Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi in Napoli velata

Per il suo dodicesimo film, Napoli velata (dal 28 dicembre nelle sale) Ferzan Ozpetek si è concesso una grande città, Napoli, e un ritorno altrettanto importante: quello di Giovanna Mezzogiorno, che si ritrova a lavorare con il regista quattordici anni dopo La finestra di fronte, film che le era valso tanti premi e una pagina decisamente memorabile della sua carriera.

La Mezzogiorno in Napoli velata interpreta Adriana, un medico che per lavoro si ritrova ad avere a che fare di continuo con dei cadaveri. A una festa Adriana incontra Andrea, che ha il corpo e lo sguardo fisso e magnetico di Alessandro Borghi. Andrea la trascina in una bollente notte di sesso, ma sarà solo l’inizio di un incantesimo napoletano sospeso tra thriller e mystery, tra doppiezza ed erotismo. Un viaggio interiore, accidentato, carico di ambiguità, sensi di colpa, istinti profondi. Un film femminile, e dunque anche misterioso ed enigmatico.

«Non è Hitchcock, ma è Napoli», ci ha tenuto scherzosamente a precisare il regista presentando il suo film alla stampa, nell’insolita e meravigliosa location di Palazzo Massimo alle Terme: una cornice artistica che sembra replicare da molto vicino il tormento e lo struggimento di Adriana al cospetto dell’arte partenopea. «Non ero convinto di andare sulla città all’inizio, infatti nel prologo ho prediletto la scala perché è un elemento ricorrente di Napoli. Avevo visto il film Passion (di Brian De Palma, ndr) e anche lì questo rimando alle scale era ben presente. La scala ti richiama l’utero, l’occhio, la coscienza. Però in fin dei conti come si fa, a non innamorarsi di Napoli, delle persone straordinarie che la abitano? Due anni fa ho fatto La Traviata al San Carlo e fino ad allora avevo sempre detto che i film su Napoli avrebbero dovuto farli solo gli egregi registi napoletani, ma poi sono entrato nelle case, sono andato in giro e sono rimasto conquistato».

«Il titolo viene dal fatto che per capire meglio la città e lo spettacolo bisogna più intravedere che sentire. Da questa suggestione sono arrivato al Cristo velato della Cappella Sansevero, perché il velo a suo modo, nel nascondere, svela di più, sottolinea meglio i lineamenti. L’ho visto per la prima volta alla Figliata dei fimminielli, mentre la casa del principe Caracciolo, che abbiamo usato nel film insieme a molti altri luoghi chiave di Napoli, è dove si sono girati anche L’oro di Napoli e Viaggio in Italia, non due film qualunque! In virtù di questa eccezionalità il proprietario non avrebbe consentito a nessuno di girare all’interno di casa sua al di fuori di un amico e di una persona di cui si fidava, per cui lo ringrazio».

«Tornare con Ferzan dopo molti è stato bellissimo – racconta invece Giovanna Mezzogiorno – mi chiamò nell’estate di due anni fa e mi disse che aveva bisogno di un volto da immaginarsi per scrivere meglio, per cui mi mandò alcune pagine. Una storia così incredibile, profonda, diversa da quanto avessi mai letto mi ha permesso di avere a che fare con un ruolo molto complesso, che comprende molti aspetti della personalità femminile: la passione fisica, il dolore, il disagio più che il disturbo mentale».

«La mia Adriana è una professionista – precisa l’attrice – una donna borghese e dunque vediamo degli interni di Napoli che non vengono visti spesso, con un’atmosfera stranissima, carica di storia, oscura, affascinante, ricchissima, molto sfarzosa. Adriana si muove in questi ambienti, e porta avanti questo suo tunnel mentale un po’ parallelo alla realtà. Non sappiamo se ne uscirà oppure no».

Nel film c’è anche una scena di sesso, da cui muove la vicenda, molto forte per gli standard del cinema italiano, con tanto di rimming e una visione libera, impudica del contatto tra corpi. «La mia scena d’amore l’ho vissuta con molta tensione prima di farla perché sapevo che fosse importante, per Ferzan e per la storia, per il personaggio di Adriana e per l’Andrea di Alessandro Borghi. Io e Alessandro ci conoscevamo da poco, avevamo girato poco insieme ma si è creata una grossa intesa chimica, professionale, oserei dire fisica, senza nessun momento di tensione o o di pudore. L’abbiamo girata in una notte ed è andata bene dall’inizio».

Borghi si mostra dello stesso avviso ma non manca di lanciare una frecciata agli artefici di violenza sulle donne. «La scena di sesso per me è stata più semplice che per Giovanna, per ovvi motivi. Un uomo può superare diversamente e più facilmente una sensazione spiacevole, mentre per una donna, se non trovi un uomo che è una bella persona, in circostanze del genere può rimanere ferita».

L’attore di Non essere cattivo, dal canto suo, si gode il successo ormai stabile e la costanza con cui tanti registi lo chiamano in causa. «Sono tre anni che dico che è un anno speciale! Scherzi a parte, devo ringraziare molto le persone che mi hanno voluto in questo film, che già dalla scrittura ti lasciava intendere dove voleva arrivare. Ci siamo lasciati guidare da Ferzan che ci diceva ogni giorno qual era la strada da seguire e come rendere i personaggi il più tondi possibili. Lui aveva più chiaro di me e di noi tutti l’obiettivo finale, mentre io solo vedendo il film finito l’ho compreso del tutto».

Ma Napoli velata è anche un film di presenze, più o meno magnifiche. «La finestra di fronte però resta il mio film più pieno di presenze. Quando entro in una stanza e trovo delle cose lasciate lì a caso, come una tazzina di caffè o altro, la mia immaginazione viene stimolata perché comincio a pensare, a chiedermi cosa ci può essere dietro dietro. Ti senti molto a rischio quando sul set ti trovi a voler dare forma a qualcosa che non si vede e che vedi solo tu. A proposito di imbarazzo, comincio anche a dire che il mio film è bello e che non mi dispiace, mentre prima non mi sarei mai azzardato: un segno del fatto che sto invecchiando. Ma sarà anche per via di Napoli, una città particolare, che ti provoca una morsa speciale. Infatti ci sono già molti miei amici leccesi gelosissimi!».

Napoli, però, è anche uno scrigno di tesori il cui barocco sa spesso di morte.  «Elio Petri mi disse che tutto quello che facciamo nella nostra vita è per allontanare l’idea della morte. I napoletani però ci giocano, te la fanno diventare una cosa quotidiana. Mi ha ispirato questa concezione perché assomiglia molto a me e ora che ci ragiono mi viene da dire che Napoli mi ha messo davanti a uno specchio».

La chiusura della conferenza stampa, in musica, spetta infine alla cantate Arisa, che interpreta dal vivo un breve estratto da Vasame, pilastro portante della colonna sonora del film. Prima di intonarne il ritornello insieme a Peppe Barra, l’artista regala delle parole al miele al regista: «Sono grata di aver lavorato con un grande artista come Ferzan Ozpetek e di aver cantato questo brano. Il napoletano è una lingua sazia ed esaustiva, che non lascia spazio a fraintendimenti».

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