Tra le tante cose che si possono dire di Ruggine, il lungometraggio di Daniele Gaglianone in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia, la più importante mi sembra che si tratta di un film in cui il peso della storia è soverchiato da quello della regia, ovvero dal modo “impressionista” in cui si è deciso di raccontarla.

La trama segue due linee temporali e geografiche parallele: la periferia urbana di una città del nord-ovest, alla fine degli anni ’70, e tre interni, ai nostri giorni.
Nel primo caso osserviamo le scorribande e i giochi di un gruppo di ragazzini, soprattutto figli di immigrati siciliani, all’interno di un panorama desolato: parcheggi assolati, condomini fatiscenti, sfasciacarrozze e una vecchia fabbrica abbandonata usata come parco giochi.
Nel secondo caso ritroviamo tre di quei ragazzini, ormai adulti, alle prese con diverse contingenze: una maestra durante un consiglio di classe (Valeria Solarino), un padre separato che passa la giornata a giocare con il figlio piccolo (Stefano Accorsi) e un disoccupato che trascorre le ore in un bar temendo l’arrivo di un creditore (Valerio Mastandrea).

Le due linee sono sfocate e irregolari. L’evento che le lega è il trauma subito dai tre ragazzini, alle prese con un dottore di città che si rivelerà essere un pedofilo e un assassino (Filippo Timi). Le conseguenze di quel trauma si manifesteranno in modo improvviso nelle vite dei tre lo stesso giorno di trent’anni dopo. Questo intreccio di avvenimenti, provenienti dall’omonimo romanzo di Stefano Massaron, è ricostruito senza essere ancorato ad alcun riferimento di tempo e luogo: non ci sono veri flashback, né veri flashforward, quanto piuttosto un’insalata di suggestioni rese attraverso una post-produzione molto invadente e i siparietti in cui Timi interpreta il suo Uomo Nero con la stessa furia barocca che utilizza nei suoi spettacoli teatrali recenti (ne aveva già dato un assaggio nel suo cameo in La solitudine dei numeri primi).

Le parti più realiste e riuscite sono i quadri di insieme che descrivono la vita quotidiana dei ragazzini, tra lamiere arrugginite, auto abbandonate e piccoli deserti di sterpaglia, mentre il presente dei tre “reduci” è descritto con un immobilismo di scrittura e regia che obbliga il film a dei momenti di assoluta stasi. Inoltre il livello della recitazione è discontinuo, con il gruppo dei bambini che, pur impegnandosi, si ritrova in bocca linee di dialogo che suonano fasulle per l’età raccontata e che contribuiscono a una performance di insieme deludente.

Se ne esce con la sensazione che Gaglianone, regista finora molto apprezzato e sempre al lavoro con budget ridotti (Nemmeno il destino, Pietro), si sia fatto prendere la mano dalle opportunità produttive, lavorando molto sull’impianto visivo del film e sulla sua costruzione a incastro, ma dimenticando le esigenze della storia e quelle dello spettatore.

Leggi la trama e guarda il trailer del film

Mi piace: la regia ricca di invenzioni e di atmosfera

Non mi piace: il fatto che tutte quelle invenzioni finiscano per soffocare la storia. La recitazione trascurata del gruppo dei ragazzini. E Filippo Timi è eccessivamente sopra le righe

Consigliato a chi: a chi ama i drammi di provincia e si incuriosisce con le notizie di cronaca nera

Voto: 2/5

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