Visto che il suo nuovo film, The Place (in sala dal 9 novembre dopo l’anteprima al Festival di Roma), è tutto ambientato tra i tavoli di un bar, fa un certo effetto incontrare Paolo Genovese proprio in un caffè del centro della capitale, all’aperto, con l’autunno intorno che ancora non ha iniziato a ingiallire gli alberi. Maestro del cinema high-concept italiano, cioè dei film costruiti attorno a un’idea forte e semplice da comunicare, Genovese questa volta si porta dietro un carico di aspettative ancor maggiore del solito, visto che il suo lavoro precedente, Perfetti sconosciuti, è stato un vero e proprio fenomeno culturale: box office straordinario (oltre 17 milioni di euro), critiche positive, tanti premi e soprattutto una sfilza di remake in arrivo. «In Grecia il film è già pronto, in Spagna ha da poco finito di girarlo Alex de la Iglesia, e anche in Francia sono imminenti le riprese: tra i protagonisti ci sarà Bérénice Bejo. Mentre i diritti americani li hanno acquistati De Niro e Di Caprio. Tutto bene, per carità, ma non è che io sia al settimo cielo a pensare il mio film rifatto. È stato invece molto emozionante vederlo programmato, compreso e amato in tutto il mondo, indipendentemente dalla nazionalità del pubblico». E siccome l’appetito vien mangiando (parole sue), ecco un’altra storia destinata a parlare a tutti aggirando le barriere linguistiche e culturali, almeno nelle intenzioni. Quella di un uomo misterioso (Valerio Mastandrea) che esaudisce i desideri delle persone in cambio di un pezzetto della loro anima, cioè di un compito che viene loro affidato.

Il film sembrerebbe ispirato alla serie Tv The Booth at the End, ma oltre al mito di Faust mi ha ricordato anche il romanzo Cose Preziose di Stephen King.
«Ti confermo l’ispirazione alla serie. L’ho vista quasi per caso, anche perché poi ho scoperto che non è così conosciuta, e mi ha entusiasmato l’idea. Anzi, il tema, che poi è la morale. In questo momento in cui il mondo sta andando in fiamme e tutti siamo portati sempre di più a puntare il dito e a dire cosa è bene e cosa è male, The Place vuole chiamarci in causa in prima persona: se fossimo noi a dover fare qualcosa di discutibile in cambio di un grande vantaggio, come ci comporteremmo?».

Quali sono le differenze principali con il modello americano?
«Il film propone dieci situazioni molto diverse, alcune più forti e altre meno. Certi personaggi sono gli stessi della serie inglese, altri sono stati creati ex novo. Rispetto a The Booth at the End, tutte le storie si chiudono, hanno cioè dei veri e propri finali, e in alcuni casi si intrecciano».

Dopo Perfetti sconosciuti, un’altra storia tutta girata nello stesso luogo.
«Sì, è un film con una sola location, ma direi molto più di Perfetti sconosciuti: lì era una casa, qui è il tavolino di un bar, un mondo ancora più piccolo. Ho scelto di non uscire mai da questo mondo per mostrare l’esterno, che quindi non è necessariamente Roma: potremmo trovarci in un bar europeo di una città qualsiasi. Posso dirti che anche le scelte registiche e fotografiche vanno proprio nella direzione di cercare di togliere “romanità” alla confezione del film».

Se dico che Perfetti sconosciuti e The Place sono film high-concept, è una definizione che ti piace?
«Ci sono due tipi di film high-concept, secondo me. Quelli in cui l’idea forte di partenza è funzionale soprattutto a contenere il budget e quindi alle esigenze di produzione, e quelli in cui è al servizio del film e della storia. The Place non nasce per costare poco, anche se ovviamente alla fine ha un budget contenuto. Se invece quando parliamo di high-concept intendiamo l’importanza del punto di vista, allora è una cosa che trovo fondamentale, anche perché trovare una tematica completamente nuova è quasi impossibile. Pensa a Perfetti sconosciuti: la tematica, cioè quanto poco conosciamo chi ci sta vicino, è vecchia, ma il punto di vista, cioè l’uso dei cellulari, è nuovo e lo attualizza nella nostra società».

Aver fatto il pubblicitario in passato ti ha aiutato in questo modo di pensare i film?
«Sicuramente mi ha influenzato, ma ancor più lo ha fatto l’aver lavorato a diversi cortometraggi prima di diventare pubblicitario. I corti sono così: c’è un’idea centrale forte, che poi si sviluppa in forma breve».

Come si riesce a rendere vario e interessante, attraverso l’uso della macchina da presa, uno spazio così limitato?
«In uno spazio del genere la macchina da prese deve sparire, te la devi quasi dimenticare: il ritmo, la cadenza di montaggio, la danno i dialoghi. Bisogna stare sugli attori, non c’è quasi bisogno di controllare l’inquadratura. Ognuna delle scene che ho creato poteva essere un piano sequenza. The Place è un film in cui tutto quello che succede è raccontato, è quasi meta-cinema, il pubblico è stimolato a immaginare a modo suo le situazioni, con gli strumenti che noi gli forniamo».

Perché hai scelto Valerio Mastandrea per il ruolo centrale, quello del tentatore?
«Perché è un ruolo fatto di nulla, c’è molto poca recitazione da spendere, e Valerio mi pare eccezionale nel comunicare senza le parole, con le piccole cose, sottraendo. Tutti gli altri personaggi hanno una storia da raccontare e un conflitto interno, parlano molto, mentre il protagonista deve essere neutro. Potrebbe essere Dio, il diavolo, la nostra coscienza…».

Visto che The Place è ispirato a una serie, posso chiederti quali sono quelle che segui e che ti piacciono di più?
«Ne vedo tante. Le prime che mi vengono in mente e che ho amato sono House of Cards, Orange is the New Black, This is Us e The Night Of, con un John Turturro eccezionale…».

A proposito di Turturro, anche lui è un po’ come Mastandrea, no? Bravo a recitare mostrando molto poco. Non ti è mai venuta voglia di coinvolgerlo in un tuo progetto?
«Forse non dovrei dirlo, ma per il mio prossimo progetto “americano” sto provando a coinvolgerlo. È un attore che mi piace tantissimo. Il film si chiama Il primo giorno della mia vita, è uno script in inglese che vorremmo girare a Manhattan. Il tema, per diversi personaggi, è la possibilità, e anche la difficoltà, di ricominciare tutto da capo, ricominciando da zero. Persone di diverse età ed estrazioni sociali».

Avresti preferito uscire con il tuo film a Natale, come sembrava fino a qualche giorno fa?
«Alla fine direi di no. The Place non è una commedia e un’uscita sotto le feste, per giunta dopo Perfetti sconosciuti, avrebbe rischiato di dare un’idea sbagliata. E non c’è niente di peggio che entrare in sala aspettandosi una cosa e trovarne un’altra».

Tra l’altro per la sala è un momento complicato, e non solo per il cinema italiano.
«Il cinema italiano mi pare soffra un po’ di più rispetto a quello straniero, che in qualche modo arriva da noi già “selezionato”. Ma il punto è che oggi più che mai il pubblico te lo devi meritare, perché negli ultimi anni le alternative casalinghe sono sempre maggiori e ghiotte: Sky, Netflix, Amazon Prime Video, Google Play…».

E nonostante questa abbondanza di alternative, escono sempre più film.
«Forse la soluzione sarebbe una divisione del prodotto tra sala e Tv: in questo momento tutti i film che vengono prodotti si dà per scontato che passino per i cinema. Mentre esiste un’offerta ampia, diciamo “media”, che probabilmente farebbe meglio se andasse direttamente in televisione. Non si possono produrre 200 film italiani l’anno e poi a superare i 200.000 euro non sono nemmeno la metà. C’è qualcosa da mettere a punto anche nel sistema dei finanziamenti e del tax credit, perché il continuare a produrre film che si sa a priori che non copriranno i costi assomiglia tanto a una stortura». 

Foto: Maria Marin

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