Il baseball cap: storia di un’icona involontaria
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Il baseball cap: storia di un’icona involontaria

Può un capo sportivo, prettamente tecnico, diventare un segno identitario, un simbolo politico, un’icona sociale? A Hollywood, capita.

Il baseball cap: storia di un’icona involontaria

Può un capo sportivo, prettamente tecnico, diventare un segno identitario, un simbolo politico, un’icona sociale? A Hollywood, capita.

È il 1860 quando i Brooklyn Excelsiors introducono un berretto con corona arrotondata e tesa lunga: è il primo vero antenato del baseball cap moderno. Nasce per proteggere gli occhi dei giocatori dal sole e, inizialmente, resta confinato al diamante del baseball. Ma, nei decenni successivi, quel piccolo oggetto in stoffa comincia a cambiare: si struttura, si irrigidisce, si adatta a materiali nuovi, e soprattutto diventa più riconoscibile.

Il “cap” si diffonde in tutte le leghe professionistiche americane; negli anni Trenta inizia la produzione standardizzata; negli anni Quaranta la visiera si allunga, la corona viene rinforzata e le grafiche si fanno più sofisticate: i Kansas City Monarchs, i Dodgers, gli Yankees trasformano i loro loghi in brand, e il cappellino passa da strumento tecnico a simbolo di appartenenza. Al cinema e in televisione, però, le cose vanno più lentamente. Negli anni Cinquanta, mentre l’America metabolizza il dopoguerra e si ridisegna culturalmente, il baseball cap viene usato, principalmente, o per rappresentare il mondo dello sport a cui appartiene o per colorire il paesaggio giovanile fatto di ragazzi in sella alle biciclette, adolescenti di provincia, piccoli sognatori con il guantone in mano: è un oggetto neutro, spontaneo, quotidiano, e non ha ancora un valore simbolico.

Negli anni Sessanta e Settanta, invece, Hollywood inizia a usarlo come segnale di appartenenza alla working class americana: operai, meccanici, camionisti, uomini e donne che vivono lontani dalle città vetrina. Il cappellino non è ancora moda-moda, ma si è già fatto racconto di una condizione sociale. In questo senso, la menzione più meritevole è il film Convoy (1978) di Sam Peckinpah, pellicola da riscoprire del regista più ribelle del cinema americano in cui il mondo dei camionisti è raccontato anche attraverso il loro trucker cap, variante del baseball tradizionale: più rigido e alto, con la retina nella parte posteriore. Nel film, il cap racconta il lavoro, la fatica, la strada e l’individualismo testardo dell’America profonda degli operai. Sempre in quegli anni, il cappellino trova il suo primo vero spazio iconografico, ma in televisione, con Magnum P.I. dove Tom Selleck abbina alle camicie hawaiane un berretto dei Detroit Tigers, a connotare istantaneamente il personaggio come americano, sportivo, affabile e indipendente. Quel cappellino, più di qualsiasi accessorio, definisce Magnum come icona pop mondiale e anticipa la diffusione del baseball cap nella cultura casual.

È però con la musica rap e artisti come la Sugarhill Gang, Grandmaster Flash & The Furious Five, Afrika Bambaataa, Run-D.M.C., Public Enemy, Beastie Boys che avviene il grande balzo e il baseball cap invade le strade come oggetto di moda, da portarsi con la visiera rigorosamente dritta, proprio a indicare che non è un cappellino portato alla maniera degli sportivi, ma un capo di moda con regole tutte sue che prescindono dalla funzionalità. Della scuola della visiera curvata sono invece Robert Redford (Il migliore, 1984) e Tom Hanks (prima con Big, nel 1988, e poi con Forrest Gump, nel 1994), che la visiera la portano alla vecchia maniera, cioè curvata, e che sdoganano il baseball cap nella vita di tutti i giorni, anche per i bianchi.

 

Arrivati ai Duemila, il baseball cap trova nuovi protagonisti negli antieroi, come quelli di The Departed (2006), che lo usano per occultarsi, per scomparire nel paesaggio urbano, o come quello anonimizzante del Walter White delle prime stagioni di Breaking Bad, quando ancora è un uomo qualsiasi e non il temibile Heisenberg (che, non a caso, indossa invece un cappello piuttosto anomalo). Negli ultimi anni, invece, il baseball cap è tornato a essere indice di una condizione sociale: nella sua versione trucker è l’accessorio simbolo della working class americana raccontata da Taylor Sheridan mentre, nella versione “quiet luxury” diventa il simbolo delle classi sociali più ricche, protagoniste di Succession.

Quindi, se volete vivere come in un film o in una serie televisiva, quale baseball cap scegliere? Dipende dalla storia che volete raccontare. Potete puntare sulla sua versione prettamente sportiva della New Era, da declinare in stile festaiolo old school da East Coast (visiera dritta) o più aggressiva da West Coast (visiera eccessivamente curvata), potete fare i nostalgici degli anni Ottanta e stare nel mezzo tra i due  estremi, con una franchigia come quella dei Detroit Tigers o degli immancabili New York Yankees o degli anni Novanta, con i Chicago Bulls. Potete comprare la replica di un cappellino della Bubba Gump Shrimp Company o puntare al modello olografico e fluorescente di Marty McFly. Potete far credere che vi occupate di cavalli selvaggi e pompe di petrolio con un trucker della Filson, o comprarvene uno nero o grigio antracite o blu, per spacciarvi per un operatore della CIA sotto copertura. O ancora, se il portafogli ve lo permette, potete immaginarvi in cima a un grattacielo di New York a decidere delle sorti della multinazionale di famiglia, con un baseball cap in cashmere di Loro Piana. Il resto starà a voi perché, come si dice, non è tanto il cappello, ma chi ci sta sotto.

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