Quando Mindhunter ha debuttato su Netflix nel 2017, è stata capace di conquistare pubblico e critica con il suo approccio lucido, quasi scientifico, al male. Ideata da Joe Penhall e prodotta da David Fincher e Charlize Theron, la serie raccontava la nascita della Behavioral Science Unit dell’FBI negli anni Settanta, seguendo due agenti – Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) – e la psicologa Wendy Carr (Anna Torv) nel loro tentativo di comprendere la mente dei serial killer attraverso interviste e studi comportamentali. Il risultato fu un racconto teso, elegante e spietatamente realistico, che ridefinì il genere true crime televisivo. Nonostante l’enorme successo e una seconda stagione altrettanto acclamata, Mindhunter è stata interrotta nel 2019, quando Fincher ha deciso di dedicarsi ad altri progetti. Da allora, i fan non hanno mai smesso di sperare in un ritorno della serie.
Oltre a rumor su un possibile film conclusivo, un piccolo sguardo per la verità c’è già stato. E molti potrebbero esserselo lasciato sfuggire. Nel finale di stagione di Monster: The Ed Gein Story, Ryan Murphy e lo showrunner Ian Brennan hanno infatti nascosto un sorprendente collegamento con Mindhunter. Dopo la cattura di Ed Gein, interpretato da Charlie Hunnam, la scena si sposta all’interno del carcere: il famigerato assassino riceve la visita di due agenti dell’FBI, John Douglas (Caleb Ruminer) e Robert Ressler (Sean Carrigan). I due non sono nomi qualsiasi. Si tratta proprio delle controparti reali che ispirarono Ford e Tench nella serie di Fincher. L’effetto è immediato e spiazzante: i nuovi interpreti ricordano da vicino Groff e McCallany, tanto che lo spettatore ha la sensazione di assistere a un frammento inedito di Mindhunter, come se la serie fosse tornata per un ultimo, inatteso respiro.
Il rimando non si ferma al semplice omaggio. In Monster, Douglas e Ressler interrogano non solo Gein, ma anche Jerry Brudos – il “Lust Killer”… interpretato dallo stesso attore che lo aveva portato sullo schermo in Mindhunter, Happy Anderson! È un gioco di specchi accurato, pensato per sottolineare come la figura di Gein abbia influenzato la cultura del true crime e la stessa nascita della profilazione criminale. Lo showrunner Ian Brennan ha spiegato che la connessione era del tutto intenzionale: l’obiettivo era “chiudere il cerchio”, mostrando come Gein – modello per personaggi cinematografici come Norman Bates e Buffalo Bill – rappresenti la radice oscura da cui si è sviluppata la moderna analisi dei serial killer, quella stessa che Mindhunter aveva portato sul piccolo schermo con rigore quasi documentaristico.
Ma quanto c’è di vero in ciò che Monster suggerisce? Nella realtà, Ed Gein non ebbe alcun contatto con altri famosi assassini. Non esistono prove di una corrispondenza o di un’influenza diretta tra lui e criminali come Jerry Brudos o Richard Speck, nonostante la serie mostri quest’ultimo scrivergli lettere da fan e dichiarare di ammirarlo. Come dichiarò lo stesso Speck in un’intervista del 1978: «Non sono come nessun altro. Sono un mostro». Neppure l’incontro tra Gein e gli agenti dell’FBI avvenne come mostrato nella fiction. John Douglas ha raccontato nel 2017 di aver avuto modo di vederlo brevemente, ma l’esperienza «non fu una vera intervista: Gein era troppo psicotico». Quell’incontro non portò a nessuna scoperta utile per lo studio della mente criminale.
Eppure, nel modo tipico di Ryan Murphy, Monster: The Ed Gein Story trasforma la verità in simbolo, piegando la cronaca per costruire un discorso più ampio sull’ossessione americana per il crimine e la fama. Così, nel suo finale, la serie offre ai fan di Mindhunter un piccolo, affascinante miraggio: un momento in cui il mondo creato da Fincher torna a respirare, per un istante soltanto, tra le ombre di un altro racconto.
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