Un cartone animato per bambini che parla di morte? Solo la Pixar poteva essere così spericolata e vincere la sfida di realizzare un film sulla perdita dei propri cari così luminoso, scatenato e divertente. Del resto, come diceva lo stesso Walt Disney, “per ogni risata ci dovrebbe sempre essere una lacrima”.

Ambientato in Messico durante il Giorno dei morti – una delle feste più sentite e identitarie del Paese – Coco segue le avventure di Miguel: un ragazzino di 12 anni che si trova catapultato nella Terra delle anime, un aldilà coloratissimo dove abitano tutti i defunti. Dettaglio fondamentale: Miguel sogna di diventare un grande musicista, ma nella sua famiglia la musica è stata bandita dopo che il suo trisnonno abbandonò moglie e figlia per la carriera da chitarrista, cantante e compositore.

La musica è dunque un ingrediente fondamentale in Coco ma forse l’aspetto che più – letteralmente – abbaglia del film è la sua fotografia eccezionale: i giochi di luce tra candele, lampade colorate e fiori, sono pazzeschi e rendono ogni immagine un quadro sfavillante.

Il film uscirà nei cinema italiani il 28 dicembre. Noi ne abbiamo parlato con Adrian Molina e Darla K. Anderson, rispettivamente co-regista e produttrice del film.

Da dove arriva la primissima idea per Coco?
Darla K. Anderson: «È un’idea che risale a molti anni fa e che arriva dal regista Lee Unkrich. Lui è sempre stato affascinato dalla celebrazione messicana del Giorno dei morti, in particolare lo intrigava questo strano accostamento tra scheletri e colori, tra qualcosa di cupo e di vivace. Più faceva ricerche, più il contrasto lo intrigava, e più iniziava a pensare alla relazione coi suoi cari defunti e al modo in cui l’avessero influenzato e fatto diventare la persona che è oggi. Non solo, perché Lee si è chiesto: “Come sarebbe incontrare i miei parenti che non ci sono più, ma anche quelli che non ho mai incontrato? Cosa gli potrei chiedere?” Da queste domande nasce Coco, un film sul cosa significhi far parte di una famiglia». 

Coco è una lettera d’amore alla cultura messicana. Come avete lavorato per evitare di scivolare sugli stereotipi?
Anderson: «Per noi della Pixar la fase di preparazione e ricerca è fondamentale. Ecco perché, per costruire tutti i nostri film, prevediamo numerosi viaggi nei luoghi reali che ispirano le nostre opere. Per Coco i membri della produzione, molti animatori e ovviamente i registi sono stati per molti mesi in diverse località messicane per studiarne usi, costumi, musiche, architetture». 

E precisamente dove siete stati?
Anderson: «Il primo anno siamo andati nel Michoacán, a Pátzcuaro e in altre cittadine della zona. Poi siamo stati a Città del Messico proprio durante il Giorno dei Morti e lì abbiamo visitato anche siti archeologici e musei molto interessanti come quello di Dolores Olmedo che raccoglie opere di Diego Riviera e di Frida Khalo e dove, nei giardini, si aggirano questi cani senza pelo, gli Xoloitzcuintle, una razza tipica messicana (la stessa di Dante, il cane protagonista del film, ndr). Ci siamo dunque spostati a Oaxaca e nei dintorni per vedere i modi specifici in cui ogni singola comunità celebrava il Día de Muertos».
Adrian Molina: «Abbiamo passato molto tempo con le persone del posto, accompagnando le famiglie ai cimiteri per capire come ognuno di loro rispettava a proprio modo le tradizioni. Ogni piccolo dettaglio che abbiamo colto, ogni foto che abbiamo scattato è diventata la base delle immagini del film. Perché Coco non si basa su stereotipi ma su persone, luoghi e culture reali».

Nella fase di preparazione vi siete avvalsi di esponenti della cultura messicana come il fumettista Lalo Alcaraz, inizialmente critico verso il vostro progetto.
Molina: «Sì, abbiamo deciso di formare una squadra di tre consulenti che vedeva, oltre a Lalo, il drammaturgo Octavio Solis e l’ex-CEO della Mexican Heritage Corporation Marcela Davison Aviles. Loro sono stati il nostro “core group”, il nostro principale interlocutore per tutto quello che aveva a che fare con la cultura messicana: è a loro che abbiamo mostrato i primissimi montati per essere sicuri che la nostra storia fosse rispettosa e autentica e che stessimo lavorando nel modo migliore. Hanno agito con uno spirito collaborativo e sono stati una risorsa necessaria, preziosa».

Quali sono i principali riferimenti visivi del film?
Molina: «Soprattutto l’arte di Juan Guadalupe Posada: le sue illustrazioni con questi scheletri in costumi vittoriani sono molto iconiche e hanno contribuito in modo fondamentale alla creazione dell’immaginario del Día de Muertos. Il primissimo personaggio che Miguel incontra nella Terra dei morti, ad esempio, è ispirato a una famosissimo creazione di Posada: La Catrina».

Il titolo del film si riferisce a un personaggio secondario, una scelta abbastanza strana…
Anderson: «Mama Coco è la bisnonna di Miguel: purtroppo la sua memoria sta svanendo e non riesce neanche a riconoscere Abuelita, sua figlia. Intorno a lei c’è un’aura di mistero ma soprattutto lei, essendo la più anziana, è la figura che ha un legame più stretto con le tradizioni familiari. Guardando il film, scoprirete poi che non è poi un personaggio così secondario».

Immagino che gli scheletri, con il loro smontarsi e riassemblarsi, siano stati dei personaggi molto stimolanti da animare. Inoltre hanno una forte potenzialità comica. Vedendo certe sequenze mi è tornato alla mente il bellissimo cortometraggio di Walt Disney del 1929 The Skeleton Dance.
Molina: «Quel corto, in effetti, è stata una delle fonti di ispirazione principali: tutti noi animatori lo proiettavamo in loop nelle nostre stanze mentre realizzavamo gli storyboard proprio per ricordarci dell’energia che puoi ottenere animando degli scheletri. Paradossalmente, gli scheletri sono i personaggi più carichi di vita e più divertenti dell’intero film. Abbiamo costruito queste figure in modo che non fossero per nulla spaventose, quanto vivaci e comiche. Animare gli scheletri è stata forse la parte più interessante: dato che non hanno muscoli e quindi non c’è nulla che li tenga “legati”, si possono muovere come vogliono, non seguendo i rigidi schemi dell’anatomia umana ma scomponendosi e ricomponendosi in infinite combinazioni».   

La fotografia di Coco e i suoi giochi di luce sono qualcosa di sorprendente. Come siete riuscite a ottenere questo effetto?
Anderson: «I viaggi in Messico di cui ho parlato prima sono stati una fonte di ispirazione unica in questo senso. Tutti quei piccoli villaggi coi loro cimiteri illuminati da un’infinità di candele e lampade colorate, pieni di fiori e di incensi, avevano un’atmosfera incredibile. Per ricreare quel mondo il direttore della fotografia Danielle Feinberg ha dovuto lavorare a stretto contatto con il production designer Harley Jessup, anche perché molte delle fonti di luce provenivano proprio dagli elementi della scenografia, per esempio dall’interno dei palazzi o dagli altarini per i defunti; tra loro c’è stato un matrimonio molto riuscito. Entrambi avevano anche partecipato a due dei nostri viaggi scattando letteralmente 10mila foto». 
Molina: «Penso che la qualità dell’illuminazione sia qualcosa di unico nella sua liricità e nel suo essere così scintillante. Ogni immagine è un quadro».

Abbiamo parlato di luce, ma è vero che in Coco percepiamo anche un po’ del lato oscuro della vita, visto che si parla di morte e di perdita. Del resto, Walt Disney diceva: «Per ogni risata ci dovrebbe sempre essere una lacrima». In Coco come avete costruito il giusto mix tra commedia e dramma?
Molina: «Noi siamo prima di tutto delle persone che raccontano delle storie e il nostro primo obiettivo è creare una connessione con il pubblico restituendo delle emozioni e delle esperienze universali. In questo caso, parliamo di morte ma lo facciamo – e questo è l’aspetto che trovo davvero unico in Coco – in maniera divertente (il viaggio di Miguel è ricco di comicità) e soprattutto ottimistica. Abbiamo voluto parlare della morte in chiave positiva credendo nella connessione che resta coi defunti anche oltre la morte, e di come i nostri cari continuino a vivere con noi». 

Sono passati poco più di due anni dall’uscita di Il libro della vita, un altro film ambientato nel Giorno dei morti. Non avevate paura che Coco potesse soffrire di un effetto di déjà vu? 
Molina: «L’ambientazione è la stessa, ma sono due film che raccontano due storie diverse. Coco è prima di tutto la storia di una famiglia, sull’importanza delle proprie radici. Il libro della vita è un bellissimo film e siamo solo contenti che abbia portato attenzione in modo autentico sulla cultura messicana».

Pixar è famosa per i suoi easter eggs. Domanda sfacciata: ci potete dare qualche aiuto per scovarne qualcuno?
Anderson: «Ovviamente no, altrimenti si perde tutto il divertimento».
Molina: «Quello che posso dire è che, più di qualsiasi altro film, Coco è pieno di riferimenti ai mondi e ai personaggi del mondo Pixar».

Cosa vorreste che Coco lasciasse agli spettatori?
Molina: «Ho due speranze. La prima è che Coco spinga chiunque a prendere in mano uno strumento musicale. La seconda è che spinga gli spettatori a chiamare i propri parenti, i propri genitori, nonni o bisnonni per farsi raccontare la storia della propria famiglia. Perché è proprio questo il significato del Giorno dei Morti: ricordare».

Foto: Getty

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