Nel Teatro del Giglio di Lucca, il tempo oggi si è piegato su sé stesso. Death Stranding 2: On the Beach, un gioco costruito intorno al concetto di connessione in un mondo frammentato, ha finito per connettere davvero le persone: creatore e pubblico, attori e giocatori, Italia e Giappone. L’eco dei passi di Hideo Kojima, accolto da un applauso che è parso più un abbraccio che una celebrazione, si è intrecciato con le parole di Luca Marinelli e Alissa Jung, in un incontro che ha reso visibile quella rete invisibile di legami che attraversa il mondo di gioco conosciuto da milioni di persone in tutto il mondo. Quella al Lucca Comics & Games 2025 non è stata solo una presentazione (moderata da Eva Carducci), ma un atto di reciprocità: un videogioco nato per unire che, per qualche ora, è riuscito davvero a farlo.
Kojima lo ha detto con semplicità, quasi con sollievo: «Con la pandemia è stato difficile sviluppare il gioco. Anche con Luca e Alissa abbiamo girato durante quel periodo. Il gioco riguarda la connessione, ed è curioso, perché lavoravamo da remoto. Ora però ci siamo riconnessi con il pubblico, e questo mi emoziona molto». Accanto a lui, Marinelli ha restituito il sentimento con la naturalezza di chi ha vissuto un sogno diventato realtà: «È stato meraviglioso, per me un sogno diventato realtà. Mi ricordo me stesso a 14 anni, mentre giocavo ai titoli del maestro Kojima».

Quel legame, nato tra schermi e fili di rete, ha preso corpo proprio a Lucca. L’idea della connessione, tanto cara a Kojima, è diventata quasi un manifesto. Il creatore ha ricordato come la pandemia abbia trasformato in realtà le intuizioni del primo Death Stranding: «Quando è uscito il gioco poi è arrivata la pandemia, ma non l’avevo previsto. Nel primo parlavo già di connessione, e quando il mondo si è chiuso, è diventato quasi come quello del gioco. Per sviluppare il sequel ho lavorato da remoto, da solo in ufficio. Però abbiamo internet, il metaverso… Ho pensato che non fosse abbastanza giusto: l’umanità ha bisogno di muoversi, di sentirsi vicina alle altre persone. Per questo ho riscritto il concetto del primo gioco, esplorando ancora di più il bisogno reale di connettersi».
La connessione tra Kojima, Marinelli e la moglie/regista/attrice Alissa Jung è arrivata per una catena di coincidenze che è sembrata scritta nel destino. Il regista giapponese ha ricordato con precisione il momento in cui tutto è iniziato: «Ho visto Lo chiamavano Jeeg Robot. Jeeg e Martin Eden, mi hanno sorpreso: Luca è un grandissimo attore. Quando Martin Eden è uscito in Giappone, ne ho scritto un commento, e l’editore mi ha detto che Luca voleva ringraziarmi. Più tardi, mentre lavoravo a Death Stranding 2, avevo bisogno di un attore all’altezza di Mads Mikkelsen. Mi sono ricordato di lui e l’ho contattato. Ho sentito che fosse destino: Jeeg Robot viene dall’animazione giapponese, e grazie a quel film ho percepito una connessione speciale con lui». Marinelli, seduto accanto a lui, ha ascoltato con l’attenzione di chi ancora non ci crede del tutto. «Non dirò cosa ho pensato subito, non ci sono parole: ero emozionatissimo, sembrerei sciocco a descriverlo. All’inizio pensavo fosse uno scherzo, una fake news. Quando ho capito che era tutto vero… è stato incredibile. Non ho mai ringraziato davvero Kojima: ricordo il giorno in cui mi ha spiegato il concept del gioco. Conoscevo il primo, ma non ci avevo giocato. Mi descriveva quel mondo, l’idea alla base… mi ha emozionato, era potente, un messaggio d’amore per l’umanità. Dopo averlo salutato, ho avuto bisogno di tempo per respirare. È una persona magnifica, non solo un grande artista. In quel momento ho sentito di essere tornato in contatto con il me stesso di vent’anni fa». Anche Alissa Jung ha rievocato il suo primo contatto con Lucy, il personaggio che interpreta nel gioco: «Per me è stato un onore immergermi in questo mondo. È impressionante. Quando ho imparato di più su Lucy — la cui storia avviene prima del gioco — ho sentito un grande senso di responsabilità, come se fosse la base dell’intera narrazione. Ho cercato di comprendere il mondo, le connessioni tra i personaggi. Ho capito a fondo il suo attaccamento e l’amore per il figlio non nato».
Quando Eva Carducci ha chiesto ai due come abbiano costruito la relazione dei loro personaggi, la risposta di Alissa è arrivata con un sorriso: «Essere marito e moglie ha aiutato. Un pochino ci piacciamo. Abbiamo cercato di comprendere i pensieri e il mondo di Kojima. Per me è stata una questione di fiducia nei confronti del team, di esserci completamente.» Marinelli ha aggiunto: «L’approccio per me è come in ogni altro film. Il regista mi ha spiegato la sua visione del personaggio e della storia. Ho giocato un po’ al primo Death Stranding — non ero molto bravo, ero arrugginito, ho fatto del mio meglio, ma quando ho perso la moto mi sono arrabbiato parecchio! – L’unica differenza è che il set era vuoto e dovevamo immaginare molte cose, senza vedere i rendering. Ma per me era un film».

Cr. Rosdiana Ciaravolo/Getty Images
Kojima ha guardato i due attori con gratitudine: «Neil e Lucy hanno un ruolo importante. La loro connessione è speciale, e dai flashback si capiscono molte cose della loro infanzia. In un film di Hollywood di solito ci sono molti monologhi, ma io ho voluto ricreare tutto attraverso di loro. Non avevo dubbi che sarebbero stati straordinari». Alissa, regista a sua volta, ha parlato con sincerità del valore di quell’esperienza: «Ho amato questa esperienza. Da giovane ho iniziato con i radiodrammi, e mi ha ricordato quel periodo: siamo entrati nella fantasia di Kojima, è stato un po’ come fare teatro. Le telecamere in faccia erano complicate, ma ho sentito una grande libertà. Voglio portare questa libertà di espressione anche nei miei prossimi lavori. Quello che amo dei progetti di Kojima è che cerca sempre emozioni autentiche. Lo faccio anche io come regista, e mi sono sentita ispirata dal suo modo di lavorare».
Kojima, che ha spesso dichiarato di essere composto al 70% da film, sul palco del Teatro del Giglio ha voluto specificare ulteriormente: «Diciamo che di questo 70%, il 35% sono film italiani». Tuttavia, ha negato di essersi ispirato a una coppia cinematografica in particolare per i due personaggi. E, con ironia, ha chiarito un dettaglio: «Riguardo la bandana di Neil… volevo un personaggio che fosse “fico” come Cliff nel primo gioco, non volevo fare Snake!», tra le risate del pubblico che non è sembrato del tutto convinto.
Parlando del metodo di lavoro che utilizza sui set dei suoi videogiochi (oltre ai presenti, in Death Stranding 2 ci sono Norman Reedus, Lea Seydoux, Guillermo del Toro, Nicholas Winding Refn e molti altri grandi nomi) ha spiegato: «La cosa più importante è la fiducia. Li metto in queste strane tute, quindi ho bisogno che si fidino di me. Non posso dare loro tutti gli scenari del gioco quando giriamo: non conoscono il risultato finale, quindi lavoriamo per sequenze. Qualcuno all’inizio non è a suo agio, ma parliamo, usciamo a cena… Creiamo un legame di fiducia, ed è la cosa più importante di tutte. Ci vogliono quattro anni dallo scan alla fine del lavoro: bisogna che ci piaccia la compagnia delle persone con cui lavoriamo. Voglio attori che mi piacciano, perché il processo è lungo».
Poi, riflettendo sul senso profondo del suo lavoro, Kojima ha parlato di videogiochi come forma di vita: «Sono cresciuto con film e libri, mi hanno aiutato molto e dato l’energia per andare avanti. Con i videogiochi voglio restituire qualcosa di simile. Se chi gioca ai miei titoli, dopo qualche anno, si sente bene pensando a quell’esperienza, sono felice. I videogiochi sono immersivi, ci si passa centinaia di ore. Se chiedo ai giocatori di spendere tutto questo tempo nei miei mondi, spero che — oltre a togliere lo stress — possano ricavarne qualcosa da portare nella vita reale, per essere un po’ più felici. Non so se ci riesco, ma è quello che desidero».
Sul palco, la parola “connessione” è tornata più volte, fino a farsi manifesto creativo. Kojima ha ricordato quanto sia cambiato il modo di fare arte: «Quando ero giovane, per sviluppare giochi bisognava stare in compagnia, non c’erano mezzi per farlo da soli. Dovevi affidarti a un’organizzazione, ma così non potevi essere al 100% indipendente. Oggi invece, con una videocamera o un telefono, si può fare un film, un gioco, persino effetti speciali. Allora non c’erano modi per mostrare i propri lavori, oggi con internet si può presentare tutto al mondo. È fantastico. Voglio che la gente lo faccia: create qualcosa e condividetelo, connettetevi al mondo. Se sarà qualcosa di buono, molti vi contatteranno. È un azzardo, ma vale la pena rischiare». Marinelli ha raccolto l’invito: «Forse dico una cosa semplice, ma importante: facciamo arte perché vogliamo condividere, non per noi stessi. Condividete, come ha detto Kojima. Siate coraggiosi, perché siamo bellissimi, creativi, e dobbiamo condividere».
Hideo Kojima, accolto come una vera star anche al fan gathering di Piazza San Michele, ha restituito al pubblico italiano un complimento sincero: «L’Italia ha una grande storia artistica, ma è tutto connesso: da Michelangelo ai fumetti e ai videogiochi di oggi. Da ragazzo mi chiamavano “nerd”, ma ora tutto questo è cambiato. Siate orgogliosi di amare queste cose: quest’arte oggi appartiene a voi». Quando le luci si sono abbassate e il pubblico ha applaudito, Lucca è sembrata più vicina a Tokyo che mai. Non solo per la presenza di Kojima, ma per l’idea — semplice e radicale — che le connessioni umane, come i fili invisibili che uniscono Sam Bridges alle sue destinazioni, possano ancora attraversare oceani e generazioni. E che, per un pomeriggio, un videogioco sia riuscito davvero a unire il mondo.

Cr. Michele Mariani
Foto: Rosdiana Ciaravolo/Getty Images
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