Da oggi nelle sale italiane, Il Diavolo Veste Prada 2 riporta sul grande schermo uno dei personaggi più riconoscibili e citati del cinema contemporaneo: Miranda Priestly. Sono passati vent’anni dal film che trasformò Meryl Streep nella direttrice più temuta, elegante e implacabile del mondo della moda, ma il tempo non ha semplicemente alimentato la nostalgia. Ha cambiato anche il modo in cui quel mito viene raccontato. Se nel 2006 Miranda sembrava muoversi in un territorio quasi proibito, sospeso tra satira, leggenda editoriale e romanzo a chiave, oggi la comunicazione intorno al sequel appare molto più consapevole, frontale e persino complice. Anche perché, questa volta, la “vera Miranda” non è rimasta sullo sfondo.
Il nome è quello di Anna Wintour, figura centrale dell’editoria di moda internazionale e per decenni volto simbolo di Vogue. È su di lei che, fin dall’uscita del romanzo di Lauren Weisberger e poi del film diretto da David Frankel, si è concentrata l’attenzione del pubblico. Non perché Miranda Priestly sia una sua copia dichiarata in senso letterale, ma perché la connessione è sempre stata evidente: Weisberger aveva lavorato come assistente di Wintour, e il suo libro ha raccontato dall’interno, in forma romanzata, un ambiente fatto di potere, controllo, ambizione, paura e desiderio di appartenere.
Anna Wintour, la donna dietro il mito di Miranda Priestly
Anna Wintour è stata per oltre trent’anni la direttrice di Vogue America, diventando molto più di una semplice giornalista o editor. Il suo caschetto geometrico, gli occhiali scuri, la presenza glaciale alle sfilate e la capacità di dettare l’agenda della moda globale l’hanno trasformata in una figura culturale prima ancora che editoriale. Ancora oggi resta una delle personalità più influenti del settore, con ruoli globali all’interno di Vogue e Condé Nast. Il legame con Il Diavolo Veste Prada nasce però da Lauren Weisberger, che prima di diventare scrittrice fu assistente proprio di Wintour. Da quell’esperienza è nato il romanzo pubblicato nel 2003, poi adattato nel film del 2006 con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci. Nel tempo, Weisberger ha spiegato che il libro non era stato pensato come una vendetta, né come il tentativo di distruggere qualcuno, ma come il racconto di qualcosa che le sembrava vero rispetto alla propria esperienza accanto a una donna di enorme potere.
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Anche Wintour, negli anni, ha imparato a convivere con quell’ombra cinematografica. Parlando del primo film, ha ricordato di essere andata alla première vestita Prada e senza sapere davvero che cosa aspettarsi. Ha ammesso che nel mondo della moda c’era il timore che il film potesse metterla in una luce complicata, ma il suo giudizio finale è stato molto più disteso di quanto ci si sarebbe potuti aspettare: «Alla fine, ho pensato che fosse un ritratto corretto». È proprio qui che si trova il fascino duraturo di Miranda Priestly. Il personaggio interpretato da Meryl Streep non è soltanto una caricatura crudele di una donna potente. È diventato una lente attraverso cui il pubblico ha guardato il prezzo dell’ambizione, la violenza sottile dei luoghi di lavoro, il culto della perfezione e il modo in cui certe figure femminili vengono giudicate quando esercitano il potere con la stessa durezza spesso concessa agli uomini.
Il Diavolo veste Prada 2 e il ruolo della “vera Miranda”
Con Il Diavolo Veste Prada 2, il rapporto tra finzione e realtà sembra essersi ribaltato. Se il primo film sembrava inseguire l’aura di Anna Wintour quasi senza nominarla, il sequel arriva in un momento in cui quella stessa aura viene usata apertamente come parte del racconto promozionale. Il segnale più forte è arrivato da Vogue, che ha messo insieme Anna Wintour e Meryl Streep in una cover story pensata esattamente sul confine tra la vera icona editoriale e la sua controparte cinematografica.
In quell’occasione, Wintour ha riconosciuto il peso simbolico del personaggio con una frase significativa: «Prima di tutto, vorrei dire che è un tale onore essere interpretata da Meryl, per quanto Miranda sia distante da me». Una dichiarazione che tiene insieme distanza e complicità: da una parte la necessità di ribadire che Miranda Priestly non è Anna Wintour, dall’altra la consapevolezza che senza Wintour quella figura non avrebbe mai avuto la stessa forza nell’immaginario collettivo.

Anche Meryl Streep, tornando al personaggio dopo vent’anni, ha ammesso di aver pensato a lei: «Ho pensato onestamente ad Anna e ho cercato di immaginare cosa significasse portare la sua responsabilità ed essere interessata al mondo e curiosa come deve esserlo lei». L’attrice ha però chiarito che Miranda non nasce da un solo modello, ma da una somma di figure di potere, molte delle quali maschili. È un dettaglio importante, perché sposta il discorso oltre il semplice gossip sull’ispirazione reale e riporta Miranda al centro di una riflessione più ampia su autorità, immagine e controllo.
Il coinvolgimento della direttrice di Vogue
Il coinvolgimento di Wintour nel racconto del sequel non si è fermato alla promozione. Il regista David Frankel ha spiegato che un suo cameo non è entrato nel film perché sarebbe risultato “troppo meta”, ma la presenza della direttrice è comunque arrivata sul set. Durante una visita, Wintour avrebbe persino dato un’indicazione sugli allestimenti floreali di una scena ambientata negli uffici Dior, osservando che il brand non avrebbe usato così tanti fiori e che sarebbero stati bianchi. Un dettaglio minimo, quasi invisibile, eppure perfetto per raccontare quanto il mito di Miranda continui a vivere anche fuori dallo schermo: in uno sguardo, in una correzione, in un’idea di gusto che non ha bisogno di alzare la voce.
Vent’anni dopo, dunque, Il Diavolo Veste Prada 2 non riporta soltanto al cinema Miranda Priestly. Riporta in scena anche il dialogo mai davvero chiuso tra il personaggio e la donna che il pubblico ha sempre visto dietro di lei. La differenza è che oggi Anna Wintour non appare più soltanto come l’ombra da decifrare, ma come una presenza pienamente integrata nel mito. E forse è proprio questo il segno più evidente del tempo passato: il “vero diavolo che veste Prada” non deve più essere inseguito tra le righe, perché ormai è parte dichiarata della leggenda.
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