Se la comicità è femmina e ha un volto, quel volto è il suo. Surfando tra cinema e televisione, radio e teatro, Paola Cortellesi è la testa di serie indiscussa dell’ironia e della satira italiana – sì, perché nei suoi spettacoli e film la critica sociale non manca. Ora torna sul grande schermo con una commedia diretta dal marito Riccardo Milani e in cui duetta per la seconda volta con Antonio Albanese dopo Mamma o papà. Per parlare di Come un gatto in tangenziale abbiamo raggiunto l’attrice al telefono in una mattinata di inizio novembre. Ecco la nostra conversazione a tratti interrotta dalla sua bambina che le voleva offrire un uovo al tegamino di plastica con un perentorio e dolce «Dopo mangialo, però!».
«Era la mia piccolina. E va be’, dopo mi dovrò inventare qualcosa per digerirlo…» si è scusata Paola con la consueta ironia. Con lei abbiamo discusso anche dello scandalo Weinstein, e lì il suo tono si è fatto più serio, attenta a soppesare ogni singola parola.

Il titolo del film è decisamente di “impatto”. Cosa si nasconde dietro?
«A Roma c’è questo modo di dire che, quando una cosa è destinata a durare poco, è “come un gatto sull’Aurelia”, dunque un gatto – diciamo – con ottime probabilità di essere investito. Per rendere l’espressione più comprensibile in tutta Italia abbiamo sostituito l’Aurelia con la tangenziale. Questa frase è anche una battuta ricorrente di Monica, il mio personaggio. All’inizio non era il titolo del film ma, finita la sceneggiatura, abbiamo pensato che racchiudesse un po’ il senso del film e la disillusione insita nella protagonista».

Da dove arriva la storia del film?
«Riccardo Milani (il regista nonché suo marito, ndr) ama la commedia, gli piace far ridere ma anche dare un senso alla risata e raccontare quello che ci accade intorno. In questo caso, insieme a Furio Andreotti e Giulia Calenda, abbiamo voluto mettere in scena lo scontro tra due ceti sociali opposti, una sorta di lotta di classe».

E chi sono i protagonisti di questa lotta di classe?
«Monica e Giovanni, interpretati da me e Antonio Albanese. Due personaggi agli antipodi per ideali, approccio alla vita, modo di vestirsi, gusti cinematografici. Giovanni è un intellettuale rigoroso e sincero nei suoi ideali che fa parte di un think- tank e lavora per migliorare il futuro delle famiglie nelle periferie; periferie che però lui non abita, visto che vive una vita molto agiata. Monica, invece, quei quartieri ai margini li conosce in primissima persona, la sua casa è lì; è una bella coatta, una donna molto, molto, ma molto verace, che campa un po’ per stereotipi e luoghi comuni, è una persona disillusa che non crede nella politica, ma che nemmeno si informa a dire il vero».

Come si incontrano, o meglio si scontrano, Monica e Giovanni?
«Per colpa dei loro figli: due ragazzini di 13 anni che si fidanzano. È così che i buoni propositi del personaggio di Albanese si scontrano con la dura realtà, e lui tocca con mano quanto i suoi ideali siano difficili se non impossibili da applicare. Senza contare che, essendoci di mezzo la sua stessa figlia, anche il suo credo liberale inizia a vacillare…». 

Di quale periferia stiamo parlando nel dettaglio?
«Di Bastogi, a Roma: una periferia forse non tra le più conosciute. È abbastanza piccola se la  paragoniamo per esempio al Corviale, dove avevamo girato Scusate se esisto!». 

In cosa ti assomiglia Monica e in cosa, invece, è molto lontana da te?
«Di diverso, c’è che io non ho quel tipo di aggressività. In comune, c’è il fatto che anche io sono cresciuta in periferia: non era una periferia così dura e problematica come quella rappresentata nel film però ho sperimentato anch’io quella sensazione di isolamento. Per Monica c’è una separazione netta tra la sua gente e quelli della città che hanno accesso ai servizi, che vivono in modo più comodo. Chi abita ai margini ogni giorno deve lottare con il disagio ed è costretto a ragionare secondo il mors tua vita mea».

Quindi nella periferia che raccontate in Un gatto è in tangenziale è in atto una sorta di guerra interna? Non c’è quella “solidarietà da borgata” che abbiamo visto in Il contagio, giusto per fare un esempio di un film recente anche se completamente diverso?
«Abbiamo voluto mostrare entrambi gli aspetti: c’è solidarietà, certo, ma anche un’importante dose di aggressività: una forma di separazione interna, di intolleranza a volte, c’è una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, la necessità di difendersi sempre, la rabbia di vivere ai margini e al tempo stesso un atteggiamento fiero, l’orgoglio delle proprie origini.Noi abbiamo voluto trattare un argomento attuale e affatto leggero scegliendo il registro umoristico; un veicolo, quello dell’umorismo, capace di arrivare in profondità, attraverso il lato cinico e a volte buffo delle situazioni più dure».

Oltre che interprete, sei anche autrice della sceneggiatura. È il terzo film che scrivi con tuo marito e, in passato, hai raccontato di discussioni molto accese. È cambiato qualcosa?
«Assolutamente no! Non è cambiato proprio nulla (ride, ndr). Per fortuna Furio Andreotti e Giulia Calenda, che firmano lo script con noi e con cui collaboriamo da tempo, oltre che colleghi sono dei cari amici perciò sono abituati e fanno fronte in modo signorile alle nostre battaglie e liti durante la scrittura. Devo dire che, però, quando siamo sul set magicamente si scioglie tutto».

L’ultimo film che tu, Riccardo Milani e Antonio Albanese avete fatto insieme era Mamma o Papà: una commedia scorretta che faceva a pezzi la famiglia, qualcosa di sacro in Italia. Come definiresti la comicità di questo film invece?
«È una commedia direi realistica anche nei suoi momenti più folli».

Inutile dire che se sei tornata a lavorare con Albanese così a stretto giro di tempo è perché avete trovato una forte sintonia.
«Noi ci amiamo! E la cosa straordinaria è che abbiamo la complicità di mio marito, non è fantastico? Scherzi a parte, è sin dagli inizi della mia carriera che mi piace fare gruppo, creare una squadra, continuare a lavorare con le persone con cui c’è intesa. Lo considero un privilegio, così come è stato un privilegio recitare ancora con Antonio: siamo molto simili e ci troviamo bene insieme. Amiamo giocare e scherzare anche perché quando fai una commedia è bene tenere l’umore alto, però siamo entrambi anche molto seri, ci piace arrivare preparati prima del ciak, studiare insieme ogni dettaglio. Duettare con Antonio è magnifico. Al cinema si fa un lavoro corale, e quando trovi un partner con cui hai questa bella intonazione è qualcosa di unico».

Recentemente hai detto che il tuo sogno è fare un musical.
«Sì, mi piacerebbe moltissimo fare un musical, ma per ora non ci sto ancora lavorando. Negli ultimi anni ho ricevuto diverse proposte in tal senso ma purtroppo, per il lavoro già programmato, non sono ancora riuscita a realizzare questo desiderio».

Allora aspetteremo! Tra l’altro su Wikipedia si legge che le tue doti canore sono state lodate perfino da Mina che ti ha definito “una delle più belle voci italiane”…
«La verità? Io campo ancora di rendita con quella dichiarazione della “divina”! Quando l’ho letta stavo per svenire, addirittura avevo pensato che si trattasse di uno scherzo fatto da alcuni amici…».

Ultimamente con Ammore e Malavita e Riccardo va all’inferno sembra esserci un certo interesse per il genere anche nel nostro Paese.
«Sono proprio contenta che ci sia una nuova attenzione per il musical anche in Italia. La musica ha un potere immenso, riesce ad amplificare tutto: una buona scena con una bella musica ti trascina via. Mi piace emozionarmi al cinema, mi succede anche coi film per bambini! E comunque le sceneggiature dei film Disney sono dei capolavori: l’altro giorno riguardavo Alla ricerca di Dory ed è interessantissimo vedere come queste opere lavorino su più livelli veicolando messaggi diversi e adatti a spettatori di differenti generazioni. Un giorno vorrei diventare una sceneggiatrice così brava da scrivere storie del genere».

Ammore e Malavita l’hai visto?
«No, purtroppo ancora no, ma sono molto curiosa anche perché mi piacciono i Manetti bros. Anni fa mi avevano diretto in Non mi chiedermi: un video-parodia dei gruppi musicali di “bonazze” tipo Spice Girls costruiti ad hoc per accontentare un po’ tutti i gusti. I Manetti sono straordinari, ci eravamo divertiti molto».

Sono molto curiosa di questo tuo nuovo film che uscirà nel 2019: La Befana vien di notte. Qualche settimana fa ho intervistato Stefano Fresi e mi ha detto che è un film coraggiosissimo e divertentissimo. Cosa ci puoi dire al riguardo?
«È un film coraggioso soprattutto perché in Italia i fantasy non si fanno quasi mai. Una bella sfida anche per il regista Michele Soavi, grande esperto di action che ora sperimenta un genere nuovo. Le riprese non sono ancora iniziate, ma ovviamente la fase di preparazione è già partita e abbiamo già fatto diverse prove col green screen: mi sono divertita tantissimo. Non vedevo l’ora di fare una cosa del genere: io che faccio la befana e che volo a cavallo di una scopa con inseguimenti in mezzo alla foresta! Quando me lo hanno proposto, alla sola idea ero impazzita di gioia: ora speriamo che la cervicale regga (ride, ndr). E ovviamente sono contenta di tornare a recitare con Stefano Fresi col quale siamo amici e abbiamo già lavorato insieme nel film di Massimiliano Bruno Gli ultimi saranno ultimi: è un attore eccezionale».

Come spettatrice ti piace il fantasy?
«Lo adoro, come anche la fantascienza. Da Il signore degli anelli alla saga di X-­‐Men, cerco di non perdermene neanche uno, piazzandomi in sala circondata da adolescenti. La cosa è anche abbastanza imbarazzante visto che sono la più vecchia lì in mezzo…»

La sceneggiatura di La Befana vien di notte è firmata da Nicola Guaglianone.
«Nicola è veramente bravissimo, ama il genere come un bambino e ha una grande maturità di scrittura. Come per i ?ilm Disney di cui parlavamo prima, ha voluto costruire un doppio livello di lettura per grandi e piccoli spettatori».

Nelle ultime settimane il mondo del cinema è stato terremotato dallo scandalo Weinstein. In quanto attrice e in quanto donna cosa pensi di quello che sta accadendo?
«Penso sia giusto e necessario denunciare quando si subisce una violenza, e che lo si debba fare non appena si recuperano la fiducia in se stessi e la forza per farlo. C’è chi ha gli strumenti per reagire subito e chi invece questi strumenti non li ha, specie se molto giovane. Chi compie atti del genere, magari sfruttando il suo ruolo di potere, in qualunque ambito (che sia nello star system hollywoodiano o in un ufficio) deve risponderne di fronte alla Legge. Di Weinstein so solo quello che leggo e certo ne emerge il ritratto di un essere inqualificabile. I tribunali mediatici però non aiutano: tirano fuori il peggio dell’imponente esercito di commentatori in Rete e spesso a farne le spese sono ancora una volta le vittime. Ogni caso va giudicato a sé e il giudizio, quello vero, senza i “like”, spetta alla Giustizia».

Foto: Claudio Iannone

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