Il fuoco che ti porti dentro: la recensione del film di Edoardo De Angelis a Venezia 83
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Il fuoco che ti porti dentro: la recensione del film di Edoardo De Angelis a Venezia 83

Il regista napoletano torna a Venezia 83 con l'adattamento del memoir di Antonio Franchini, con protagonista una debordante Vanessa Scalera nel ruolo di una madre meridionale feroce e accentratrice

Il fuoco che ti porti dentro: la recensione del film di Edoardo De Angelis a Venezia 83

Il regista napoletano torna a Venezia 83 con l'adattamento del memoir di Antonio Franchini, con protagonista una debordante Vanessa Scalera nel ruolo di una madre meridionale feroce e accentratrice

Il fuoco che ti porti dentro Edoardo De Angelis recensione
PANORAMICA
Regia
Interpretazioni
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Colonna sonora

Antonio (Lino Musella), fuggito molti anni fa da Napoli, ha costruito a Milano una famiglia e una carriera di successo come editor letterario, lontano da sua madre Angela (Vanessa Scalera), una donna esagerata nel bene e nel male, irresistibile, antica e ostile come poche, che lo ha raggiunto per Natale e sembra decisa a restare. La cena della Vigilia, in compagnia anche della moglie (Elena Radonicich) e della sorella Paola (Ivana Lotito), diventa così un campo di battaglia emotivo, comico e feroce al tempo stesso, che fa riemergere un passato di sopraffazioni e incomprensioni.

A tre anni di distanza da Comandante, il regista napoletano Edoardo De Angelis è tornato in Concorso a Venezia 83 con una tragicommedia familiare che riprende la tradizione teatrale dei fratelli De Filippo (l’ambientazione natalizia va chiaramente in quella direzione), tornando ad aggiornarne la lezione in una chiave caustica e senza esclusione di colpi, girata con un’elettricità che passa attraverso corpi e gesti, dissezionati con una certa dose di mortifera passione e altrettanto disperato furore, e sorretta da dialoghi taglienti e momenti da spietato rendez-vous tra consanguinei.

Il nucleo di tutto, e il grande catalizzatore di quest’operazione che guarda frontalmente al kammerspiel più serrato, è naturalmente la Angela di Vanessa Scalera, una donna d’altri tempi ingombrante e priva di inibizioni, incapace di contenere le sue reazioni emotive quasi sempre sprezzanti e sopra le righe, puntualmente in grado di spezzare la serenità anche solo con un commento acido o un’esternazione malriposta.

A partire dal romanzo omonimo di Antonio Franchini, il film di De Angelis provvede a dissezionare soprattutto un rapporto madre-figlio evidentemente irrisolto e morboso, che non ha smesso di essere una pentola a pressione di rancore e prevaricazione. Fin dai primi minuti, Angela cucina moltissimo, sempre con la sigaretta in bocca, dispensando giudizi taglienti intorno a sé (i temi sono quelli che si può immaginare: la dieta vegetariana come fosse roba solo da buddisti, l’orientamento sessuale fluido di un nipote soltanto perché fa danza, il più classico dei “era meglio non fossi nato”) e la macchina da presa la segue, come tutti gli altri personaggi, con una prossimità nervosa e incandescente.

Inutile dire che, senza nulla togliere ai comprimari, il film si regge quasi tutto sulla monumentale e crudelissima maschera matriarcale, puramente mediterranea, interpretata dalla Scalera, attrice sanguigna e perfettamente a suo agio con un ruolo che richiedeva ampie dosi di overacting, mirato e opportunamente survoltato. Nella sua visione del mondo non esistono successi, o tantomeno è possibile agli altri costruire un’immagine di sé che non passi dalla sua approvazione, impossibile da raggiungere.

Il modo in cui questa famiglia ci viene presentata si nutre di cortocircuiti della vita quotidiana in cui ogni benessere è aggirato dall’incapacità di riportare tutto a una quiete, a una serenità che passa anche solo da un momento di condivisione in apparenza irrilevante. Nell’orizzonte apocalittico di Angela, l’unico attraverso cui riesce a filtrare se stessa e il mondo attorno a sé, la frattura tra il Nord e il Sud dell’Italia, coi meridionali costretti a emigrare per realizzarsi lavorativamente, diventa il vettore di una serie di ferite geografiche ed esistenziali impossibili da rimarginare: un concentrato esplosivo dell’Italia e delle sue contraddizioni, come fossimo dentro una cucina troppo carica di elementi e andata a male, da cui scaturisce quella stessa “puzza” che ad Antonio tutti attribuiscono, riconducendola e apparentandola – ovviamente – a sua madre e soltanto a lei.

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