Odissea di Christopher Nolan è un film costruito sul ritorno, ma non sulla pace del ritorno. Per quasi tre ore segue Ulisse nel suo tentativo di rientrare a Itaca, di ritrovare Penelope, di ricongiungersi con Telemaco e di lasciarsi alle spalle la guerra di Troia. Eppure, più il viaggio procede, più diventa chiaro che la casa non è soltanto un luogo da raggiungere. È anche una domanda: che cosa resta di un uomo dopo tutto quello che ha fatto per tornarci?
Per questo il finale del film è così importante. Nolan non tratta Itaca come un semplice punto d’arrivo, né come il premio consolatorio dopo anni di mostri, naufragi e perdite. Il ritorno c’è, ma non basta a chiudere davvero il racconto. Ulisse arriva dove voleva arrivare, ma scopre di non poter restare fermo dentro quell’immagine di felicità ritrovata. È qui che Odissea compie una delle sue scelte più significative, allontanandosi dal poema di Omero e aprendo un dialogo suggestivo con un’altra celebre versione di Ulisse: quella di Dante.
Dove va Ulisse alla fine di Odissea?
Alla fine di Odissea, Ulisse torna finalmente a Itaca, ritrova Penelope, affronta i Proci e riconquista ciò che gli è stato tolto. Ma Christopher Nolan non chiude il film nel modo più atteso. Il ritorno a casa non diventa una restaurazione piena, non è il momento in cui l’eroe riprende semplicemente il proprio posto sul trono e ricuce ciò che la guerra ha distrutto. Al contrario, il film introduce un ultimo movimento: Ulisse lascia Itaca, prende una barca e parte verso occidente con Penelope. Nel film, questa partenza ha un significato preciso. Ulisse non se ne va per cercare una nuova gloria, né per inseguire un’altra avventura. Parte per rendere omaggio ai compagni caduti, agli uomini morti durante la guerra e durante il viaggio di ritorno. È un gesto di memoria, ma anche di espiazione. Dopo tutto ciò che ha visto e fatto, Ulisse non può fingere che Itaca basti a cancellare Troia. Può tornare a casa, ma non può tornare innocente.
La scelta di Nolan cambia profondamente il senso del finale, in linea con la sua interpretazione pacifista e femminista del poema omerico. In molte versioni moderne del mito, il ritorno di Ulisse viene letto come il premio dopo la sofferenza: l’eroe resiste, sopravvive, attraversa mostri e tempeste, e alla fine rientra nel suo mondo. In Odissea, invece, il ritorno è incompleto. Itaca non è la soluzione, ma il luogo in cui Ulisse capisce che il viaggio deve continuare in un’altra forma. Non più viaggio di sopravvivenza, ma viaggio di responsabilità.
Cosa succede nel poema di Omero
Nel poema di Omero, il finale è diverso. Ulisse torna a Itaca dopo dieci anni di guerra e dieci anni di peregrinazioni, si presenta sotto mentite spoglie, osserva la situazione nel palazzo, affronta i Proci e li uccide. Poi viene riconosciuto da Penelope, anche attraverso la celebre prova del letto nuziale, uno dei momenti più importanti dell’intero poema: il letto costruito attorno a un ulivo radicato nella terra diventa il simbolo della casa, della fedeltà e di un legame che nessun viaggio ha cancellato. Ma l’Odissea non finisce davvero con un abbraccio pacificato. Dopo la strage dei Proci, le famiglie degli uomini uccisi vogliono vendetta. Itaca rischia di precipitare in una nuova guerra interna. A fermare tutto interviene Atena, che impone la pace e chiude il poema evitando che il ritorno di Ulisse generi un altro ciclo di sangue.
Nel testo omerico, dunque, Ulisse non parte in barca con Penelope verso occidente. Riprende il proprio posto, il conflitto viene bloccato dall’intervento divino e il racconto si chiude su una forma di pacificazione. Nolan, invece, sceglie un finale meno stabile e più moderno: Ulisse non può limitarsi a rimettere ordine nel palazzo. Deve fare i conti con il peso morale dell’intera guerra.
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La profezia di Tiresia: Ulisse doveva ripartire
C’è però un dettaglio importante: l’idea che il viaggio di Ulisse non finisca davvero con Itaca non è inventata da Nolan. È già presente nell’Odissea, attraverso la profezia di Tiresia. Quando Ulisse scende nell’Ade, il veggente gli annuncia che, dopo il ritorno a casa e dopo la vendetta contro i Proci, dovrà compiere un altro viaggio. Dovrà prendere un remo e camminare verso l’interno, fino a raggiungere una terra così lontana dal mare che gli abitanti non conoscono le navi, non usano il sale e scambieranno quel remo per uno strumento agricolo. Solo lì Ulisse dovrà offrire sacrifici a Poseidone, il dio che lo ha perseguitato durante il viaggio, e riconciliarsi con lui.
È un’immagine bellissima e straniante: l’uomo del mare costretto ad andare dove il mare non esiste più. Ulisse, che ha passato anni tra onde, isole, naufragi e approdi, deve portare il segno del suo viaggio in un luogo che non sa nemmeno riconoscerlo. Solo dopo questo rito potrà tornare a Itaca e morire in vecchiaia, lontano dalla violenza della guerra. Nolan sembra partire da questa idea, ma la rovescia. Nel poema, l’ultimo viaggio porta Ulisse lontano dal mare, verso l’interno, per placare Poseidone. Nel film, invece, Ulisse riparte sul mare, verso occidente, con Penelope. Non è più un rito religioso imposto da una profezia, ma un gesto umano, morale, quasi funerario. Il viaggio resta, ma cambia direzione e cambia significato.
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Cosa c’entra Dante con il finale di Nolan
Il finale del film sembra dialogare anche con un’altra, potentissima versione di Ulisse: quella di Dante. Nell’Inferno, canto XXVI, Ulisse non muore serenamente a Itaca. Dante immagina un destino completamente diverso: dopo essere ripartito da Circe, l’eroe non torna davvero alla vita domestica. Né l’amore per Penelope, né la pietà per il padre Laerte, né l’affetto per il figlio Telemaco riescono a fermare il suo desiderio di conoscenza. L’Ulisse dantesco si rimette in mare con i compagni e naviga verso occidente, fino alle Colonne d’Ercole, il limite del mondo conosciuto. Quel confine non dovrebbe essere superato. È il punto oltre il quale l’uomo non deve spingersi. Ulisse, invece, convince i suoi uomini a proseguire con uno dei discorsi più celebri della letteratura italiana: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
Da lì comincia il suo “folle volo”. La nave supera il limite, entra nell’ignoto, vede nuove stelle, arriva fino alla visione di una montagna altissima e misteriosa. Ma il viaggio finisce in tragedia: un turbine colpisce l’imbarcazione, la fa girare più volte e infine la inghiotte nel mare. L’Ulisse di Dante muore così, non per tornare a casa, ma per aver voluto andare oltre ciò che era concesso all’uomo. L’eco è evidente: anche nel film Ulisse riparte verso occidente, oltre la chiusura domestica di Itaca, verso un orizzonte che ha qualcosa di ultimo e definitivo. Solo che il senso è diverso. Dante racconta un Ulisse spinto dalla sete di conoscenza e dalla hybris, cioè dal desiderio di superare il limite umano. Nolan racconta un Ulisse che riparte perché il ritorno non basta più.
Il significato dell’ultimo viaggio
Alla domanda “Dove va Ulisse alla fine di Odissea?”, la risposta più semplice quindi è che va verso occidente con Penelope, per onorare i compagni morti. Ma la risposta più profonda è un’altra: Ulisse va verso ciò che non ha ancora affrontato davvero. Va verso il lutto, la memoria, la responsabilità. Va in un luogo che non è più Troia e non è più Itaca, perché nessuna delle due basta a contenerlo. È qui che il finale di Nolan trova la sua forza. L’Odissea è sempre stata il poema del ritorno, ma il film si chiede cosa significhi tornare quando si è diventati un altro uomo. Ulisse può ritrovare la moglie, il figlio, il palazzo, il nome, il regno. Ma non può ritrovare l’innocenza perduta. Non può cancellare i compagni morti, né la violenza compiuta, né la guerra che ha contribuito a vincere.
Il suo ultimo viaggio, allora, non è una fuga. È il contrario: è il primo gesto con cui smette di fuggire. Dopo anni passati a sopravvivere, mentire, combattere e rimandare il ritorno, Ulisse parte ancora una volta. Ma stavolta non va verso la gloria, né verso la conoscenza proibita, né verso un’altra vittoria. Va verso i morti. E forse è per questo che il finale funziona: perché capisce che per Nolan Itaca non può essere un lieto fine. Può essere solo una tappa. Il vero ritorno non è rientrare a casa, è trovare il coraggio di guardare finalmente ciò che si è portato dietro per tutto il viaggio.
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