Negli ultimi anni i giornalisti avevano smesso di chiedergli come fosse essere “figlio di”. Dopo tanto cinema e tantissimo teatro, Alessandro Gassmann era riuscito a guadagnarsi una propria autonomia e identità artistica tanto da far suonare anacronistico parlare di quel padre-monumento. Alla spericolatezza di voler fare la stessa professione, all’inevitabile gogna di essere messo a confronto con uno – è il caso di dirlo? – dei più grandi attori del nostro cinema, Gassmann junior aveva risposto con la fatica del mestiere. E su quel terreno scivolosissimo è sempre riuscito a stare in piedi, regalando anche ottime prove come, giusto per fare un esempio, in Il nome del figlio, un film dove, forse non a caso, il tema dei genitori ingombranti era ben presente. Non contento, ha voluto ora rimescolare un po’ le carte in tavola e raccontare una storia che, anche se non è direttamente ispirata al padre, di certo ha delle fortissime eco familiari. Una storia dove l’orgoglio e l’inadeguatezza di essere figli d’arte è il cuore pulsante del racconto; una storia molto sentita da Alessandro che infatti l’ha scritta, diretta e interpretata. 

Il film in questione è Il premio, commedia on the road nelle sale dal 6 dicembre con un inedito Gigi Proietti nei panni di un cinico ed egocentrico scrittore che, per paura di volare, decide di raggiungere Stoccolma in auto. Missione: ritirare il Nobel.

Ho appena intervistato Gigi Proietti e mi è sembrato sinceramente soddisfatto del film.
«Lo spero. Gigi è la grandissima sorpresa di questo film, nel senso che, a detta sua, fa un tipo di interpretazione che al cinema non gli era mai stata offerta prima. È stato un regalo grandissimo per me e spero che il film gli porti fortuna perché lui è un uomo diverso, un attore diverso».

Quindi mentre scrivevi la sceneggiatura avevi subito pensato a lui?
«Assolutamente sì».

Di cosa parla Il premio?
«Il film racconta del viaggio di questo grandissimo scrittore con due dei suoi numerosi figli sparsi per il mondo: lui ha vinto il premio Nobel per la letteratura, non vuole volare, e quindi si fa accompagnare da Roma a Stoccolma con un pulmino. Non è mio padre quello descritto in Il premio, però indubbiamente ci sono situazioni analoghe a quelle che ho vissuto in prima persona, in gioventù, con lui. È una commedia ma il mio intento non era solo far divertire; volevo soprattutto mettere al centro del racconto il rapporto tra padri e figli. E poi è un film che parla di diversità: questo scrittore è un diverso. È un genio, che però è circondato da gente normale che non è geniale come lui. In questo, il discorso alla premiazione finale fatto dallo scrittore è molto emozionante: lui sostiene quanto sia fondamentale nella società di oggi che le persone forti, quelle che ce la fanno, non si devono dimenticare mai dei deboli intorno a loro perché senza non avrebbero potuto raggiungere quel successo».

Da dove arriva questa storia?
«Il film però nasce da un’idea di mio padre. Negli ultimi anni di vita ripeteva sempre un po’ depresso: “Se mi stufo potrei accettare tutti i premi alla carriera che mi vogliono dare in giro per il mondo: ho calcolato che così potrei viaggiare, mangiare e dormire gratis per tre anni spostandomi ogni settimana”. L’incipit del film è questo, poi ho trasformato la storia in altro. Mio padre, per fortuna, di stranezze ne aveva molte, come il fatto di voler farsi imbalsamare, cosa vietata dalla legge italiana, per essere messo nel salotto di casa!».

Come descriveresti il protagonista?
«È un uomo cinico, egocentrico, che cerca di risolvere i suoi problemi personali ma non ne ha le capacità. Non si è preparato a questo nella vita. Lui si è preparato a ben altro: a vincere premi, a scrivere libri e storie meravigliose per gli altri, mentre la storia della sua vita non è riuscito a scriverla tanto bene…».

Come dicevi, il protagonista non è ispirato direttamente a tuo padre, ma sottotraccia ci sono molti rimandi. Il fatto che Gigi lo conoscesse bene sarà stato essenziale.
«Gigi è un vecchio amico di famiglia, uno degli attori che ha conosciuto meglio mio padre, che ha condiviso con lui gioie e dolori. Ed è stato se non un suo allievo sicuramente un figlio adottivo. Di sicuro è la persona che lo imita meglio; cosa che non fa nel film, nonostante io glielo abbia chiesto…».

Gigi mi ha detto che quella è stata la scena più emozionate per lui.
«Mi fa molto piacere che la pensi così. Devo dire che anche io mi sono molto emozionato a scriverla e girarla».

Qual è il tuo primo ricordo di Gigi?
«Al Teatro Tenda di piazza Mancini in A me gli occhi, please: avevo 10-12 anni, l’avrò visto dieci volte di fila. Era un periodo in cui in quel luogo succedevano un sacco di cose: oltre a Proietti, c’era mio padre con Sette giorni all’asta, poi Pasolini, Benigni. Era un luogo incredibile per la cultura romana e non solo. Non ho mai riso così tanto a teatro come allora, e comunque gli show di Gigi mi divertono sempre molto, appena posso vado a vederlo».

E un ricordo “oltre il palcoscenico”, nella vita quotidiana?
«Lui era spesso ospite nella nostra casa in campagna, e mi ricordo che era una delle persone che faceva più ridire mio padre nella vita privata: mio padre adorava tutti coloro che lo prendevano in giro, e in questo Gigi era fenomenale».

Come si colloca Il premio nel panorama del cinema italiano attuale?
«È un po’ una scommessa. È un film scorretto, cinico e caustico, e questo pur essendo una commedia che esce il 6 dicembre quindi consigliata a tutta la famiglia. Poi non è un film regionale; anzi, penso che possa avere delle buone possibilità di essere capito anche fuori del nostro paese. Ultimamente si parla molto di un nuovo cinema italiano che vuole distaccarsi da quelle commedie un po’ tutte uguali (e alle quali ogni tanto partecipo pure io) e che punta sul genere; si avverte una certa vitalità e io spero di farne parte».

Parliamo un po del resto del cast.
«Oltre a Gigi, anche gli altri attori sono stati fantastici: Anna Foglietta, Rocco Papaleo, Matilda De Angelis e questa mia scoperta che si chiama Marco Zitelli, che in realtà è un cantante e che nel film interpreta mio figlio. Tutti hanno fatto dei ruoli abbastanza inediti per loro, e l’hanno fatto in maniera eccezionale».

E allora parliamo un po di ognuno di loro. Partiamo dai giovani: Matilda De Angelis.
«Lei fa il ruolo di un’amica di mio figlio che vive in Danimarca. Matilda prima che attrice è musicista e nel film ci ha regalato delle performance fantastiche. Canta da dio. Le voglio molto bene».

A proposito di musicisti-attori, dicci qualcosa su questa tua scoperta: Marco Zitelli.
«Marco Zitelli, in arte Wrongonyou, è un cantante romano di 27 anni. Oltre a recitare per la prima volta in un film, ha firmato anche la colonna sonora insieme a Maurizio Filardo (l’autore delle musiche dei film di Paolo Genovese) portando il suo genere: un country folk all’americana. Io l’ho scoperto perché stavo cercando qualcuno con quel tipo di atmosfera sonora che rimandasse a certi road movie made in USA come Easy Riders o Little Miss Sunshine. Sia come attore che come musicista è molto bravo, da tenere d’occhio».

Con la bravissima Anna Foglietta come è andata?
«Grandissima Anna! In passato, con lei ho avuto un’esperienza teatrale bellissima, uno spettacolo su Alda Merini con la mia regia, e poi ci siamo incontrati molte volte nei film. È la compagna di lavoro ideale: un’attrice supertecnica e supertalentuosa, sa diventare tutto. In questo caso interpreta un ruolo molto scomodo: è mia sorella, ma a differenza del mio personaggio, si è voluta mettere in competizione con il genio di nostro padre cercando di fare un po’ lo stesso mestiere, ossia scrivere. Lei ha un blog di cinema, cultura, letteratura, viaggi, ha molti follower, e sta sempre sui tappeti rossi sfruttando biecamente il suo cognome. All’inizio risulta veramente davvero antipatica, poi si svela essere molto tenera e commovente».

E Rocco Papaleo?
«Lui è il segretario personale dello scrittore. Non solo, visto che è anche… il suo pusher! Eh sì, perché nonostante l’età, il personaggio di Gigi fa uso di droghe leggere. La cosa divertente è che è il segretario personale che lui ha ereditato direttamente da Burroughs. Anche qui Rocco fa un personaggio abbastanza diverso dal solito, nel senso che non si appoggia sul suo dialetto, sulla sua regionalità, ma costruisce un raffinatissimo factotum che potrebbe uscire da un film inglese».

Tu oltre che regista sei anche interprete. Nel film sei Oreste, un personal trainer. Immagino che la scelta di questa professione così fisica voglia suggerire la volontà di prendere le distanze dalla professione intellettuale del padre.
«Sì, è esattamente così. Oreste vuole essere l’opposto del padre. Nonostante sia cresciuto in una casa dove piena di libri, un po’ per paura, un po’ perché un genitore così può indurre alla fuga, ha scelto di non studiare, di non leggere, di essere ignorante. Allo stesso tempo è anche colui che con la sua semplicità aiuta il vecchio a capire che le cose più importanti sono quelle che aveva intorno. Ma lui non se ne era mai accorto perché distratto dal suo grande talento, dalla sua arte, dai suoi successi».

Erano un po di anni che i giornalisti avevano smesso di chiederti come fosse essere figlio di. Ora per, con l’uscita di questo film, la domanda torna un po a galla
«Io sono stato fortunato. Sai, di padri importanti ce ne sono di tutti i tipi, di buoni, di medi, di cattivi. Il mio è stato un ottimo padre perché ha avuto tempo di occuparsi di me e non mi ha mai fatto sentire solo pur essendosi separato da mia madre e poi risposato. E poi, come tutti i grandi uomini e le grandi donne che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita da Marcello Mastrionanni a Margherita Hack fino Umberto Veronesi, cercava disperatamente di non metterti a disagio con il suo talento. Mio padre era così: non faceva mai pesare il suo genio, anzi, come già detto, adorava farsi prendere in giro; aveva un senso di autoironia fortissimo che è presente anche nel personaggio del film».

È vero che tuo papà diceva che tu da grande saresti diventato un puttaniere o un croupier?
«Sì sì, è vero. Era la sua speranza e invece lo ho deluso (ride, ndr). Io sono predisposto, di sicuro più di lui, nel mantenere i rapporti con le persone: non mi piace litigare, dico sempre quello che penso subito e non lascio accumulare risentimenti o altro, doti che per croupier sarebbero state molto utili».

Come si fa a dirigere se stessi? Qual è il tuo metodo?
«Io mi sono fatto le ossa a teatro dove ho fatto diverse regie di spettacoli di cui ero anche interprete: quelle esperienze mi sono servite molto, sono state un’ottima palestra. Sul set mi succede questo: quando sono al monitor e imposto la scena, sono completamente un regista e non attore. Quando viene dato il ciak divento completamente un attore. Se devo trovare in me un difetto è quello di abbattermi facilmente, di sfiduciarmi davanti alle critiche. Ma allo stesso tempo sono uno che ascolta molto chi lo circonda, soprattutto i suoi colleghi, e sono, mi dicono, un attore piacevole da frequentare sul set o sul palcoscenico perché gioco molto di rimessa più che di attacco, quindi sono una buona spalla».

Il premio è un road movie, un genere molto frequentato al cinema. Tu hai avuto dei riferimenti particolari in questo senso?
«Little Miss Sunshine in primis: una perla incredibile della storia della commedia indipendente americana. E con questo metterei anche Nebraska, un altro viaggio di un padre e un figlio, certo più drammatico, in bianco e nero, ma sempre bellissimo. Sono due film molto diversi ma bellissimi entrambi».

Qual è stata la scena più emozionate?
«Di scene che mi hanno emozionato, o facendole o vedendole, ce ne sono molte. Del film mi emoziona molto Gigi, l’età che avanza sul volto di chiunque ma forse ancora di più su chi ha avuto tanto dalla vita, soprattutto se quella persona ha voglia di passare la lezione a chi lo seguirà. Mi toccano le persone generose, come del resto era mio padre. Mi emoziona molto il discorso finale di Gigi, così come le visioni in cui rivede se stesso con suo padre, e poi anche la presa di coscienza del mio personaggio e di Anna Foglietta davanti alle critiche di un genitore così insopportabilmente intelligente».

Prendendo spunto dal titolo, per te i premi sono qualcosa di importante o sono solo il frutto dei compromessi di una giuria?
«Mi è capitato spesso che mi volessero dare un premio ma che, non potendo essere fisicamente presente alla cerimonia per motivi di lavoro (magari ero su un set o in tournée a teatro), quel premio venisse dato a un altro… Ecco, questa non mi sembra una gran mossa. Fortunatamente coi Nobel non accade. Detto questo, i premi fanno piacere anche se sappiamo che magari qualcuno lo meritava più di noi e forse a teatro è tutto un po’ più controllato rispetto al cinema, sebbene ci siano dei premi teatrali sui quali ho delle grosse remore».

Immagino ti sia anche capitato di trovarti dall’altra parte ossia di far parte di una giuria. Com’è andata? Spesso si legge di liti furiose ai festival
«Liti furiose no, anche perché quando ero nella giuria dei cortometraggi alla Mostra di Venezia avevo come compagna Luciana Littizzetto! Mi è capitato di far parte della giuria del festival di Deauville, una manifestazione interessantissima in cui venivano presentate le produzioni indipendenti americane in cerca di distribuzione in Europa. Ero l’unico italiano insieme a inglesi e americani ed è stato davvero stimolante perché si intessevano delle discussioni molto serie e lunghe senza mai alzare la voce: ho imparato tanto da quella esperienza. Onestamente, cerco di sfruttare biecamente ogni occasione per imparare qualcosa».

A proposito di Nobel, non possiamo non citare il lunghissimo silenzio di Bob Dylan quando ricevette il premio l’anno scorso. Questo episodio ha in qualche modo influenzato la scrittura del vostro film?
«No, per nulla. Però ci ha fatto gioco: “Vedi che arriva anche gente molto strana a vincere il Nobel?” ci siamo detti. Restando in argomento, mi piace ricordare anche il Nobel a Dario Fo nel 1997, visto che ricorre il ventennale proprio quest’anno».

Tra l’altro Dario Fo ricevette l’annuncio quando era in macchina con Ambra Angiolini mentre stavano girando una puntata di Milano/Roma e si fermarono a brindare in autogrill!
«Sì, sì, me lo ricordo bene: grandissimo».

Tra gli sceneggiatori de Il premio, c’è Massimiliano Bruno, altro tuo grande amico
«Il film ha avuto una gestazione molto lunga: all’inizio era nato sotto un’altra forma, ovvero un adattamento letterario, ed eravamo solo io e Valter Lupo a scrivere la storia, poi è entrato Massimiliano Bruno e ha preso la struttura finale. Con Massimiliano siamo amici e lavoriamo spesso insieme, anzi penso di essere l’attore che ha più usato in assoluto. Tra l’altro ora sto leggendo il suo libro Non fate come me, e mi sta piacendo tantissimo, glielo ho pure detto. Lui ha una capacità di scrittura intelligente e ironica insieme, anche i suoi film non sono facili, spesso si butta in avventure complesse ma ne esce sempre bene. Abbiamo in progetto un altro film insieme».

Altri progetti futuri?
«Tante cose top secret. Posso dire soltanto che tornerò a Napoli per parecchi mesi per le riprese della seconda stagione di I bastardi di Pizzofalcone, abbiamo cambiato regista, ora c’è Alessandro D’Alatri, e ci auguriamo di bissare i risultati della prima stagione, anzi possiamo fare ancora meglio! Vado molto orgoglioso di questa serie».

Hai citato Napoli e colgo l’occasione per chiederti di spendere due parole su quella straordinaria avventura che è stata Gatta Cenerentola.
«Con estremo piacere. Io ero l’unico romano di quella grande famiglia napoletana che è la Mad Entertainment (la casa di produzione): la scoperta di questa fucina di talenti, la capacità di realizzare un film animato di altissima qualità ma con mezzi infinitesimamente più piccoli rispetto ai cartoon americani mi ha lasciato senza parole. Napoli è una città così: sforna dei geni artistici a ripetizione, di vario tipo, di vario genere, dal cinema ai cartoni fino ai fumetti. È insieme a Milano è la città culturalmente più viva del nostro paese, molto più di Roma».

Ti è dispiaciuto che alla fine il film non sia rientrato nella corsa per la nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero?
«Dispiaciuto sì, ma credo che avesse poche chance: un cartone animato fatica di più in una gara dal genere. Già il fatto di essere stato inserito nella lista dei possibili candidati mi ha fatto grande piacere, non tanto per me che sono un doppiatore e il mio contributo è stato minimo quanto per la Mad Entertainment perché spero che possa in un futuro continuare a produrre emozioni come solo loro sanno fare».

Foto: Anna Camerlingo

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