Pantani, il documentario che riabilita il Pirata morto 10 anni fa. La nostra recensione
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Pantani, il documentario che riabilita il Pirata morto 10 anni fa. La nostra recensione

Si è svolta oggi al The Space Odeon di Milano l'anteprima del documentario che ricostruisce la vita e la carriera della grande Maglia rosa

Pantani, il documentario che riabilita il Pirata morto 10 anni fa. La nostra recensione

Si è svolta oggi al The Space Odeon di Milano l'anteprima del documentario che ricostruisce la vita e la carriera della grande Maglia rosa

Pantani. Un nome che evoca le vette più alte dello sport e gli scandali che lo hanno sempre inquinato. Una carriera nata per gioco, quella del ciclista di Cesenatico. Aveva iniziato con la bicicletta di sua madre, unendosi a un gruppo di dilettanti del ciclismo con le loro belle bici da corsa e, arrivato a un cavalcavia aveva preso il volo, battendo tutti, come avrebbe fatto in seguito, trasformandosi nello Scalatore per eccellenza. A raccontare l’aneddoto è la voce del padre di Marco, Paolo, nel documentario Pantani dell’inglese James Erskine, che uscirà solo il 17/18/19 febbraio, distribuito da The Space Movies. Dopo quella performance, il padre, in collaborazione col nonno, gli aveva comprato una bici da corsa rossa, con la quale aveva iniziato ad allenarsi, dominando le gare emiliane. Fino al colpaccio: quello stacco sul Mortirolo, dove lasciò dietro di sé il fino allora imbattibile Indurain.

Era un eroe del popolo, come Coppi e Bartali. Lo aveva esaltato, finendo prima nella polvere, dopo quel terribile incidente che gli era costato due anni di fermo e riabilitazioni varie, oltre a una gamba più corta che non gli impedì comunque di affermarsi come il più grande di tutti, e rialzandosi come solo i più grandi sanno fare. Il suo anno d’oro fu il 1998, quando il Pirata si impose nell’Olimpo dei più grandi di sempre, vincendo sia il Giro d’Italia che il Tour de France.

Nella sua carriera domò l’Alpe d’Huez, il Galibier e le altre montagne più ripide d’Italia, con i suoi muscoli d’acciaio, la sua volontà di ferro, la sua voglia di surclassare gli avversari. Partiva sempre dal fondo, anche perché in pianura non era un drago, e staccava verso la cima, perché amava veder finire dietro la sua ruota gli avversari, uno dopo l’altro, come quella volta che perse otto minuti per un guasto e superò più di 100 ciclisti, giungendo alla vittoria. Fu un campione spontaneo, carismatico, grintoso, ma anche un eroe tragico, che – pur essendosi inerpicato per le montagne più impervie – non era riuscito a superare la vergogna di quel fango che gli era stato gettato addosso. Quel sospetto di doping, a causa di quel test che fece emergere un ematocrito oltre i livelli di tolleranza. Un sospetto che valse a mettere in dubbio tutte le vittorie faticosamente conquistate.

Il documentario di Erskine sembra sposare la teoria del “complotto”. Dal doc, costellato di interviste a ciclisti fuoriclasse di quel periodo (come Evgeni Berzin), emerge chiaramente come la scelta di staccarsi sempre di un gran bel pezzo dagli altri infastidiva gli sponsor che non vedevano inquadrato il proprio brand. Si suggerisce insomma che quel test, a cui Marco si sottopose serafico, era stato pensato a bella posta per toglierlo di mezzo, anche perché aveva osato sfidare le autorità del Tour de France, facendosi portavoce delle lamentele degli altri ciclisti nel periodo delle inchieste selvagge seguite allo “Scandalo Festina“, quando il team omonimo venne squalificato per abuso di steroidi.

Nel documentario sono molti gli interventi della madre, Tonina Pantani, che sta cercando con tutte le sue forze e l’aiuto di un avvocato agguerrito di riabilitare la reputazione del suo Marco. Il documentario, mescola con sapienza i documenti d’archivio alle interviste a sportivi e amici, e ai filmati ricreati ad hoc per colmare le lacune delle fasi più oscure della vita di Marco: la tossicodipendenza e la morte, avvenuta 10 anni fa nel giorno di San Valentino, altro paradosso tragico della sua vita.

Sobrio e ben articolato, il doc ha il pregio di non essere agiografico, ma di sposare comunque una tesi ben precisa, cioè quella di un ambiente sportivo che ha lasciato da solo l’uomo e ha esercitato pressioni fortissime sullo sportivo, combattuto tra il desiderio di parlare e fare fuori i nomi e la cautela nel non infangare la reputazione di nessun altro nello stesso modo violento con cui era stata rovinata la sua. Tempo dopo la sua morte, Tonina aveva trovato una sua cannottiera, dove il campione aveva scritto: «La vera ferita è Armstrong. Ragazzi, parlate, dobbiamo essere d’esempio per i bambini». Una dichiarazione che alla luce delle recenti confessioni di Lance Armstrong sull’assunzione di “aiutini” in quell’epoca, intristisce ancora di più.
Come se l’unico a pagare alla fine sia stato uno innocente o colpevole tanto quanto e, forse, meno degli altri. Vederlo nelle interviste dell’ultima parte della sua vita, come quella con Gianni Minà, intristisce molto. Preferiamo ricordarlo con la Maglia rosa, agguerrito e con la luce del vincente negli occhi, mentre scala una salita ripida.

Pantani uscirà in più di 100 copie in tutta Italia ed è il primo dei film distribuiti da The Space Movies, a cui seguiranno Amazzonia 3D e la riedizione di Pulp Fiction a 20 anni dalla Palma d’Oro a Cannes.

 

 

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