Come in Interstellar, in The Martian lo spazio è deserto (letteralmente, Marte è un deserto). Il dato storico è questo, la science fiction comincia a pensare all’universo come a un luogo abitabile ma con cui è necessario venire pian piano a patti, esclude l’elemento fantasy – l’alieno – e in pratica instaura una trattativa fra l’uomo e la Frontiera, racconta davvero l’esplorazione come in passato facevano i western, cioè con pragmatismo e stupore: nel film di Ridley Scott, Matt Damon, astronauta dimenticato sul pianeta rosso, dice “L’universo esiste da 4 miliardi di anni e dovunque io metta piede, sono il primo”. La tecnica sta cambiando il cinema, non solo perché i mezzi di produzione oggi consentono un realismo fotografico impensabile fino a qualche anno fa (fate il confronto tra questo Marte, e quelli di Red Planet o Mission to Mars di De Palma), ma perché appunto lo spazio è percepito come più comprensibile.

È la parte migliore di un film che inizia come un dramma con l’incidente che lascia solo il protagonista su Marte, poi diventa una space opera leggera – al limite della commedia – quando l’uomo cerca un modo per restare in vita, e infine una farsa di costume e di genere nel racconto della missione di salvataggio, con la scienza che non serve più a costruire senso (a divulgare) ma a distruggerlo.

La trama, dall’inizio alla fine, è tutta nel trailer: una missione della Nasa su Marte, in un futuro prossimo ma imprecisato, viene abortita in seguito a una tempesta. Uno degli astronauti, Mark Watney, è colpito da una parabola satellitare divelta dal vento e creduto morto, gli altri dunque ripartono per la Terra. Solo che Watney morto non è, ora è un botanico solo su Marte, con scorte di cibo per qualche mese, e una prospettiva di vita che non supera poche settimane. Qui il messaggio semplicissimo ma giusto, esplicitato subito prima dei titoli di coda (bell’epilogo), è che anche di fronte alla più terribile delle fregature conviene affrontare i problemi uno alla volta, con lucidità e senso dell’umorismo. Quindi Mark si mette a coltivare patate dentro il campo base, concimandole con le sue feci, e cerca un modo per comunicare con la Terra, non si perde d’animo, ascolta una gran quantità di disco music (la stessa identica associazione musicale di Guardiani della Galassia…), e alla fine trova un modo per parlare con la Nasa.

Il film fa un salto mortale poco dopo la metà della storia, quando la navicella spaziale con il resto dell’equipaggio scopre quel che è successo e decide di fare dietrofront. A questo punto la Nasa diventa il teatro di una specie di comedy televisiva alla Veep o alla West Wing, con i personaggi simili a marionette, espedienti di trama grossolani (siamo quasi ai livelli di Deep Impact), e injokes per nerd – per esempio la missione di salvataggio viene battezzata “Missione Elrond”, dal nome di un personaggio del Signore degli Anelli, e in scena in quel momento c’è Sean Bean, che aveva recitato nel primo film tratto dalla Saga… Cose così.

A questo punto diventa chiaro l’intento parodico dell’operazione, tanto più che la sceneggiatura è di Drew Goddard, lo stesso di Quella casa nel bosco, il film che giocava con luoghi comuni del cinema horror. Solo che fino a poco prima sembrava un’altra cosa. Insomma, non è il caso di prendere The Martian troppo sul serio, forse nemmeno un pochino, ma l’escursione cinematografica sul pianeta rosso, la capacità di Ridley Scott di mettere in scena un mondo, quasi di annullarne il senso nella pura estasi visiva – l’estasi della Frontiera -, è ancora straordinaria.

Di seguito, la nostra video-recensione con i cinque WTF?:

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