“Lui è un grande attore che vuole diventare una star di Hollywood, e tu sei una star di Hollywood che vuole diventare una grande attrice. E questo film non aiuterà nessuno dei due a raggiungere il suo scopo”.
Lui è Sir Laurence Olivier, uno dei più grandi attori inglesi del ventesimo secolo. E lei è Marilyn Monroe.

A parlare è invece Colin Clark, all’epoca – era il 1957 – un ventitreenne rampollo di ottima famiglia appena uscito da Oxford e innamorato del cinema. Colin era riuscito ad infilarsi sul set de Il principe e la ballerina come terzo assistente di Olivier, in pratica il ragazzo che sposta i mobili e porta il tè. Marilyn, che girava sempre accompagnata da Susan Strasberg (figlia del regista Lee, direttore dell’Actors Studio e fautore del famoso “metodo” recitativo basato sulle teorie di Stanislawski), in Inghilterra cercava una consacrazione come interprete, qualcosa che la emancipasse dal cliché della ragazza sexy e istintiva, qualità che invece erano precisamente quelle per cui Olivier l’aveva scelta. Il film, una pochade in piena regola in cui lo stesso Olivier recitava con un pesante accento straniero, stava diventando un calvario: Marilyn arrivava spesso in ritardo sul set, non di rado intontita dai calmanti, era in crisi con il marito Arthur Miller (sposato da appena 3 settimane) ed aveva la sensazione che in quel covo di vecchie volpi del palco tutti la giudicassero male.

My Week with Marilyn, presentato oggi al Festival di Roma tra gli applausi, racconta quei giorni e come a salvare capra e cavoli, ovvero l’attrice e il film, fu l’amore platonico che dopo alcuni giorni coinvolse lei e Colin. Marilyn si sentiva perseguitata da Olivier ed aveva iniziato a rivolgersi a Colin come confidente. Nei giorni in cui Miller la lasciò per rientrare in America, il rapportò tra i due diventò più profondo: un’avventura romantica, a tratti anche sensuale, che non sfociò però mai in un rapporto fisico. Uno scambio che restituì il buon umore alla star e il film a Olivier, al prezzo di un cuore spezzato.

Il regista Simon Curtis, fin qui autore unicamente televisivo, si mette completamente a disposizione della storia, che ha tutti gli ingredienti che possono far presa sul cuore di uno spettatore, specie se cinefilo: la passione per il cinema e la “dolce tristezza” di ogni educazione sentimenale (come la definisce la splendida Judi Dench, nel ruolo di Sybil Thorndike, attrice di lunga data e collaboratrice storica di Olivier); la curiosità di sbirciare la vita privata di una star come Marilyn, e quella professionale di un regista e interprete  mitico come Olivier; il gusto per la battuta a effetto e il piacere di vedere un plotone di straordinari attori britannici alle prese con i riferimenti della loro tradizione cinematografica e teatrale.

Su quest’ultimo punto, per quanto scontato, tocca soffermarsi: praticamente potrebbero dare l’Oscar a tutti e chiudere le selezioni. Kenneth Branagh è irresistibile: il suo Olivier è gigione, vanitoso, autocritico, seduttivo, brontolone, sfacciato e sempre brutalmente onesto. Judi Dench, nel ruolo di Dame Thorndike, è invece materna e accomodante, e compensa l’irruenza di Olivier con la sua pazienza. Eddie Redmayne, al centro della storia, esprime un candore sempre credibile e un’infatuazione che resta trattenuta, sotto traccia. E c’è pure Emma Watson, nel ruolo della guardarobiera che si innamora del protagonista, ma viene “scavalcata” da Marilyn.

Infine Michelle Williams. Che non ha, e non potrebbe essere altrimenti, il fascino della Monroe, ma si mimetizza nel personaggio in modo perfettamente credibile, compensando lo charme con la fragilità: dopo cinque minuti di straniamento, il gioco è fatto. E di fronte ci si ritrova il cinema.

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