Luc Besson sul set di Valerian

Il regista francese Luc Besson è passato da Roma a presentare il suo Valerian e la città dei mille pianeti, nuovo e ambizioso film di fantascienza dell’autore di Leon e Nikita che ritorna idealmente alle ambizioni sci-fi del suo Il quinto elemento (correva l’anno 1997), rilette però attraverso una sensibilità fanciullesca che il regista ha sviluppato negli ultimi tempi, dedicandosi alla saga dei Minimei e all’avventuriera Adèle. Il film è costato tantissimo (180 milioni di dollari) racimolandone negli USA soltanto 39,4 dopo quattro settimane di programmazione, mentre altrove, per esempio in Cina,  i risultati sono più incoraggianti. Si trattata probabilmente della produzione indipendente più costosa di sempre. Il suo regista l’ha raccontata a Roma con affabilità e interesse per ogni domanda ricevuta, oltre alla sua solita ironia, contagiosa e un po’ spaccona.

Alla sua età, legge ancora i fumetti?

Li leggo eccome ed è strano perché spesso i giornalisti mi dicono che sono infantile, ma io mi sento perfettamente adulto. Gestire 2.000 persone per quattro anni per fare un film o i miei cinque bambini a casa dopotutto mi rende adulto per davvero. Ho ancora un buon rapporto col Luc bambino, posso dire che è un bravo. In realtà sono d’accordo con con un filosofo, che potrebbe essere anche italiano, che ha detto che il bambino è il padre dell’uomo.

Quali riferimenti ha fatto suoi per girare Valerian e la città dei mille pianeti?

Quando si inizia a girare un film di fantascienza bisogna lavarsi completamente dalla sci-fi assorbita in precedenza. Per questo film ho scelto sei artisti che ho fatto lavorare senza sceneggiatura, mi sono semplicemente chiesto come sarebbero stati gli alieni del 28esimo secolo e ho chiesto loro di fare la stessa cosa. Li ho scelti tramite un concorso per disegnatori, provenivano da paesi diversi e potevano sentirsi solo con me su Skype una volta la settimana, era vietato che interloquissero tra di loro. Alcuni loro disegni erano assolutamente folli, li ho raccolti nel corso di un anno ed erano meritevoli di essere portati alla neuro.

Il suo è un film improntato alla lotta contro la degradazione umana, ma anche un film sul potere della femminilità.

Lottare contro la degradazione umana è naturale e istintivo, se mi guardo allo specchio voglio poterlo fare in maniera naturale e quindi ho bisogno di avere una missione. Io penso che le donne siano l’avvenire degli uomini, ho un grande rispetto per loro perché non usano i muscoli per difendersi ma il cervello e il cuore. Le donne sono un ottimo esempio per gli uomini, non hanno mai dichiarato una guerra e sarei per trasferire a loro tutto il potere perché sono molto migliori di noi. Noi però giochiamo meglio a calcio (ride, ndr)!

Valerian ha un messaggio molto chiaro contro lo sterminio degli indifesi e la cecità del potere.

Il vero argomento del film in effetti sono quei popoli che nella storia dell’umanità sono stati massacrati in nome della tirannia e del presunto progresso, vedi gli ebrei. Quando parlo ai miei figli di quello che è accaduto durante la seconda guerra mondiale ciò non suscita in loro  la minima attenzione, si addormentano perché credono di essere a scuola. Con Valerian, invece, il concetto dell’Olocausto per esempio è arrivato chiaro e tondo a mio figlio, che ne è rimasto molto turbato: per cui diciamo che mi tocca fare film da 180 milioni per educare i miei figli (ride, ndr)! Anni fa ho fatto un film che si chiamava Arthur e il popolo dei Minimei che era molto ambientalista e volevo usarlo per sensibilizzare i bambini. Una volta un mio amico mi disse: grazie per il tuo film, adesso i miei figli camminano sul muretto e non sul prato per non schiacciare i Minimei!

Il suo è dunque un film sulla sensibilizzazione?

Ho cercato di sensibilizzare al massimo ma senza esagerare. Nei film Marvel ci si vendica sempre con la potenza degli Stati Uniti, pronta ad intervenire per impedire che i nemici di turno distruggano tutto, invece la cosa bella dei miei alieni è che nonostante la loro distruzione non hanno alcun desiderio di vendetta, vogliono soltanto la loro terra indietro, hanno capito che è stato un incidente e non covano alcun rancore aprendosi al perdono. Che ci sono altre soluzioni oltre a quelle violente è un messaggio da trasmettere ai nostri figli.

Pensa che ci sarà modo di realizzare la trilogia su Valerian che ha dichiarato di avere in mente?

A me piacerebbe farne tre, anche venticinque se fosse successo. Se questo film avrà un enorme successo in Italia ci possiamo pensare! Non mi interessano gli standard degli incassi, io mi occupo del lato artistico.

Cosa pensa dell’uso della tecnologia oggigiorno, non solo al cinema?

La tecnologia se utilizzata bene libera le cose, il solo limite è quello posto dall’immaginazione e io per fortuna me ne ritrovo parecchia. Ciò che rimprovero ai film di fantascienza americana e ai vari film sui supereroi degli ultimi sei anni è di avere sempre la stessa storia e gli stessi cattivi. Economicamente funzionano benissimo, ma io non ne reggo più di 25 minuti. non sono semplicemente tutti uguali, hanno anche tutti lo stesso fornitore di calzamaglie.

Il film è dedicato a suo padre.

La dedica a mio padre coincide con quella al piccolo Luc: il fumetto me l’ha regalato a dodici anni e non penso che all’epoca pensasse che avrei potuto trarne un film. È scomparso da poco ed è stato per me molto frustrante. Spero che lassù organizzeranno una proiezione del film apposta per lui, in 3D, magari senza occhialini, magari insieme a David Bowie. Visto che mi trovo a Roma potrei passare in Vaticano a chiedere di metterci una buona parola!

James Cameron ha visto il film?

Abbiamo partecipato a tante proiezioni in giro per il mondo ma quella che temevo di più era proprio quella era presente lui, anche se James è sempre prodigo di consigli con tutti quanti.

Se la sente di definirsi un fan di Star Wars?

Sono un fan di George Lucas e dei suoi Star Wars, ho incontrato George diverse volte e ha rivoluzionato la fantascienza, per me resta un pilastro e un mito.

Com’è stato lavorare con Rihanna, che nel film interpreta la trasformista Bubble?

Il ruolo di Rihanna è la sintesi del ruolo dell’attore, un tizio che magari fa il Papa, poi Riccardo III, poi torna a casa e gli viene chiesto di portare fuori la spazzatura: un essere umano senza identità. Ho chiesto al mio direttore del casting di contattare Rihanna e lui mi ha chiesto se avevo una seconda scelta perché gli sembrava difficile raggiungerla, ma a lei è bastato proporglielo e ha accettato subito. Ho trovato fantastica l’idea di Rihanna che recita Shakespeare in un film di fantascienza!

Valerian e la città dei mille pianeti ha avuto una lavorazione estremamente travagliata. Ha mai pensato in tutti questi anni di mollare e lasciar perdere?

Per me è istintivo non mollare e poi non è che quando si sta in una nave in mezzo all’Atlantico si può dire: fermi tutti, io scendo. La paura non è un sentimento che mi appartiene. La derisione invece è un arma molto potente e con l’ironia le cose passano meglio, come in pittura quando il bianco accanto al nero fa risaltare meglio i colori. Un tocco di derisione aiuta sempre e di ironia, infatti, ce n’è tanta anche nel film.

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