Dire che un film sui dinosauri possa riuscire a fare meglio di Jurassic World sul terreno che la saga domina praticamente da oltre trent’anni può sembrare quasi un’eresia. Da quando Jurassic Park ha ridefinito nel 1993 l’immaginario cinematografico legato alle creature preistoriche, ogni produzione arrivata dopo ha dovuto inevitabilmente misurarsi con il modello creato da Steven Spielberg e successivamente trasformato in uno dei franchise più redditizi della storia del cinema. Eppure La Fine di Oak Street, il nuovo film di David Robert Mitchell con Anne Hathaway ed Ewan McGregor, sembra aver trovato una strada diversa e, per certi aspetti, sorprendentemente più efficace. Non possiamo arrivare a dire che abbia spodestato Jurassic Park, ancora oggi difficilissimo da superare, ma ci sono almeno quattro motivi per cui il confronto con i più recenti Jurassic World merita di essere preso sul serio
A individuarli è un’analisi pubblicata da The Hollywood Reporter, che mette in evidenza innanzitutto un elemento fondamentale, che va oltre la semplice ricezione della critica: in La Fine di Oak Street i dinosauri tornano finalmente a fare paura. È un dettaglio meno scontato di quanto sembri. Il primo Jurassic Park costruiva alcune delle sue sequenze più memorabili proprio sulla tensione e sul terrore puro, dall’attacco del T. rex alle Jeep fino alla caccia dei velociraptor. Con il passare dei film, però, il franchise ha progressivamente trasformato molte di queste creature in esseri da proteggere, comprendere o persino addestrare. Il rapporto tra Owen Grady e i velociraptor nei film di Jurassic World rappresenta probabilmente il punto più evidente di questa evoluzione.
Mitchell percorre invece la strada opposta. I dinosauri di La Fine di Oak Street non vengono umanizzati e non instaurano particolari legami con i protagonisti: sono animali imprevedibili, sporchi, aggressivi, talvolta semplicemente indifferenti alla presenza umana. Possono attaccare, ignorare ciò che hanno davanti o comportarsi secondo istinti completamente estranei alle esigenze narrative dei personaggi. Il risultato è una sensazione di pericolo molto più immediata, ulteriormente rafforzata dalla scelta di rappresentare i velociraptor con le piume, in linea con le attuali conoscenze scientifiche.
C’è poi una seconda differenza sostanziale: i protagonisti possono realmente combattere. Nei film di Jurassic la dinamica più frequente consiste nella fuga davanti ai dinosauri, mentre l’uccisione diretta delle creature viene generalmente evitata o riservata a personaggi negativi. La Fine di Oak Street non si impone questo limite. Quando la famiglia al centro della storia si trova in pericolo, reagisce utilizzando qualunque mezzo disponibile. Anne Hathaway può quindi sparare contro un Allosaurus o affrontare fisicamente una creatura, dando alle sequenze d’azione una componente più brutale e disperata. Non si tratta soltanto di aumentare la violenza, ma di rendere più credibile una situazione nella quale dei normali esseri umani stanno realmente cercando di sopravvivere.
Il terzo elemento riguarda invece la sensazione che nessun personaggio sia davvero al sicuro. Anche nei film della saga Jurassic le morti non sono mai mancate, ma con il tempo è diventato relativamente semplice intuire quali personaggi siano destinati ad arrivare ai titoli di coda e quali invece possano essere sacrificati lungo il percorso. Mitchell gioca molto di più con questa aspettativa. In La Fine di Oak Street la devastazione coinvolge un intero quartiere e le conseguenze degli attacchi sono visibili nelle strade, mentre il film arriva anche a mettere direttamente in discussione la sopravvivenza dei membri principali della famiglia. È uno dei motivi per cui la tensione rimane più alta: lo spettatore non può affidarsi completamente alle abituali protezioni narrative riservate ai protagonisti di un blockbuster.
Infine c’è il tono. Secondo The Hollywood Reporter, La Fine di Oak Street riesce a combinare la componente horror con un umorismo nero molto più pronunciato e con una dimensione emotiva che i capitoli recenti di Jurassic World hanno spesso lasciato in secondo piano. Mitchell alterna attacchi, immagini grottesche e situazioni deliberatamente assurde a momenti nei quali emergono i problemi della famiglia protagonista, a partire dal rapporto tra i personaggi interpretati da Hathaway e McGregor. Anche una semplice scena nella quale la figlia adolescente ascolta “Valerie” di Steve Winwood diventa così uno spazio di sospensione emotiva in mezzo al caos.
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È forse proprio questa combinazione a rendere particolarmente interessante il confronto. La Fine di Oak Street non cerca di allontanarsi completamente dall’eredità di Spielberg: al contrario, sembra recuperare quella versione più oscura e imprevedibile del suo cinema, quella capace di mescolare avventura, paura, ironia e immagini sorprendentemente crude. Il risultato non cancella naturalmente l’importanza di Jurassic Park, ma suggerisce che, dopo decenni nei quali il franchise Jurassic ha praticamente monopolizzato il cinema dei dinosauri, un altro film sia finalmente riuscito a dimostrare quanto ancora questo genere possa essere reinventato.
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