Ogni adattamento dell’Odissea porta con sé una domanda inevitabile: quanto si può cambiare Omero senza tradirlo? Nel caso del film di Christopher Nolan, la questione è tornata con particolare forza, anche perché il regista non si è limitato a illustrare il poema, ma ne ha offerto una lettura molto precisa: più cupa, più traumatica, più legata al dopo la guerra che all’avventura pura.
Prima di parlare di differenze, però, va ricordata una cosa: l’Odissea non nasce come un romanzo moderno, chiuso e intoccabile. È un poema epico legato a una lunga tradizione orale, tramandato, recitato, rielaborato e solo in seguito fissato in forma scritta. Per secoli, la storia di Odisseo è stata anche una storia di variazioni. Questo non significa che ogni cambiamento sia automaticamente riuscito, ma aiuta a leggere il film nella prospettiva giusta. L’Odissea di Nolan non è la versione definitiva del mito, così come non lo erano gli adattamenti precedenti. È una versione, costruita per il cinema contemporaneo, con i suoi tagli, le sue sintesi, le sue invenzioni e i suoi spostamenti di senso. Alcune modifiche servono a comprimere un poema vastissimo in un racconto di circa tre ore; altre cambiano davvero il modo in cui guardiamo Odisseo, Penelope, Telemaco, gli dèi e il ritorno a Itaca. Ecco le differenze più importanti tra il film e il testo attribuito a Omero.
Odisseo non è più l’uomo dal multiforme ingegno
Nel poema, Odisseo è soprattutto l’uomo dell’astuzia. Il termine greco spesso associato a lui, polytropos, contiene l’idea di un uomo dai molti giri, dalle molte svolte, capace di adattarsi, cambiare forma, mentire e salvarsi proprio grazie alla sua intelligenza mobile. L’Odisseo omerico è un re, un guerriero, un marito, un padre, ma anche un narratore abilissimo, un manipolatore, un uomo che spesso mente non solo per necessità, ma quasi per vocazione.
Il film di Nolan conserva l’intelligenza strategica del personaggio, ma la mette in secondo piano rispetto al trauma. Il suo Odisseo, interpretato da Matt Damon, è un reduce segnato dalla guerra di Troia, tormentato dalle conseguenze delle proprie azioni e dalla morte dei suoi uomini. La domanda non è più soltanto “riuscirà a tornare a casa?”, ma anche “ha ancora il diritto di tornare come re?”. In questo senso il film trasforma l’eroe dell’astuzia in un uomo colpevole, ferito, costretto a guardare il prezzo della propria gloria.
Penelope e Telemaco cambiano ruolo
Una delle modifiche più evidenti riguarda Penelope e Telemaco. Nel poema, il figlio di Odisseo ha un percorso di crescita molto importante: all’inizio è giovane e incerto, ma gradualmente impara ad assumere il proprio ruolo nella casa e nel regno. In alcune scene, però, il suo rapporto con Penelope riflette una visione fortemente patriarcale: Telemaco arriva anche a zittire la madre e a rimandarla alle sue stanze, rivendicando per sé l’autorità maschile della casa.
Nolan ribalta in parte questa dinamica. La sua Penelope, interpretata da Anne Hathaway, è molto più assertiva, consapevole e dura. Non è solo la moglie fedele che aspetta il ritorno del marito, ma una figura politica e morale, costretta a difendere se stessa, il figlio e il regno in un contesto sempre più ostile. Telemaco, invece, appare più immaturo, più esposto, meno immediatamente eroico. Il risultato è una famiglia meno bloccata nell’immagine scolastica dell’attesa e più attraversata da tensioni, paure e responsabilità.
Gli dèi sono molto meno presenti
Nel poema di Omero, gli dèi sono fondamentali. Atena protegge Odisseo e Telemaco, Poseidone ostacola il ritorno dell’eroe, Zeus osserva e interviene, Hermes libera Odisseo da Calipso e gli dà strumenti per affrontare Circe. La vicenda umana non è mai separata dal mondo divino: ogni scelta, ogni viaggio, ogni punizione o salvezza si muove dentro un universo in cui gli dèi discutono, si irritano, favoriscono, ingannano e guidano.
Il film riduce molto questa dimensione. Atena, interpretata da Zendaya, resta la presenza divina più riconoscibile, ma gran parte del pantheon viene messa da parte o lasciata ai margini. Mancano o sono fortemente ridimensionate figure centrali come Zeus, Poseidone ed Hermes. È una scelta coerente con lo sguardo di Nolan, più interessato a trasformare il divino in esperienza fisica e psicologica: il mare, la paura, la colpa, la memoria. Ma è anche una delle differenze più profonde rispetto al poema, perché sposta l’Odissea da un mondo governato dagli dèi a un racconto più umano, tragico e interiore.
I Lestrigoni sono guerrieri corazzati
Nel Libro X dell’Odissea, i Lestrigoni sono un popolo di giganti cannibali. Odisseo arriva nella loro terra con dodici navi, ma solo la sua rimane prudentemente fuori dal porto. Quando i Lestrigoni attaccano, lanciano enormi massi dalle rupi, distruggono undici navi su dodici e infilzano i marinai come pesci. È uno dei momenti più devastanti del viaggio: dopo quell’episodio, Odisseo non è più il comandante di una flotta, ma il capo di un solo equipaggio superstite.
Nel film, Nolan li rielabora in modo molto più visivo e spettacolare. I Lestrigoni diventano giganti in armatura, guerrieri enormi, armati, vicini a un immaginario medievaleggiante più che a una ricostruzione archeologica dell’età omerica. La loro funzione resta simile: sono una minaccia collettiva, brutale, capace di distruggere gli uomini di Odisseo. Ma il modo in cui appaiono cambia radicalmente, trasformando un episodio narrato come massacro da lontano in una sequenza d’azione fisica e immediata.
Polifemo perde il famoso trucco di “Nessuno”
Tra gli episodi più celebri dell’Odissea c’è l’incontro con Polifemo, il Ciclope figlio di Poseidone. Nel poema, Odisseo riesce a salvarsi grazie a uno dei suoi inganni più famosi: dice al Ciclope di chiamarsi Nessuno. Quando poi lo acceca, Polifemo grida agli altri Ciclopi che “Nessuno” lo sta ferendo, e così nessuno interviene. Odisseo e i suoi uomini fuggono infine nascondendosi sotto il ventre delle pecore del mostro.
Nel film, questa parte viene semplificata e trasformata. Nolan conserva l’orrore del Ciclope che divora gli uomini di Odisseo, ma elimina il gioco di parole su Nessuno, il vino e la fuga sotto le pecore. La scena diventa meno fondata sull’astuzia verbale e più sulla sopravvivenza fisica. È un cambiamento importante perché tocca uno degli elementi più caratteristici del protagonista omerico: la capacità di vincere non con la forza, ma con il racconto, il nome falso, l’ambiguità della parola.
Calipso e Circe sono figure meno seduttive
Nel poema, Calipso trattiene Odisseo sulla sua isola per sette anni, lo desidera come amante e gli offre persino l’immortalità se resterà con lei. Circe, invece, trasforma i compagni dell’eroe in porci e poi accoglie Odisseo, che resta da lei per un anno. In entrambi i casi, il viaggio verso casa si interrompe anche attraverso il desiderio, l’oblio, la tentazione di una vita diversa.
Nel film, Nolan sposta il senso di queste figure. Calipso non è soltanto una dea innamorata e possessiva: diventa quasi una figura terapeutica, legata al loto e alla possibilità di far dimenticare a Odisseo il trauma del ritorno. Circe, invece, non è costruita principalmente come seduttrice, ma come qualcuno che mette gli uomini davanti alla loro natura. La trasformazione in porci assume così un valore morale: non è solo magia, ma rivelazione di ciò che quegli uomini sono o rischiano di diventare. Anche qui il film riduce l’elemento erotico e accentua quello etico e psicologico.
Il cavallo di Troia e Sinon sono più importanti
L’Odissea non racconta direttamente il sacco di Troia come scena d’azione. La guerra è già finita, e il cavallo viene ricordato attraverso racconti, memorie e riferimenti. Nolan, invece, porta il trauma di Troia molto più al centro del film. Il cavallo diventa immagine concreta, il punto d’origine della colpa di Odisseo e della violenza che lo perseguita.
In questa direzione va anche l’uso di Sinon, personaggio che non appartiene all’Odissea ma all’Eneide di Virgilio. Nella tradizione latina, Sinon è il greco che convince i Troiani ad accogliere il cavallo dentro le mura. Nolan lo rielabora e lo usa come figura morale, legata alla responsabilità di Odisseo e al prezzo pagato dagli uomini comuni nella guerra. È una libertà evidente rispetto al testo omerico, ma serve a spostare il racconto dalla gloria dell’inganno al senso di colpa che quell’inganno lascia dietro di sé.
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La strage dei Proci è meno brutale
Nel poema, il ritorno di Odisseo a Itaca culmina nella vendetta contro i Proci, i pretendenti che hanno occupato la sua casa, consumato i suoi beni e insidiato Penelope. Dopo la prova dell’arco, Odisseo, Telemaco e alcuni servitori fedeli uccidono tutti i Proci con l’aiuto di Atena. La scena è violenta, assoluta, e non risparmia nemmeno le schiave che avevano avuto rapporti con i pretendenti: vengono costrette a pulire il sangue e poi impiccate.
Nolan attenua e modifica questo passaggio. Nel film, Odisseo combatte quasi da solo, Telemaco ha un ruolo meno eroico e le donne schiave non vengono giustiziate come nel poema. Alcuni Proci, dopo aver visto il valore di Odisseo, smettono di combattere e si inginocchiano. È una scelta coerente con la lettura più pacifista e traumatica del film: la vendetta non diventa celebrazione piena del ritorno del re, ma un altro momento di violenza da cui il protagonista esce ferito, moralmente e fisicamente.
Il finale cambia il senso del ritorno
La differenza più importante riguarda forse il finale. Nel poema, dopo la strage dei Proci, Penelope non si abbandona subito al riconoscimento del marito: lo mette alla prova chiedendo che il loro letto venga spostato. Odisseo sa che è impossibile, perché lo ha costruito lui stesso intorno a un ulivo radicato nella terra. È la prova definitiva della sua identità e del legame con Penelope. Ma il poema non finisce lì: arrivano anche le famiglie dei Proci uccisi, pronte alla vendetta, e Atena interviene per fermare un nuovo ciclo di sangue.
Nel film, il finale cambia direzione. Penelope riconosce e accoglie Odisseo, Telemaco viene incoronato re e Odisseo parte con Penelope verso l’esilio, diretto a onorare i compagni morti. Non è più solo il ritorno del sovrano che riprende possesso della casa, ma il congedo di un uomo che non può semplicemente cancellare ciò che ha fatto. Il poema chiude con l’intervento divino che sospende la violenza; Nolan chiude con un gesto di espiazione. È forse la modifica che riassume meglio tutta la sua Odissea: meno celebrazione della vittoria, più domanda sulla responsabilità.
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Una versione, non una sostituzione
Le differenze tra il film e il poema Odissea sono molte, e alcune sono radicali. Nolan taglia episodi, cambia dinamiche familiari, riduce gli dèi, trasforma mostri, sposta personaggi da altre tradizioni e modifica il finale. Ma il punto non è stabilire se il film possa sostituire Omero: non può, e non sembra nemmeno volerlo fare. Il punto è capire che tipo di Odissea ha scelto di raccontare.
La risposta è abbastanza chiara: un’Odissea del trauma, della colpa, del dopo la guerra, della difficoltà di tornare e della necessità di rileggere il mito con domande contemporanee. Chi cerca una trasposizione fedele in ogni episodio troverà molte libertà creative. Chi invece guarda al poema come a un racconto vivo, nato dalla voce e dalla variazione, potrà riconoscere nel film un’altra tappa di quella lunga storia: non l’Odissea definitiva, ma l’Odissea di Nolan.
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