Che un festival di cinema solletichi il dibattito culturale è fisiologico, che venga funestato dalle polemiche prima, durante e dopo lo e un po’ meno.

Eppure questa è stata la 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Che, in quanto opera seconda del direttore artistico Alberto Barbera, si preannunciava ancora più difficile della prima, criticata per l’assenza di star. Quest’anno le stelle ci sono state: Clooney, Johansson, Hardy, Dench e il ciclone Radcliffe posson bastare? E c’è stato anche il tempo per architettare la manifestazione (Venezia 69 era stata penalizzata dal tardo passaggio di consegne tra Müller e Barbera), ma qualcosa è mancato lo stesso.

E mentre il deus ex machina continua a difendere le sue scelte «rischiose, ma a favore di un cinema di qualità», la stampa – specie quella italiana (quella straniera è stata più benevola) – lo accusa di aver puntato su opere «non da Concorso» (leitmotiv della kermesse) o dal gusto eccessivamente estetizzante. Dalla sua parte il verdetto della Giuria presieduta dal Maestro Bernardo Bertolucci, che con il Leone d’Oro assegnato a Sacro GRA di Gianfranco Rosi ha premiato l’atto di coraggio di Barbera di aprire la gara ai documentari e sdoganare finalmente il cinema del reale.

Eppure, ormai a sipario chiuso, continuiamo a rivendicare che le sorprese che lo stesso Bertolucci aveva auspicato sono arrivate dal Fuori Concorso e dalle sezioni collaterali. Non capendo come mai Gravity di Alfonso Cuaron e Locke di Steven Knight non siano stati ammessi alla gara principale, e perché al loro posto figurassero titoli come Parkland o L’intrepido, considerati (quasi all’unanimità) deboli e immeritevoli di ambire al premio massimo. Ci domandiamo se l’“accanimento” su temi quale la violenza, la disumanizzazione dell’uomo e la perversione sessuale declinata nelle sue molteplici forme fosse davvero necessario e «riflesso dei tempi bui che stiamo vivendo» (Barbera dixit).

Nessuno – consapevole anche del budget inferiore su cui il Festival di Venezia può contare e di cui il direttore artistico non ha mai fatto segreto – si aspettava i capolavori di Cannes. Già sulla carta i titoli di Venezia 70 avevano destato alcune perplessità, ma in molti speravano in qualche inattesa illuminazione. Così non è stato, e allora viene da interrogarsi: è davvero questo lo stato di salute del cinema mondiale? Così controverso, così furbescamente costruito, lavorando di sottrazione per depistare lo spettatore (Miss Violence di Alexandros Avranas, Leone d’Argento e Coppa Volpi maschile), così ossessionato dalla perfezione estetica da risultare estenuante (Stray Dogs di Tsai Ming Liang e La moglie del poliziotto di Philip Gröning, Gran Premio e Premio Speciale della Giuria), così a corto di idee da dover pescare dalla letteratura, dalla Storia (quante volte verrà ancora rievocato l’assassinio Kennedy come nel citato Parkland?) o da se stesso, riproponendo immagini e vicende passate sul grande schermo centinaia di volte (l’America provinciale che fa da sfondo a Joe)? Ce lo chiediamo perché la fotografia che ci arriva dal cugino Festival di Toronto sembra, invece, molto diversa.

Accanto a queste riflessioni è indubbio e apprezzabile che Barbera abbia voluto scommettere anche su un cinema sperimentale, accogliendo artisti di estrazione indie come Kelly Reichardt (Night Moves) o Jonathan Glazer, che ha proposto una versione aliena di Scarlett Johansson; ma forse i tempi non erano ancora maturi.

Il festival del cinema più longevo del mondo avrebbe bisogno di ritrovare la propria identità di talent scout di idee nuove e originali, ma dalla risonanza mondiale. Di riscoprirsi vetrina di una Settima Arte meno popolare così che questa possa farsi più vicina al “popolo”. Soprattutto, lo coinvolga, smettendo di guardare a se stessa in modo compiaciuto. […]

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