Forse non tutti sanno che quella tra le Torri del World Trade Center, in bilico su un filo a oltre 400 metri d’altezza, non è stata la traversata su un cavo più lunga – né la più pericolosa – affrontata dal funambolo francese Philip Petit (cadere da 50 metri o da 200 non fa una gran differenza, senza paracadute). Ad esempio nel 1982, sempre a New York, camminò per oltre un chilometro tra il balcone di un appartamento in Amsterdam Avenue e le guglie di una cattedrale. Su un filo inclinato.

La ragione della fama della traversata del 1974 è soprattutto simbolica, e non è un caso che entrambi i film dedicati a Petit – nel 2008 James Marsh ha vinto l’Oscar con il documentario Man On Wire – siano successivi all’11 settembre. E infatti The Walk finisce così, con una lenta carrellata aerea verso le Torri Gemelle, al tramonto, e Petit/Gordon-Levitt che dice di avere un pass per salirci in cima “per sempre”. In sostanza si dice che il suo gesto ha reso immortali i due edifici, oltre il loro crollo.

Ora, un’impresa simile, e il funambolismo in generale, possono essere affrontati su due piani: la spettacolarità – magari la poesia – della performance, e lo studio psicologico di chi la compie. The Walk, e tutto sommato anche Man On Wire, si concentrano sul primo aspetto, e poi su una questione in un certo senso secondaria – ma molto “cinematografica” – ovvero che essendo queste traversate illegali e dunque clandestine, erano preparate come una rapina in banca, con la stessa meticolosità, lo stesso studio preliminare del territorio di conquista.

Sembra una prospettiva un po’ povera per un gesto simile e un uomo simile, ma il lavoro che fa Zemeckis con il 3D è mozzafiato (se soffrite di vertigini vi ritroverete con le unghie conficcate nella poltroncina), e considerato che nessuno di noi era a New York quella mattina di giugno del 1974, il punto di vista di chi stava sul filo aggiunge comunque significato alla faccenda.

Il resto è la storia di una vocazione e una visione, a cui però – anche se è un po’ pedante dirlo – rendono maggior giustizia Il trattato di funambolismo di Petit stesso (un libricino esile esile e molto secco, non vi spaventate – dice tutto quel che serve sull’indole del suo autore) e l’introduzione di Paul Auster che lo precede.
Dove il film è un pochino mortificante è invece nel taglio da commedia etnica, con i francesi che vengono chiamati “mangiarane”: conciati come sono ti aspetti da un momento all’altro che tirino fuori dalla giacca una baguette. Niente di grave, ma insomma…

Per finire. Petit era – è – “matto”? Nell’intervista che ci ha rilasciato Joseph Gordon-Levitt (la trovate nel numero di ottobre 2015 di Best Movie), che l’ha frequentato per settimane prima di iniziare a girare, emerge il ritratto di una personalità borderline, che in quei giorni del 1974 era molto vicina al punto di rottura. Eppure ciò che fece ridefinisce il concetto stesso di capacità di autocontrollo.

Una cosa torna molte volte nei film, nei libri e nelle testimonianze di chi l’ha visto esibirsi e di chi lo conosce: Petit non dava mai l’impressione di essere in pericolo. Nei 52 minuti in cui camminò sospeso tra le torri, si fermò a salutare il suo pubblico a terra, si distese sul cavo, e addirittura guardò giù. Quello che, per bocca dello stesso Petit, un funambolo non dovrebbe mai fare.

PS: una volta, pochi anni dopo le Torri, Petit è caduto, da 12 metri, mentre si allenava su un cavo inclinato. Si è perforato un polmone, spappolato il pancreas, distrutto un’anca e rotto un certo numero di costole. 9 mesi dopo ha ricominciato a esibirsi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA