Dal ritorno di autori come Paul Thomas Anderson e Ryan Coogler ai nuovi sguardi che stanno ridefinendo l’horror e il dramma contemporaneo, il 2025 si sta confermando come una stagione sorprendentemente fertile. In un momento storico in cui l’industria sembra oscillare tra sequel infiniti e la ricerca di storie autentiche, questi titoli rappresentano il meglio del cinema di oggi, capace di far convivere spettacolo e riflessione, emozione e rischio.
La nostra classifica, costantemente aggiornata, raccoglie i film che – per ambizione, intensità e originalità – hanno definito il 2025 cinematografico.
1. La voce di Hind Rajab

Dopo Quattro figlie, la regista tunisina Kaouther Ben Hania firma il suo film più devastante. Ambientato interamente in un call center della Mezzaluna Rossa durante il conflitto a Gaza, The Voice of Hind Rajab ricostruisce la reale telefonata di una bambina di cinque anni rimasta intrappolata sotto il fuoco israeliano. Con un approccio che mescola realismo documentaristico e tensione da thriller, Ben Hania dà voce all’impotenza e al dolore di chi assiste all’orrore senza poter intervenire.
Sostenuto da Brad Pitt, Joaquin Phoenix e Alfonso Cuarón in produzione, il film – di cui vi abbiamo parlato dalla scorsa Mostra del Cinema di Venezia – è già diventato un simbolo politico e umano: un’opera necessaria, che colpisce per la sua lucidità e il coraggio di guardare l’indicibile.
2. Una battaglia dopo l’altra

A metà strada tra commedia politica, film d’azione e manifesto d’autore, Una battaglia dopo l’altra segna il ritorno di Paul Thomas Anderson con un’opera monumentale tratta liberamente da Vineland di Thomas Pynchon. Con Leonardo DiCaprio e Sean Penn in un duello di carisma – e i meravigliosi comprimari, dalla giovane promessa Chase Infiniti a Benicio del Toro – il film alterna momenti di pura adrenalina a riflessioni corrosive sulla libertà e sulla disuguaglianza in America. Anderson costruisce un affresco satirico e potente, capace di intrattenere e far riflettere: un film-evento che conferma come il grande cinema d’autore possa ancora esistere dentro il sistema degli studios.
QUI trovate la nostra recensione del film.
3. I Peccatori

Con Sinners, Ryan Coogler abbandona l’universo Marvel per realizzare il suo film più personale e visionario. Ambientato nel Mississippi della Grande Depressione, mescola mitologia del Sud, vampiri e blues, trasformando un racconto gotico in una riflessione sul potere immortale dell’arte black. Girato in IMAX 65mm, il film è un trionfo visivo, ma anche una dichiarazione politica e spirituale. Michael B. Jordan guida un cast magnetico in un racconto che attraversa il tempo, tra pistole, chitarre e campi di cotone illuminati da un’estetica di struggente bellezza. Senza dubbio, il film che consacra Coogler come uno degli autori più ambiziosi del cinema americano contemporaneo. Inaspettatamente, potrebbe anche avere un sequel!
4. Weapons

Dopo il successo di Barbarian, Zach Cregger firma un altro colpo di genio con Weapons, che unisce tensione, mistero e denuncia sociale. Tutti i bambini di una classe scompaiono nel cuore della notte, scatenando il panico in una piccola comunità americana. Con Julia Garner e Josh Brolin, il film intreccia linee narrative diverse e si trasforma in una riflessione sulla paura collettiva, sulla violenza e sull’incapacità degli adulti di proteggere i propri figli. Weapons conferma la rinascita di un horror intelligente, capace di parlare al presente.
5. Together

6. Bring Her Back – Torna da Me

Dopo l’exploit di Talk to Me, i fratelli Philippou tornano con un horror ancora più disturbante e intimo. Bring Her Back racconta la storia di Laura, una madre affidataria interpretata da una straordinaria Sally Hawkins, incapace di accettare la perdita della propria figlia. L’incontro con due orfani, Andy e Piper, diventa l’innesco di un incubo fatto di possessioni, rituali e sensi di colpa. Più che spaventare, il film soffoca: trasforma il dolore genitoriale in un viaggio nell’abisso della perdita, dove l’amore e la follia si confondono. I Philippou dimostrano di saper usare l’horror come linguaggio emotivo, più che come puro artificio di genere.
7. Sorry, Baby

Debutto sorprendente per Eva Victor, che scrive, dirige e interpreta Sorry, Baby, prodotto da A24. Il film è una commedia drammatica sui sentimenti e sulla perdita, ma anche un racconto di amicizia femminile e lutto. Accanto a Naomi Ackie, Victor esplora la relazione tra due giovani donne unite da un legame che supera il dolore e la morte. Girato con sensibilità e ironia, Sorry, Baby è un piccolo miracolo di empatia: un film che ride e piange con lo stesso respiro, rivelando una voce autoriale già matura.
8. Hallow Road

Ottanta minuti tesissimi, un’auto elettrica come teatro dell’orrore e la paura più ancestrale: perdere un figlio. Nove anni dopo Under the Shadow, Babak Anvari orchestra un incubo lucidissimo in cui due genitori, interpretati da una monumentale Rosamund Pike e da Matthew Rhys, percorrono una strada notturna nel Galles rispondendo alla telefonata della figlia: ha investito qualcuno, chiede aiuto, e da quel momento nulla sarà più riconducibile alla rassicurante logica del reale. Il film sfrutta lo spazio chiuso dell’abitacolo come una camera di decompressione emotiva: la macchina da presa scava nei volti, cattura tremori e microespressioni, trasforma il blu dello schermo del telefono nella porta d’ingresso dell’inferno.
Anvari tinge il racconto di venature mitiche, lambendo il folklore celtico senza abbandonarsi alla ghost story tradizionale. La tensione cresce per sottrazione, tra decisioni morali impossibili e colpa genitoriale, fino a un terzo atto che lascia senza fiato. Hallow Road è un thriller/horror tanto “credibile” quanto spietato: un viaggio nella notte che parla di come educhiamo i figli e di come, a volte, li tradiamo.
9. The Ugly Stepsister

Dalla Norvegia arriva la sorpresa horror dell’anno. Con The Ugly Stepsister, Emilie Blichfeldt riscrive la fiaba di Cenerentola trasformandola in un incubo di body horror e ossessione estetica. La protagonista Elvira, interpretata da Lea Myren, si sottopone a mutilazioni e torture pur di conquistare l’amore del principe, in un crescendo viscerale che ricorda Cronenberg e Jennifer Kent.
Dietro l’estetica barocca e i costumi scintillanti, il film nasconde una feroce critica alle pressioni sociali sulla bellezza e all’autodistruzione che ne deriva. Un horror che fa male al corpo e al cuore, già destinato a diventare un cult.
10. If I Had Legs, I’d Kick You

Con If I Had Legs, I’d Kick You, Mary Bronstein firma uno dei ritratti più spietati e destabilizzanti della maternità contemporanea, affidandosi a una Rose Byrne semplicemente monumentale. Il film segue Linda, madre sull’orlo del collasso emotivo mentre cerca di gestire da sola la malattia cronica della figlia, il lavoro e una quotidianità fatta di emergenze continue. Bronstein costruisce un’esperienza soffocante, tutta addossata al volto e al corpo dell’attrice, in un crescendo di ansia che non concede catarsi né redenzione. È un cinema che logora lo spettatore quanto la protagonista, un anti-racconto di resilienza che rifiuta ogni consolazione. Uno dei film più estremi e memorabili dell’anno, capace di trasformare il quotidiano in puro orrore psicologico.
11. Sirat

Con Sirât, Oliver Laxe porta il road movie in territori mai esplorati, trasformando il deserto marocchino in uno spazio apocalittico, politico e spirituale. La ricerca di una figlia scomparsa diventa presto un attraversamento dell’ignoto, tra rave illegali, guerra imminente e comunità alternative che rifiutano l’ordine imposto. Laxe mescola thriller, visioni mistiche e realismo sensoriale, costruendo un film che procede per sottrazione e accumulo emotivo. Sirât è un’esperienza fisica e mentale, un cinema che chiede di essere vissuto più che compreso, e che riflette sul collasso del mondo contemporaneo come su qualcosa che è già avvenuto, lasciando ai corpi solo la possibilità di danzare tra le rovine.
12. Train Dreams

Tratto dalla novella di Denis Johnson, Train Dreams è il grande film silenzioso dell’anno. Diretto da Clint Bentley, racconta la vita ordinaria di un uomo qualunque, interpretato con struggente misura da Joel Edgerton, sullo sfondo di un’America che cambia e dimentica. È un cinema fatto di gesti minimi, di assenze, di stagioni che scorrono senza clamore, ma che finiscono per pesare come macigni. Bentley lavora sulla durata, sull’ellissi e su una voce narrante che accompagna senza invadere, costruendo una meditazione malinconica sul lavoro, sull’amore e sull’essere testimoni di un mondo che scompare. Un film che resta addosso a lungo, proprio perché non alza mai la voce.
13. 28 anni dopo

Con 28 anni dopo, Danny Boyle torna all’universo che aveva rivoluzionato il cinema zombie, ma lo fa scegliendo una strada inattesa: meno spettacolo, più riflessione. Il film ragiona sul significato stesso di sopravvivere, mettendo in discussione l’idea di isolamento come soluzione e affrontando il rifiuto della morte come una forma di corruzione morale. In collaborazione con Alex Garland, Boyle realizza un sequel teso e sorprendentemente intimo, che usa l’apocalisse come lente per parlare di responsabilità collettiva, memoria e negazione. Un ritorno che non indulge nella nostalgia, ma rilancia il discorso in modo lucido e profondamente politico.
14. Un semplice incidente

Vincitore della Palma d’Oro, Un semplice incidente segna uno dei vertici più alti del cinema di Jafar Panahi. Partendo da un evento minimo, quasi banale, il film si trasforma in una riflessione potentissima su vendetta, giustizia e memoria in un Paese dove la verità è sempre frammentata. Panahi costruisce un racconto corale, fatto di dubbi e silenzi, in cui nessuna certezza è mai davvero tale. Con mezzi ridotti ma una precisione assoluta, il regista iraniano firma un’opera etica e politica che interroga lo spettatore fino all’ultimo fotogramma. Un film necessario, che dimostra come il cinema possa ancora essere un atto di resistenza.
15. Pillion

Con Pillion, Harry Lighton sorprende con una delle storie d’amore più insolite e sincere dell’anno. Il rapporto tra un giovane ingenuo e un biker dominante, interpretati da Alexander Skarsgård e Harry Melling, si sviluppa come una tragicommedia BDSM che rifiuta il sensazionalismo per concentrarsi sulla vulnerabilità emotiva. Pillion è un film che osserva senza giudicare, capace di essere tenero, ironico e doloroso nello stesso momento. Dietro le dinamiche di potere, Lighton costruisce un discorso sull’intimità, sul bisogno di essere visti e sulla difficoltà di negoziare i confini dell’amore. Un piccolo film, ma sorprendentemente profondo.
16. No Other Choice

Con No Other Choice, Park Chan-wook realizza uno dei suoi lavori più asciutti e spietati, trasformando la perdita del lavoro in una lenta discesa morale. La storia di un uomo comune che, licenziato e messo all’angolo, decide di “fare spazio” eliminando la concorrenza diventa una feroce allegoria sulla precarietà contemporanea. Park lavora per sottrazione, abbandonando gli eccessi stilistici per costruire un film gelido e inesorabile, in cui la violenza nasce dall’illusione stessa della scelta. No Other Choice è un dramma sociale travestito da thriller, che colpisce per lucidità e crudeltà.
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