Negli ultimi anni è diventata il volto di due serie Tv di successo: 1992 e Non uccidere, due prodotti italianissimi che però sono riusciti a conquistare anche il mercato estero. Ma il piccolo schermo non basta più a Miriam Leone: la ex Miss Italia è pronta a rivendicare il proprio posto anche nel cinema made in Italy e, dopo diversi ruoli secondari seppur significativi come quello per esempio in In guerra per amore di Pif, ricoprirà ora la parte da vera protagonista in Metti la nonna in freezer. In questa dark comedy dall’animo scorretto, a tratti perfino macabro, sulla precarietà recita al fianco di un veterano del genere: Fabio De Luigi. E se l’è cavata davvero bene.
Domanda bruciapelo. In cosa è diverso Metti la nonna in freezer rispetto alle tante altre commedie che affollano i nostri cinema?
«Be’ innanzitutto che ci siamo noi (ride, ndr)! Scherzi a parte, di diverso c’è il ritmo del racconto: i due registi sono molto giovani, sono dei 30enni, e hanno uno sguardo nuovo. Sono riusciti a fotografare il dramma con quella vena di crudeltà necessaria per riderci sopra, un po’ faceva la grande commedia all’italiana. In Metti la nonna in freezer ridiamo di situazioni al limite, terribili, ma siamo riusciti a rimanere in equilibrio tra dramma e ironia con eleganza. Non ridi della parolaccia o solamente di pancia: c’è una risata cristallina che deriva dall’assurdità delle situazioni».
È un film cattivo?
«Sì, abbiamo lasciato le redini del politicamente corretto che spesso attanagliano il nostro cinema. Del resto il soggetto trattato, con questa nonna congelata veramente, è macabro. E poi è una storia presa da fatti di cronaca che racchiude un argomento serio: l’impossibilità di molti giovani d’oggi di arrivare a fine mese e realizzare i propri sogni. Claudia, il mio personaggio, ha una piccola azienda di restauro ma i soldi non bastano e così, pur di non chiudere, compie con una certa leggerezza un gesto terribile. Certo è preoccupata per le sue azioni, ma non si giudica più di tanto perché in fondo è costretta a fare così: la vita è stata crudele con lei e lei ha agito di conseguenza».
Tornando ai due registi Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, in un’altra intervista li hai definiti dei “super-nerd”.
«Loro si offendono se li chiamo così, ma è vero. Conoscono un sacco di film e sul set ci citavano dei titoli sconosciuti: ogni volta io e Fabio (De Luigi, ndr) ci guardavamo perplessi!».
Come descriveresti lo stile del film?
«È sempre difficile promuovere i film perché ne devi tessere le lodi ma poi chi si loda si imbroda… Detto questo, lo stile di Giancarlo e Giuseppe mi ricorda in qualche modo quello dei fratelli Coen: la fotografia, l’ironia nera, l’ambientazione in questa provincia non-luogo, la colonna sonora country. È tutto curato alla perfezione».
Curato alla perfezione è anche il montaggio, con raccordi molto creativi tra una scena e l’altra.
«Sì, verissimo. Un impegno pazzesco anche per noi attori che, per raccordare due sequenze sul movimento, dovevamo ad esempio rotolarci sul letto con una sintonia perfetta e fermarci in un determinato punto e in una determinata posizione. Altro che scene di sesso… Io e Fabio, poi, ridevamo continuamente».
Mi sembra di intuire che ci fosse una bella atmosfera sul set.
«Ci siamo divertiti tantissimo. Abbiamo creato un gruppo molto affiatato, e più che la mia intervista vorrei farvi leggere le nostre chat impubblicabili! Sul set venivamo costantemente cazziati perché eravamo degli indisciplinati che continuavano a ridere».
Parlando di una commedia giovane e scorretta italiana mi è venuto in mente Smetto quando voglio.
«Esatto, solo che noi non ci droghiamo! Facciamo tutte queste orribili da sobri».
Smetto quando voglio, ma anche ai film di Edoardo Leo come Che vuoi che sia e Noi e la Giulia. La commedia italiana sta cercando di raccontare i giovani precari d’oggi che si devono inventare di tutto pur di avere un lavoro. Mi viene da chiederti: secondo te l’Italia non è un paese per giovani?
«Io mi diverto a guardare gli annunci sentimentali sui giornali – per me sono già delle piccole sceneggiature – e lì mi capita di leggere di gente che si definisce giovane a 45 anni. Quindi, se da un lato c’è una difficoltà oggettiva a trovare un proprio spazio in un paese dove nascono sempre meno bambini e quindi le nuove generazioni sono la minoranza, dall’altro c’è anche una voglia di non crescere. Detto questo, il mercato del lavoro è cambiato. Noi siamo una generazione che ha preso in pieno la crisi, che deve inventarsi un nuovo stile di vita, di lavoro, e convivere, purtroppo, con la precarietà. Senza sprecare però il proprio talento».
A proposito di talento, Claudia, il tuo personaggio, fa un lavoro che le piace e in cui è brava ma con il quale non riuscirebbe a sopravvivere se non ci fosse la pensione della nonna…
«Io credo che moltissimi ragazzi in Italia siano in questa situazione. Io ho diversi amici, che magari sono rimasti in Sicilia, che sono costretti a vivere ancora coi genitori. Nel nostro paese purtroppo l’assistenzialismo è ancora tutto a carico delle famiglie, per cui è molto difficile intraprendere una strada nuova da soli, senza le conoscenze, senza le spinte, senza gli aiuti. Credo che in molti si rivedranno nel film, nella disperazione di Claudia che la spinge a commettere qualcosa di terribile».
Facendo un passo indietro, tu come sei stata coinvolta nel progetto?
«Ho fatto un provino su due scene totalmente folli: quando le ho lette, mi sono detta “no, va be’ fantastico”. La cosa pazzesca è che mi sono divertita un sacco pure al provino, e non è normale perché il provino è un momento difficile in cui c’è gioco il tuo futuro e c’è la paura di fallire, di non farcela, di non essere all’altezza. Eppure, nonostante tutte queste paranoie da provino, le “PDP” come le chiamo io, me lo sono goduta tantissimo».
Come mai secondo te?
«Perché i due registi hanno un linguaggio simile al mio. Non c’era reverenza o distacco generazionale; è stato uno scambio tra ragazzi, un’officina dove abbiamo lavorato insieme».
Nel film c’è una scena in cui, grazie al trucco, vieni invecchiata. Che sensazione ti ha fatto vederti allo specchio?
«È stato il primo calco della carriera: per un’ora sono stata completamente ricoperta, naso orecchie, occhi. Per fortuna non soffro di claustrofobia! È una scena importante perché Claudia è un personaggio che tende a camuffarsi, a mascherare i suoi veri sentimenti: da quando è stata abbandonata da bambina dalla madre ha bisogno di indossare delle maschere in pubblico, e così fa per la prima metà del film, poi c’è una scena molto significativa in cui si toglie il trucco e inizia ad aprirsi all’amore».
Ti piacerebbe fare uno di quei film alla Monster in cui appari completamente imbruttita/trasfigurata?
«Già in 1992 e Non uccidere ho sperimentato grandi trasformazioni: questo, del resto, è proprio il fine di un attore. Recitare significa non essere se stessi, è il gioco più divertente e rischioso. Se poi il personaggio si allontana anche fisicamente, il gioco è ancora più interessante. Alla fine, comunque, è più difficile essere nudi; la maschera aiuta l’attore».
Nel film, Claudia dà una definizione tutta sua dell’essere femminista. Cosa vuol dire essere femminista oggi?
«Ebbene sì, ho dovuto pronunciare quella cose assurde! Non so davvero come agli sceneggiatori sia venuto di scrivere frasi del genere… Per quel che riguarda il femminismo di oggi, sarei molto felice che gli uomini partecipassero al movimento che si è creato negli ultimi mesi: non è una battaglia di genere ma riguarda tutti. Tutti dobbiamo manifestare, tutti dobbiamo diventare la cassa di risonanza di un disagio che esiste trasversalmente, oltre al cinema. Quelle dell’abuso di potere e della violenza sono questioni di cui è difficile parlare perché non si può semplificare; credo che molta filosofia che viene fatta sull’argomento lasci un po’ il tempo che trova. Ogni donna sa distinguere l’avance dalla molestia: non è quello il discorso. Noi donne non vogliamo castrare l’uomo o togliergli la possibilità di corteggiarci o di eccitarsi per la nostra presenza. Semplicemente chiediamo agli uomini di mediare con quella parte “bestia” che purtroppo è nell’essere umano ed è in ognuno di noi, e ragionare e comprendere che si può chiedere ma non si può pretendere».
Una domanda per i fan di 1992 e 1993. A che punto è la lavorazione di 1994?
«Siamo ancora in fase di scrittura, e noi attori continuiamo a stalkerare i poveri sceneggiatori che però non ci hanno ancora dato niente; sappiamo solo che loro stanno lavorando tantissimo. Insomma la nave si sta preparando a salpare: tra qualche mese dovremmo iniziare a girare».
E la terza stagione di Non uccidere è in cantiere?
«Dunque, io qui non so cosa posso dire. In realtà potrebbero esserci delle novità ma non né ho la certezza, quindi non posso sciogliere il dubbio su questa cosa».
Come spettatrice sei una fan delle serie Tv? Cosa segui?
«Ne sono drogata! Adoro Ray Donovan, adesso sto guardando The Crown, e mi piace anche Peaky Blinders. E poi, va be’, quel super-cult di Strangers Thing. Come vedi non ho una vita: altro che feste, sono sempre attaccata a Netflix!».
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