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Nella giornata più allegra e “cartoonesca” di tutto il Festival di Roma, è un piacere poter parlare con chi ha contribuito a dare vita a Le 5 leggende, nuovo cartoon DreamWorks (diretto dall’esordiente Peter Ramsey) che è stato presentato stamattina alla stampa. Ospite del Festival, infatti, c’è nientemeno che Guillermo Del Toro, produttore esecutivo nonché consulente creativo di quello che è, e lo diciamo con convinzione, il miglior cartoon prodotto fino a oggi dalla DreamWorks – o quantomeno a livello dell opere migliori come Megamind o Shrek 2.

Abbiamo incontrato Del Toro faccia a faccia, per chiedergli del film e dei suoi progetti futuri, per poi finire a parlare di Carlo Rambaldi, dello shopping compulsivo di dvd e della sua casa piena di passaggi segreti…

Qual è l’aspetto di questo film che più di tutte l’ha colpita, tanto da convincerla a farsi coinvolgere?
«Se hai visto i miei film, da Hellboy a Il labirinto del fauno, avrai notato che ci sono due temi che ripeto sempre. Il primo è che abbiamo bisogno gli uni degli altri: in questo film i Guardiani salvano i bambini, ma anche i bambini salvano i Guardiani e i Guardiani si salvano tra loro. L’altro aspetto, a cui tengo molto, è che devi credere per vedere, non vedere per credere. Se hai fede e credi in qualcosa, questa diventa vera; e non deve per forza cambiare il mondo, l’importante è che sia reale per te. Ecco perché abbiamo scelto questi personaggi, che sono parte integrante della nostra cultura e del nostro immaginario popolare».

In quale di questi credevi quando eri bambino?
«Mia madre ha distrutto tutto quando avevo quattro anni! Venne da me e mi disse tutta trafelata: “Dimmi cosa vuoi per Natale, perché Babbo Natale non esiste, io devo comprarti i regali e tu non hai neanche fatto la lista”. Ci sono rimasto un po’ male, ma ho cominciato a credere in altre cose, nel mio piccolo pantheon personale. Ho cominciato a credere nei mostri, in Frankenstein, nel mostro della laguna nera, in Dracula. Più in generale io credo nel credere».

In che senso?
«Ti faccio un esempio: vengo da un Paese dove non si facevano mai film di genere, sono cresciuto in una piccola città in cui se dicevi: “Voglio fare un horror” ti guardavano con aria di superiorità, ma io ho sempre creduto che si potessero fare e ora è il mio mestiere! Penso sia importante dare ai propri figli l’idea che credere in qualcosa non è stupido, semmai è stupido non credere in niente. I personaggi di Le 5 leggende vanno oltre il concetto di Babbo Natale o del Coniglietto pasquale, quei personaggi rappresentano qualcosa di più, sono un simbolo di speranza. Ecco perché tra i cinque scelgo Babbo Natale: non solo per via della pancia (ride), ma perché ha un senso di meraviglia per qualsiasi cosa gli stia intorno a lui. Ti faccio un altro esempio: mia nonna era una cattolica fervente e praticava esorcismi. E lo faceva perché ci credeva! Io stesso sono cresciuto credendo a ogni dogma della religione cattolica, nell’Inferno e nel Paradiso: mia nonna, sempre lei, era solita prendere i tappi di bottiglia in metallo e mettermeli nelle scarpe per farmi sanguinare. Così potevo pentirmi, diceva lei. Era una cattolica alla messicana, molto hardcore! Però credeva in qualcosa, e per me è questo quello che conta. Certo i miei mostri non mi obbligano a mettermi i tappi nelle scarpe…».

Il film è tratto dai libri di William Joyce, ma c’è qualcuno di questi personaggi che avete aggiunto voi o siete rimasti assolutamente fedeli alla fonte?
«No, anzi, abbiamo cambiato moltissimo! Il film si svolge secoli dopo le vicende dei libri, e il personaggio di Jack Frost è stato aggiunto da noi, pensato apposta per il film. Abbiamo preso l’atmosfera e l’idea di fondo dei libri, ma abbiamo deciso di scrivere una nostra personale vicenda ambientata in questo universo. Il che lascia anche spazio per dei sequel; ovviamente se la gente andrà a vedere questo».

Quanto c’è del suo tocco artistico in questo film?
«Non tanto, nel senso che a me piace supportare i film nei quali mi identifico, ma mi piace anche lasciare libertà d’azione a coloro che produco. Quindi in questo caso è praticamente tutto merito di Peter (Ramsey, regista del film, ndr), io mi sono limitato a supportarlo e dargli qualche idea qui e là, per esempio il look del Coniglio pasquale e della slitta di Babbo Natale. Vedila così: se fossimo pirati, Peter sarebbe il capitano della nave, io sono il suo marinaio, e se il capitano mi dice di saccheggiare un villaggio io lo faccio. È successo lo stesso in The Orphanage, un film al 100% di Bayona nel quale mi identificavo e che quindi ho deciso di supportare».

Come mai è tornato all’animazione dopo tanti anni di live action?
«L’animazione è sempre stata la mia passione, fin da quando avevo otto anni e giravo i miei primi film in super 8. Anche in Il labirinto del fauno e in Hellboy c’è tanta animazione, classica o stop motion. Mi mancava un po’, quindi ho deciso di tornarci in pieno con questo film. Nella mia vita ho fatto animazione di ogni tipo, da quella classica alla stop motion, e spero di non smettere mai».

E se dovesse scegliere tra le due?
«Stop motion, senza dubbio. Il motivo è semplice: posso tenermi tutti i pupazzi e aggiungerli alla mia collezione (ride). Ne ho talmente tanti che ho due case, non una: una per la mia famiglia e una per la mia collezione privata. Infatti non cambierò mai casa: quella dove tengo tutte le mie cose è piena di passaggi segreti, botole, prigioni sotterranee, tunnel… sarebbe impossibile spostare tutta questa roba!».

E in stop motion sarà anche il suo Pinocchio…
«Sì, e sto cercando di farne una versione molto più fedele a quella classica di Collodi, molto più dark e meno cartoonesca. Per come lo vedo io, Pinocchio è un figlio ribelle con tre padri: il gatto e la volpe, poi Mangiafuoco e infine il suo vero padre, Geppetto. È come se fosse un Frankenstein moderno. Purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere la versione di Benigni perché in Messico non è mai arrivata. Se solo il mio agente mi facesse andare alla libreria qui di fronte a comprare il dvd…».

Anche Carlo Rambaldi lavorò a una versione sperimentale di Pinocchio…
«Che purtroppo non ho ancora visto! Ma Rambaldi era un genio, l’ho adorato. Sai qual è la sua creatura che amo di più? Quella di Possession di Zulawski, quel verme che attacca Isabelle Adjani. Ti fotte il cervello. È quella la roba che mi piace davvero».

Come si passa da un film per bambini come Le 5 leggende a progetti più adulti come Pacific Rim? C’è un fil rouge che collega tutti questi lavori?
«Certo: io! (ride) È quello che ho detto a Cuaròn quando mi chiamò tutto preoccupato per via di Harry Potter, perché pensava di non essere in grado di girarlo. Gli ho risposto: “Alfonso, trova qualcosa di tuo in questo progetto, e vedrai che andrà tutto bene”. E infatti…».

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