Quando si parla di fantascienza televisiva davvero radicale, capace di usare il futuro per mettere a nudo le contraddizioni più profonde del presente, pochi titoli recenti possono competere con Altered Carbon. Arrivata su Netflix nel 2018, la serie è passata quasi in sordina rispetto ad altri colossi della piattaforma, ma resta ancora oggi una delle esperienze sci-fi più disturbanti, nichiliste e concettualmente ambiziose mai prodotte per il piccolo schermo.
Tratta dal romanzo di Richard K. Morgan, Altered Carbon immagina un mondo in cui la morte è stata sconfitta, ma solo per chi può permetterselo. Grazie agli stack corticali, dispositivi in cui vengono immagazzinate coscienza e memoria, l’essere umano non è più legato al proprio corpo, ridotto a un semplice “involucro” intercambiabile. Il risultato non è l’utopia promessa dal progresso, ma una società ancora più crudele, divisa tra un’élite praticamente immortale e una massa di corpi sacrificabili, privati persino del diritto a una fine definitiva.
In questo scenario prende forma la storia di Takeshi Kovacs, ex soldato d’élite ed ex rivoluzionario, risvegliato dopo secoli per risolvere un omicidio apparentemente impossibile: quello del suo stesso datore di lavoro, uno dei potentissimi “Meth”, così chiamati in omaggio a Matusalemme. È un punto di partenza che unisce noir investigativo e speculazione filosofica, trasformando il classico racconto poliziesco in una riflessione costante su identità, colpa e responsabilità morale in un mondo dove nessuno è più davvero se stesso.
La prima stagione, con Joel Kinnaman nel ruolo di Kovacs, colpisce per la sua violenza esplicita, l’estetica sporca e opprimente e la totale assenza di consolazione. Ogni episodio ribadisce un concetto inquietante: se il corpo non conta più nulla, anche la vita perde valore. La serie non si limita a mostrarlo, ma lo fa vivere allo spettatore, attraverso torture, corruzione istituzionalizzata, traffico di corpi e una sessualità completamente svuotata di intimità. È fantascienza che non cerca di piacere, ma di ferire.
A rendere il tutto ancora più stratificato è la scelta di Netflix di prendersi importanti libertà rispetto al romanzo, riscrivendo il passato di Kovacs e trasformando gli Envoy da super-soldati governativi a movimento di resistenza. Una deviazione che amplia il respiro emotivo della storia e rafforza il legame tra tecnologia e trauma, soprattutto attraverso il rapporto con Quellcrist Falconer e la figura della sorella Reileen, cardine di uno dei conflitti più disturbanti dell’intera serie.
In mezzo a tanta oscurità spicca Edgar Poe, l’intelligenza artificiale che gestisce l’hotel dove Kovacs alloggia: un personaggio malinconico, ironico e sorprendentemente umano, che diventa la coscienza morale di un mondo che ha smesso di averne una. È uno di quegli elementi che dimostrano come Altered Carbon sappia alternare brutalità e introspezione con rara precisione.
La seconda stagione, arrivata nel 2020 con Anthony Mackie protagonista, cambia però direzione. Pur mantenendo intatti i temi di fondo, perde l’anima cyberpunk più estrema e il taglio noir che avevano reso la prima stagione così incisiva. Il tono diventa più convenzionale, l’azione prende il sopravvento sulla riflessione e Kovacs smarrisce parte di quella identità frammentata che lo rendeva un personaggio così potente. Non è un disastro, ma è un ridimensionamento evidente.
Ed è proprio per questo che la prima stagione di Altered Carbon resta imprescindibile. Non è solo una serie sci-fi ben fatta: è una dichiarazione di intenti, un racconto che usa il futuro per parlare di disuguaglianze, potere e perdita dell’umanità con una ferocia che la televisione raramente osa. Ignorarla significa perdersi uno dei pochi esempi recenti di fantascienza che non ha paura di sporcarsi le mani e di lasciare lo spettatore profondamente a disagio.
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