A 77 anni e mezzo secolo abbondante di carriera alle spalle, Gigi Proietti non ha certo bisogno di presentazioni. Attore, regista, doppiatore (è sua la voce di Gandalf in Lo Hobbit, come suo è anche l’indimenticabile “Adrianaaaaa…” del primo Rocky), è anche scrittore, musicista, cantore della romanità, rockstar dell’avanspettacolo, sin dall’inizio artista perfettamente in bilico tra il colto e il popolare. Dopo i primissimi esordi nel teatro sperimentale («c’era più gente sul palco che in platea!» ricorda con ironia), la svolta arriva con lo spettacolo Alleluja brava gente dove si trova a prendere il posto di Domenico Modugno per recitare accanto a Renato Rascel; da lì, il grande pubblico non smetterà di seguirlo. L’ultimissima prova del suo magnetismo unico è stato lo show-repertorio Cavalli di battaglia: più di venti repliche all’Auditorium Parco della Musica di Roma, tutte rigorosamente sold out.

E se a teatro continua a spaziare tra generi diversi, si veda il drammatico Edmund Kean al Globe Theatre della Capitale che lui stesso dirige dal 2003, il cinema lo ha ultimamente un po’ troppo rilegato alla sola commedia popolare (i film di Carlo Vanzina, Boxoffice di Greggio, Indovina chi viene a Natale di Brizzi). Ora, però, ci pensa un vecchio amico di famiglia come Alessandro Gassmann a regalare a Gigi un ruolo più sfaccettato e perfino scostante sul grande schermo. L’occasione è Il premio, commedia on the road nelle sale dal 6 dicembre, in cui Proietti interpreta uno scrittore cinico e ed egocentrico che, per paura di volare, decide di raggiungere Stoccolma in auto con la sua famiglia sgangherata. Missione: ritirare il Nobel.

Partiamo coi complimenti. Alessandro ha dichiarato che lei “ha donato un’interpretazione sublime, sorprendente, facendo un grande regalo al film e a tutto il cinema italiano”.
«Alessandro è troppo generoso. Io e lui ci vogliamo bene, quindi quello che posso solo dire è che qualche giorno fa ho visto un primo montato e mi sembra un buon film. Io non faccio molti film, tra me e il cinema non c’è un matrimonio riuscito fino in fondo, e dunque sono stato particolarmente contento di questa parte abbastanza inedita. Il cinema non mi aveva mai dato un ruolo così controverso, anche di una certa durezza: è uno scrittore depresso, cinico, che ormai non ha più ispirazione, che non si stima. A teatro è diverso: lì mi capita di spaziare di più, di avere ruoli drammatici come Edmund Kean, insomma di non fare solo commedie. Non che Il premio non sia una commedia, anzi, lo è, ma non è una farsa. E a volte si confondono questi due termini».

È una “commedia all’italiana” come si diceva una volta per indicare quelle storie satiriche che prendevano di mira la società?
«Ma sì, anche se è un termine un po’ logoro. Di certo è un film contemporaneo che dialoga con la nostra epoca raccontando le difficoltà dei rapporti non solo tra generazioni ma proprio tra le persone. E quindi fa ridere, ma c’è anche una vena malinconica e perfino folle in certi momenti».

Il suo personaggio è lontanamente ispirato a Vittorio Gassman: com’è stato far rivivere questo attore-monumento che è stato anche suo grande amico?
«Be’, un’esperienza strana, indefinibile, qualcosa che è andato ben oltre il recitare. E non solo per Vittorio, ma anche per Alessandro che conosco fin da piccolo: me lo ricordo ancora come un bambino simpatico ma con poca voglia di studiare mentre ora è diventato un regista importante, bravo. Non lo dico per bilanciare i suoi complimenti di prima: è stata una piacevolissima scoperta. Io non avevo visto il suo primo film, Razzabastarda, ma posso dire che per Il premio è stato un ottimo allenatore, strategico nel condurre tutti gli attori dove aveva in mente. E poi ha tenuto testa a tutte le difficoltà tipiche dei road movie con i continui cambi di location e, per la gioia e le tasche dei produttori, ha pure rispettato i tempi di lavorazione».

Com’era il rapporto tra Gassman padre e Gassmann figlio?
«Il premio lascia intuire qualcosa di intimo del loro rapporto che io però non posso sapere. All’epoca io vedevo Vittorio non dico come uno scavezzacollo, perché non lo era, ma come un uomo per il quale la famiglia era forse un po’ lontana. Non posso dire di più perché non so. Quello che posso dire è che io e Vittorio eravamo davvero amici. Ricordo di quando abbiamo fatto insieme Un matrimonio di Altman e siamo stati per un mese in uno dei posti più brutti dell’America: Milwaukee. Nonostante la differenza di età, lì ci siamo confidati molto. Tra i grandi del cinema italiano di allora è stato quello con cui ho legato di più; gli altri, Sordi, Manfredi, Tognazzi, li ho appena conosciuti. Invece con Vittorio ci siamo proprio frequentati, anche perché lui continuava non solo a fare cinema ma anche teatro, con Carmelo Bene ad esempio».

Ci può regalare un aneddoto su di lui?
«Di aneddoti ce ne sono tanti, Vittorio era spiritosissimo. Dato che ho citato le riprese del film di Altman, vi racconto di quando eravamo sulle rive del Lago Michigan: un luogo di una depressione impressionante. Era tutto piattissimo, nessun rilievo per migliaia di miglia, una monotonia insostenibile per noi uomini mediterranei. Per riprenderci Vittorio voleva sempre andare in un luna park lì vicino dove c’era questa ruota panoramica perché lì, almeno per cinque minuti, potevamo rimare sollevati da quella depressione!».

Si dice spesso che lavorare con registi che sono anche attori è molto d’aiuto perché non ti spiegano quello che devi fare ma te lo fanno proprio vedere.
«No, questo Alessandro non lo faceva. Anche perché, e non parlo di me, il cast era di primissimo ordine con attori che non avevano certo bisogno di venir costruiti ma che anzi proponevano idee in prima persona. Insomma, io mi sono trovato veramente bene e non lo dico come frase fatta: lo so che gli attori dicono di divertirsi in ogni film che fanno, ma in realtà noi non abbiamo neanche avuto il tempo di divertirci visto che dovevamo cambiare continuamente location».

Qual è stata la sua prima reazione quando Alessandro le ha parlato del progetto? Era intimorito?
«In realtà non me ne ha parlato Alessandro, ma la produzione accompagnato da un classico “che ne direbbe?”. Dentro di me ho accetto subito, nessun timore. Ora spero che piaccia al pubblico, lo spero soprattutto per Alessandro perché se lo merita».

Come avete lavorato per costruire il suo personaggio?
«Facendo una cosa che al cinema, in Italia, purtroppo non si fa: la lettura del copione. Un po’ come si usa fare a teatro, ci siamo seduti intorno al tavolo recitando le nostre battute e discutendo dei personaggi, delle loro azioni, del loro passato. È una fase essenziale del lavoro anche perché, poi, sul set non c’è più tempo. Mi ricordo che lavorava così anche Sidney Lumet, e infatti anche lui, come Alessandro, veniva dal teatro. Allora io ero un ragazzo, eh sì parlo del Medioevo!, e avevo una piccolissima parte in La virtù sdraiata dove c’era Omar Sharif: avevamo usato lo stesso metodo, la differenza era che lì dovevo recitare in inglese, e per fortuna avevo poco da dire!».

Qual è stata la scena più emozionante de Il premio?
«La scena del discorso di ringraziamento per il Nobel, una scena che non ha emozionato non solo me. Il mio personaggio dice delle cose che condivido molto. Il viaggio fino a Stoccolma gli è servito per tirare le somme della sua vita, riscoprire delle cose e trovare quello che gli mancava».

Partendo dal titolo, qual è il premio più importante che si può ricevere nella vita?
«L’Oscar, ma magari! Scherzi a parte, il premio più importante è ideale, direi, perché quelli materiali sono solo dei pezzi di carta che alla fine non contano molto… Io non è che ami molto i premi; in Italia, poi, non si fa altro che dare premi col paradosso che, se non vai a ritirarli, li danni ad altri! Dal punto di vista professionale il premio principale è ovviamente il pubblico e da questo punto di vista mi sento molto fortunato».

E quando si è trovato dall’altra parte, quella dei giurati, le è piaciuto?
«No, per nulla. Senza stare qui a rievocare la situazione specifica, ricordo solo che dovevo dare dei voti a delle persone: terribile. Per me il voto è una sorta di violenza: non lo amo, anzi bisognerebbe proprio toglierlo dal vocabolario. Per l’amor di dio! Già ci sono le commissioni teatrali del Ministero che danno i voti: sì, danno un voto da 1 a 30, ed è terribile che dopo 50 anni di teatro io debba sapere se ho preso 30… Ma poi da parte di chi?».

So che è una domanda difficilissima, ma guardandosi indietro, qual è stato il momento più significativo della sua carriera?
«In teatro ce ne sono stati diversi, quello che più ha segnato la mia piccola e modestissima storia è stato lo show A me gli occhi, please, roba del ’76-77 che mai avrei immaginato che avrebbe avuto quel successo. Gli spettacoli che faccio ora sono un po’ nipotini di quello: insieme a Roberto Lerici avevamo inventato una forma di spettacolo che non esisteva e che andava dal drammatico al comico, dalle canzonacce al jazz passando per Petrolini. All’epoca c’erano i recital e c’era allora il teatro canzone di Gaber, ma noi facevamo ancora un’altra cosa. L’allora sindaco di Roma Giulio Carlo Argan, che era anche un critico d’arte, disse che a suo modo era uno spettacolo sperimentale e popolare insieme».

Che è un po’ quello che si dice spesso di lei.
«Eh sì, di me dicono che cerco di coniugare l’alto col basso, ma per me in cultura non c’è alto o basso. Semplicemente c’è quello che può definirsi cultura e quello che no. E i responsabili della vita politica del paese, prima di prendere qualsiasi decisione, dovrebbero dire cosa è cultura e cosa no. Ma qui il discorso diventerebbe lunghissimo».

A proposito di teatro sperimentale, lei ha iniziato facendo in quell’ambiente dove, parole sue, era più la gente sul palco che quella in platea…
«Oggi non è la stessa cosa, perché c’è più sostegno a chi fa teatro di ricerca: allora no, e se non avevi un lavoro o non venivi da una famiglia… “abietta”, ehm abbiente, dovevi cercare di fare un altro tipo di spettacolo, così scoprii che, accettando di fare una commedia musicale che si chiamava Alleluja brava gente, c’era un pubblico grosso che andava a teatro per vedere cose leggere. Quindi ho cercato di coniugare queste due cose: l’esigenza di avere pubblico – anche perché senza pubblico non c’è spettacolo – con quella che viene chiamata qualità. Senza avere il voto delle commissioni, però!».

A fine ottobre è tornato all’Auditorium Parco della Musica con Cavalli di battaglia, a cui hanno partecipato anche le sue due figlie Susanna e Carlotta. La difficoltà mista all’orgoglio di essere “figli d’arte” è al centro de Il premio ma è anche qualcosa che lei conosce da vicino…
«Se le donne è già difficile fare questo mestiere (la drammaturgia nei secoli è stata fortemente maschile, c’è poco da fare), per due figlie d’arte lo è ancora di più: c’è sempre un po’ di sospetto. Fortunatamente sono brave, che va be’ detto dal padre non conterà molto ma è così».

Che consigli ha dato alle sue figlie?
«Di consigli noi ce ne diamo di continuo e anche adesso forse lei non ha sentito ma c’è stato uno scrocchio di dita con cui mia figlia mi richiamava. Personalmente non amo dare consigli che suonino come prediche, non ne ho mai dati e non intendo farlo ora. Susanna e Carlotta hanno scelto di lavorare nel mondo dello spettacolo spettacolo senza nessuna pressione da parte mia (addirittura Carlotta si era iscritta di nascosto a un corso di recitazione senza dire nulla in casa) e l’unico mio aiuto è stato farle partecipare a dei miei spettacoli in modo che captassero alcuni trucchi della professione, che imparassero sul campo visto che nelle scuole di recitazione non hai quasi mai un riscontro col pubblico. Ecco, se io riaprissi una scuola di recitazione metterei una materia che normalmente non c’è: “il pubblico”. E questo specialmente nel comico: è inutile insegnare che i tre tempi portano alla risata se non si hanno davanti degli spettatori sui quali testare l’esito di questa tecnica!».

Foto: Anna Camerlingo

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