlo.

Il film ha quindi un intento educativo esplicito ma in realtà il centro dell’interesse, per chi non crede nelle morali facili, è linguistico; nel senso che Favij e Clapis, quando sono lasciati liberi di improvvisare, parlano una lingua che al cinema e in TV non si sente mai, e quindi costruiscono un ponte con la Rete e soprattutto con il mondo dei gamers, più in generale con la generazione di cui parlavamo prima. Purtroppo il film questo spazio lo concede di rado, ed anzi compie l’errore più banale, quello di chiuderli dentro un messaggio e una scatola narrativa, al contempo rigida e sbilenca.

La domanda che rimane è: c’è vita – al di là dei costumi da cosplay, delle scenografie da Gardaland, e dei dialoghi troppo scritti – in Game Therapy? Il critico qui non può rispondere. Non è possibile sapere se sia troppo presto o troppo tardi per Favij in sala, ovvero se il destino di questi ragazzi sia già nel post-cinema, nei film immersivi, nei caschi integrali per la realtà virtuale, o semplicemente nel downloading illegale tra qualche mese (che in qualche modo chiuderebbe il cerchio) e qui e ora invece non abbia alcun senso.
Ma sembra comunque importante che una cosa così esista, e si possa vedere come andrà a finire.

Guarda trailer e clip di Game Therapy

Di seguito, la nostra intervista ai quattro protagonisti e ai loro fan:

 

 

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