È uno degli attori più rigorosi e sofisticati del cinema italiano. Negli anni è stato diretto da autori del calibro di Marco Tullio Giordana, Marco Bellocchio, Mario Martone, sempre prediligendo ruoli sfaccettati, impegnati, drammatici; ha poi fatto molto teatro e nel 2013 ha debuttato pure alla regia con La città ideale, un noir kafkiano ironico e dolente. C’è un’innegabile aurea intellettuale intorno a Luigi Lo Cascio, ed è anche per questo che la sua partecipazione alla scatenata e psichedelica saga di Smetto quando voglio ha – piacevolmente – sorpreso un po’ tutti. E anche in un contesto diverso dal solito, l’attore ha dimostrato di essere totalmente a proprio agio costruendo un villain che, soprattutto in questo terzo episodio Ad Honorem (nelle sale dal 30 novembre), si rivelerà più glaciale e spietato che mai.    

Riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio. Sappiamo che è stato Sydney a volerti nel cast: ci puoi raccontare del vostro primo incontro?
«Il nostro primo incontro, a dire il vero, è stato abbastanza strano. Mi spiego. Io avevo amato moltissimo il primo Smetto quando voglio e così, quando Sydney mi ha chiamato per propormi di entrare nella saga, ero davvero contento: nel tragitto da casa al luogo dell’appuntamento fantasticavo su come sarei diventato anch’io uno di quei personaggi assurdi. Invece, sono stato subito gelato: non sarei stato un membro della banda, bensì il cattivo. Quello che Sydney mi proponeva – e che all’inizio è stata una piccola delusione – era di usare il mio ruolo per dare alla saga una sterzata di realtà. Il mio Walter Mercurio doveva essere meno “super-eroe” rispetto ai vari ricercatori, ma più legato alla vita. Doveva imprimere un tocco di dramma in quel contesto generale di commedia».

Guardando i primi cinque del terzo capitolo direi che la sterzata è stata bella forte: sono sequenze cupissime, sembra quasi di trovarsi in un altro film, di essere in un noir metropolitano alla Michael Mann. E il tuo personaggio è davvero spietato…
«Sono contento che lo tu dica perché questo era lo scopo di Sydney. Lui mi ha proprio detto: “È vero che siamo in un registro che può assomigliare ai cinecomic Marvel con dei supereroi contro un supercattivo, però non voglio rendere i miei personaggi dei pupazzi”. Ecco perché ha voluto costruire un cattivo non convenzionale, che non fosse fantoccio, ma incollato alla realtà». 

Il primo Smetto quando voglio lo avevi visto al cinema?
«Sì, l’avevo visto al cinema e, come già detto, ne ero rimasto folgorato. Ero contentissimo che in Italia fosse uscito un film così, e che fosse stato notato dalla critica e dal pubblico, nonché premiato ai David di Donatello. Era un film intelligente, spiritoso, scritto bene, con un’ottima regia e poi con degli attori eccezionali: ognuno di loro aveva fatto del proprio personaggio un capolavoro, riuscendo al tempo stesso a rispecchiare lo stile unico di Sydney ma anche a a far emergere la propria personalità. E poi, come hanno riconosciuto tutti, è stato un film importante nel panorama produttivo italiano; lo ha smosso».

Tra le qualità dell’intera trilogia, quella forse più evidente è la sua scrittura.
«Concordo. Non bisogna preoccuparsi di portarsi la matita da casa per proporre delle correzioni alle battute. I dialoghi sono scritti con la stessa genialità dei personaggi della saga, una precisione da matematici».

Nei contenuti extra del Blu-ray del secondo film, c’è una featurette molto interessante che ci porta nella “writing room”: la stanza tappezzata di post-it, schemi e appunti dove Sydeny e gli altri due sceneggiatori sono stati rinchiusi per un anno e mezzo a scrivere il film, e lì c’era una tua foto con al fianco Darth Vader…
«Be’ l’immaginario di Sydney è quello, passa per film come Ritorno al futuro, Ghostbusters, Guerre Stellari, i cinecomic Marvel. A me fa abbastanza impressione questo accostamento con Darth Vader, però se lui ha letto in me qualcosa di somigliante ai suoi eroi non mi meraviglia per niente».  

Ti ha dato dei riferimenti precisi ad altri villan per costruire il personaggio di Walter Mercurio?
«I suoi erano riferimenti sempre legati al fantasy o al mondo dei fumetti, come per esempio il Joker. Abbiamo guardato soprattutto all’estero anche perché per Sydney l’unico vero cattivo del cinema italiano è… il geometra Calboni di Fantozzi! Detto questo, io ho preferito non citare o imitare esplicitamente quei villan; anzi, non li ho proprio guardati per non deprimermi, è inutile tirarsi la zappa sui piedi. Ho preferito prendere molto sul serio la sceneggiatura e vedere se questo portava a una forma espressiva che potesse involontariamente somigliare a quei suoi riferimenti».

A proposito di supereroi, tu guardi i cinecomic?
«A dire il vero no. Non ho nessun pregiudizio, sia chiaro, il fatto è che, avendo due figli piccoli, ultimamente vado poco al cinema e cerco di scegliere le cose che mi sono più congeniali, come i film che sono stati ai Festival di Cannes o Venezia».

Senza rivelare troppo, il tuo Walter Mercurio è un personaggio molto sfaccettato che, in passato, era un uomo molto diverso. Immagino che per un attore sia molto stimolante poter rendere due caratteri così antitetici in un solo film.
«Walter Mercurio è un personaggio molto stratificato. Nel film si va indietro nel tempo e vediamo anche il suo passato, quando era giovane e lui era una persona completamente diversa. C’è una trasformazione in lui: lui non è nato cattivo, è nato normale, un uomo che ha anche una sua coscienza ma che concepisce un piano criminale cosmico mosso da un trauma, un dolore fortissimo che ha subìto, da un desiderio di vendetta. Una vendetta, la sua, che non si compie subito: Mercurio è in grado di aspettare per renderla il più spietata possibile, c’è una sorta di apprendistato dell’odio in lui».

Com’è stato lavorare con quell’uragano di entusiasmo che è Sydeny Sibilia?
«È un vulcano. La sua giovinezza mi ha travolto: per me che ho compiuto da poco 50 anni, che vivo in un mondo cavernicolo e che ho delle competenze scarsissime in fatto di tecnologia, lavorare con lui è stato entusiasmante. Sydney è in grado di unire il suo lato giocoso e la sua passione per il cinema a un’altissima competenza tecnica frutto di una grande curiosità per tutto che c’è di nuovo».

Come dicevamo prima, i film di Sydney, ed è anche questa la loro forza, sono molto scritti, con dialoghi di precisione chirurgica nella loro ironia. Sul set avete anche improvvisato o non ce n’era necessità?
«No, non sono film che richiedono improvvisazione. In passato mi è capitato di fare film dove in sceneggiatura c’era scritto “il gruppo di amici sale in macchina e parla”. Allora lì tu speri di essere inquadrato da fuori, quindi senza audio, in realtà poi la mdp è dentro l’auto e tu sei obbligato a parlare e ti devi inventare qualcosa da dire. Lì si improvvisa perché fa parte dello spirito del film, della sua volontà di dilatazione, di cercare la battuta imprevista. Smetto quando voglio funziona invece come un ordigno esplosivo, infatti c’è molta musica, e quindi è già tutto programmato nel dettaglio. Ogni tanto può capitare che nel passaggio da scrittura a recitazione ci sia una piccola variazione in cui l’attore adatta la parola alla sua personalità».

In quest’ultimo capitolo c’è questa scena molto divertente di teatro in carcere in cui si prende un po’ in giro quell’ambiente un po’ snob con il direttore del primo Hystrio che non degna il direttore del carcere neanche di una parola. Tu che sei un uomo di teatro, quanto ti sei divertito a vederla?
«È una presa in giro molto simpatica. Mi ricordo che quando ho iniziato a fare questo mestiere,sui giornali c’era uno spazio incredibile per il teatro. Le recensioni erano quasi dei saggi, e si aspettava spasmodicamente l’uscita di questi articoli il giorno dopo la prima; mi rendo quindi conto della sofferenza che oggi, invece, possano provare i giornalisti e critici di teatro nel dover parlare di uno spettacolo in uno spazio ormai risicatissimo. Premi come quello Hystrio citato nel film sono un po’ l’occasione in cui il teatro torna a rivendicare la propria importanza».

In Italia c’è una divisione abbastanza netta tra attori di cinema d’autore e attori di commedie o comunque di opere più commerciali. Volendoti nella sua saga, Sydney ha un po’ rotto questo schema.   
«Diciamo che mi ha messo all’interno di qualcosa di diverso rispetto a tutto quello che avevo fatto in precedenza. Nella mia carriera ho fatto personaggi molto distanti tra loro – penso a film come Gli amici del bar Margherita, Mio cognato di Piva, Il sogno del maratoneta – insomma non mi è mai mancata la possibilità di spaziare in personalità lontane da loro. Però sono contento di aver fatto Smetto quando voglio perché, tanto per dirne una, è un film d’azione. Anche perché, sotto la scorza dei personaggi che ho fatto in passato e che hanno portato la mia immagine più verso l’intellettualità e la cerebralità, io ho un passato da atleta».

Vero, eri un mezzofondista.
«Sì, facevo gli 800 e 1.500. Erano gli anni del grande Totò Antibo e allora tutti i palermitani, per spirito di emulazione, volevamo fare mezzofondo. C’era molta concorrenza e, purtroppo, c’erano anche tanti ragazzi più forti di me».

Anche adesso continui a correre?
«Mi piace molto la corsa, soprattutto mi è utile per pensare e sfogarmi. Non ho molto tempo ma quando posso vado a correre: soprattutto se è un momento in cui sto scrivendo, è un momento in cui riesco a riflettere, ad assentarmi da tutto il resto. È anche per questo che corro senza musica: la musica mi sembra per quelli che non vogliono accorgersi di star faticando, come se cercassero qualcosa che gli faccia compagnia. Invece è talmente bello stare al presente della propria corsa e dei propri pensieri. Non mi sento di criticare, però io faccio parte della vecchia scuola di chi si allena senza auricolari e non ammette distrazioni. Be’, questa fa sempre parte della mia natura cavernicola, forse…».

Tornando alla tua carriera, stai allora aspettando la proposta per una commedia?
«Lo spero anche se non ho smanie di questo tipo. Dico soltanto che, se qualche regista dovesse leggere questa intervista, io sono nato con pezzi comici, vengo dal cabaret. Il mio gruppo si chiamava “Le ascelle”, e facevamo delle cose molto bizzarre che avevano a che fare con le secrezioni del corpo umano…».

Dove ti vedremo prossimamente?
«Ho fatto un film che si chiama Il mangiatore di pietreed è un’opera prima di Nicola Bellucci, autore di documentari molto apprezzati qui al debutto nel cinema di finzione. È un giallo ambientato sulla neve, sulle montagne vicino a Cuneo: abbiamo girato a 20 gradi sotto zero, quindi una bella sfida per un siciliano come me! A Teatro ho curato invece la scrittura e la regia di Tamerlano tratto da Marlowe mentre Sergio Rubini mi ha coinvolto nel suo Delitto/Castigo: ci aspetta una bella tournée».

Nel 2013 avevi debuttato alla regia con La città ideale. Un’opera prima di grande fascino, sfuggente, incasellabile nella quale avevi messo dentro quello che ami: Elio Petri, Hitchcock, Beckett, Kafka, Dostoevskij. Ti piacerebbe tornare dietro la macchina da presa?
«Certo. È stata un’esperienza che mi è piaciuta moltissimo. È una delle cose a cui sono legato più in assoluto nella vita, non solo come mestiere, ma anche per il fatto di aver recitato con mia madre, c’era mio zio a cui sono molto legato e che purtroppo è scomparso da poco (Gigi Borruano). Se dovessi scrivere un’altra storia giusta per il cinema, tornerei subito dietro la macchina da presa. Per me la regia è qualcosa che viene dopo la scrittura, non saprei girare una storia scritta da altri. E siccome le storie che mi vengono in mente ora sono più giuste per il teatro, le mie regie sono state più teatrali».

Un film visto recentemente al cinema che ti è piaciuto?
«Come dicevo prima, purtroppo ora vado molto poco al cinema. Tra i più recenti, citerei Non essere cattivo: quello mi ha colpito enormemente. Un film cruciale come poteva essere stato anni prima L’imbalsamatore di Garrone».

E le serie Tv le guardi?
«No, non ho tempo. Lo so che mi sto perdendo un sacco di cose bellissime, ma non ne ho visto neanche una, proprio zero. Per questo dico che sono un cavernicolo!» 

Ultima domanda. In Smetto quando voglio i protagonisti non riescono a fare il lavoro che amano. Per te, quanto è stato difficile fare l’attore?
«È stato relativamente difficile. Sicuramente sarebbe stato più difficile se non avessi avuto il sostegno della mia famiglia. Per loro, all’inizio, è stato traumatico: all’epoca studiavo Medicina, e fino a 21 anni non avevo mai pensato di fare l’attore. Dunque, quella decisione poteva sembrare un azzardo, qualcosa che mi poteva esporre alla catastrofe. Quando però i miei genitori hanno visto che ero realmente motivato, non si sono sottratti e mi hanno sostenuto per poter studiare all’Accademia a Roma. È stato un grande sacrificio per loro, visto che siamo cinque fratelli. Solo anni dopo mi sono reso conto che quell’aiuto, che allora davo quasi per scontato, è stato immenso».

Foto in apertura: Zayed Iacovelli

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