L’opera prima dell’australiano David Michod, Animal Kingdom, scuote dalle fondamenta il genere del crime thriller, per troppi anni legato alla formula “Scorsese”. Sebbene non siano mancati paragoni proprio con le opere del regista americano, Animal Kingdom è in realtà lontanissimo dai suoi illustri predecessori statunitensi che trattano gli stessi temi (crimine e famiglia), per tonalità, ambientazioni, regia ed intepretazioni. Un’opera prima forte, che racconta, senza alcuna enfasi gratuita, la storia di una famiglia di criminali a Melbourne al crepuscolo del proprio regno.

La squadra antirapina della polizia, corrotta ed incline più all’omicidio che all’arresto,  sta braccando i fratelli Cody e il loro socio Barry Brown, quando il giovane Josh va a vivere a casa Cody, governata dalla solare nonna Smurf. Mentre cresce l’escalation di rappresaglie, Josh viene coinvolto dalla polizia per testimoniare contro la sua famiglia, e deve decidere da che parte stare e quale deve essere il suo posto nel mondo.

Quello che colpisce di Animal Kingdom, che ha avuto una gestazione lunghissima, quasi nove anni, è che manca, rispetto ai suoi simili americani, di scene madri potenti e battute da consegnare agli annali, di quelle che restano impresse nella mente dello spettatore e creano un tono epico del film (basti pensare a Nemico Pubblico di Michael Mann o a Quei Bravi Ragazzi di Scorsese). In Animal Kingdom c’è una tensione crescente in maniera quasi impercettibile, a cui concorrono tutti gli elementi narrativi: le vicende narrate che si fanno più drammatiche, i personaggi (in particolare Pope e nonna Smurf) che rivelano i loro lati più oscuri, la colonna sonora nelle scene di silenzio, gli sguardi dei protagonisti che rivelano profili psicologici sempre meno rassicuranti. Esplodono pochi colpi di pistola, complessivamente, ma tutti lasciano il segno.

David Michod ha creato a Melbourne la sua giungla criminale, prendendo spunto da fatti di cronaca reali riguardanti la storia recente della criminalità organizzata in Australia ed innestando in questo scenario la figura di una famiglia (con tutte le sue dinamiche tipiche, disfunzionali, morbose, emotive) che combatte per la propria sopravvivenza.

Tra gli interpreti, spicca senza dubbio Jacki Weaver nei panni della matriarca nonna Smurf, che costruisce un personaggio raggelante, sospeso tra un disarmante candore e una spietata mente criminale che esce fuori nell’ultimo atto. Una candidatura all’Oscar sarebbe doverosa (ed infatti la produzione la sta spingendo). Il Pope di Ben Mendhelson è terribile: uno sguardo di ghiaccio in cui cresce una psicosi incontrollabile mano a mano che i suoi amici e fratelli cadono sotto i colpi della polizia.

L’esordiente James Frecheville è stato selezionato tra oltre cinquecento giovani attori, per il suo talento nel saper essere comunicativo con un in apparenza personaggio così chiuso, quasi assente dalla scena davanti a personaggi più carismatici ed estroversi, ma che diventa l’ago della bilancia nella faida tra famiglia e polizia.

Animal Kingdom riporta l’Australia nel grande cinema con un film non facile e non di immediata lettura. I gangster movie oggi hanno un ritmo sicuramente diverso e personaggi più appariscenti di questo, ma quasi sempre, troppo grotteschi per essere verosimili (si pensi ad esempio alle Iene di Quentin Tarantino e ai loro numerosi epigoni). Michod invece ha deciso di rifiutare tutti i luoghi comuni del genere, rigettando la mitizzazione di personaggi negativi o un elemento ironico sdrammatizzante – nella musica o nella sceneggiatura, per mostrarne semplicemente l’ineluttabile, tragico destino.

In conferenza stampa, Michod ha promesso che in futuro si dedicherà anche alla commedia. L’importante è che mantenga questo livello qualitativo…

Animal Kingdom esce al cinema in Italia il 30 Ottobre

Nella foto, il red carpet di David Michod (foto Guido Villa)

David Michod a Roma con Animal Kingdom

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