Sotto il cappuccio
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Sotto il cappuccio

C’è chi lo usa perché ha qualcosa da nascondere e chi per ribellione contro il sistema. A seconda del colore e del contesto l’hoodie caratterizza il personaggio.

Sotto il cappuccio

C’è chi lo usa perché ha qualcosa da nascondere e chi per ribellione contro il sistema. A seconda del colore e del contesto l’hoodie caratterizza il personaggio.

Il cinema, specie quello americano, ha sempre avuto un rapporto speciale con i vestiti “normali”: quelli che, a guardarli su una gruccia, sembrano non dire niente e invece, addosso al corpo giusto e nel momento storico giusto, diventano il manifesto di qualcosa, una posizione sociale, un credo politico, un ideale, un’attitudine. La felpa con cappuccio ne è un esempio perfetto: nasce negli anni Trenta come variazione funzionale della classica sweatshirt ed è pensata per chi lavorava o si allenava al freddo. Un pratico riparo portatile adatto per il cantiere come per il bordo di un campo sportivo, per il mercato di strada come per la palestra. Un oggetto pratico e sostanzialmente invisibile. Fino a quando il cinema non lo scopre, trasformando il suo pragmatismo in mitologia.

È il 1976 e nelle sale di tutto il mondo esce un film che fa entrare l’hoodie nell’immaginario collettivo mondiale. È diretto da John G. Avildsen e scritto da Sylvester Stallone, che ne interpreta anche l’eroe proletario protagonista: Rocky Balboa, lo stallone italiano. Rocky corre, suda, si sacrifica, si arrabbia, sbaglia, chiede scusa, racconta (male) barzellette sceme e non sembra troppo sveglio, ma nonostante tutti i pugni che la vita e Apollo Creed gli mollano, resta in piedi. Rocky è l’underdog assoluto, lo sfavorito, il primo degli ultimi, l’eroe proletario assoluto. E quando si allena, Rocky lo fa con una felpa con il cappuccio color “grigio disperazione”, un costume perfetto per dire al mondo: non ho nulla, ma tengo duro. Da quel momento, l’hoodie non è più solo sportwear: è un’idea di riscatto.

La felpa con il cappuccio diventa un capo portato da tutti, anche dai ragazzini come Elliot, il piccolo decenne, sensibile e coraggioso, sfigato ma sognatore, che aiuta E.T. a tornare a casa. Il successo planetario del film di Steven Spielberg impone il suo cappuccio rosso (assieme alle biciclette BMX e a un sacco di altre cose) come simbolo giovanile di una rivoluzione in nome dei sentimenti migliori. Da quel momento in poi, l’hoodie diventa una convenzione cinematografica per raccontare un certo tipo di personaggi sottovalutati ma pronti a trovare il loro riscatto o la loro perdizione, ma entra anche prepotentemente nello streetwear, in special modo legandosi alla cultura dell’hip-hop.

Boyz n the Hood – Strade violente (1991, John Singleton) unisce le due cose, definendo sin dal titolo l’identità e la simbologia culturale delle felpe con il cappuccio. Undici anni dopo, le cose non sono cambiate: nelle sale esce 8 Mile (Curtis Hanson) e Eminem diventa un Rocky Balboa bianco, puro sottoprodotto della white trash americana, costretto a farsi largo nella vita a colpi di rap free style questa volta. Intanto, la realtà supera il cinema: nel 2001 i fatti del G8 di Genova fanno entrare la felpa con il cappuccio nera nell’immaginario collettivo come un capo legato alla guerriglia urbana e alla protesta violenta; nel 2005, in UK, l’hoodie assume il ruolo di un simbolo di malessere sociale a causa dell’ennesimo caso di “panico della morale”, con l’opinione pubblica e i media pronti a individuare in questo capo una sorta di divisa dei giovani teppisti che portano scompiglio all’ordine pubblico, al punto che grandi catene di abbigliamento smettono di venderne.

Le felpe con il cappuccio diventano così il simbolo del degrado e una minaccia all’ordine pubblico e la cosa non sfugge all’occhio sardonico di Edgar Wright, Simon Pegg e Nick Frost, che nel 2007 dileggiano questa idiozia nel bellissimo Hot Fuzz. Nel 2012 il giovanissimo Trayvon Martin viene ucciso con alcuni colpi di arma da fuoco da George Zimmerman. Per sostenere la legittima difesa l’avvocato dell’assassino cita anche il fatto che il ragazzo portasse il cappuccio alzato, cosa che aveva fatto sentire minacciato il suo cliente. Il caso solleva grandi proteste e nasce il movimento “hoodies up” (cappucci alzati).

Il cinema e la televisione sono rapidi a capire i cambiamenti in atto e rimodulano l’utilizzo delle felpe con il cappuccio che da questo momento in poi verranno fatte indossare o ai giovani ribelli che lottano contro il sistema (Mr. Robot, tra i tanti) o da agenti segreti caduti in disgrazia e che hanno la necessità di sparire tra la folla (l’Ethan Hunt di Mission: Impossible – Protocollo fantasma, per dirne uno). L’hoodie, da simbolo proletario della gente comune, diventa un capo adatto per chi ha qualcosa da nascondere, una missione anti-sistema da portare a compimento. Il simbolo di un disagio (sociale o esistenziale) che funziona come un mantello dell’invisibilità, perfetto per raccontare chi si sente fuori posto o sceglie di esserlo.

Fortuna che poi arriva Taylor Sheridan, che torna a far indossare le felpe con il cappuccio da chi le porta davvero: persone qualsiasi che lavorano e che hanno bisogno di un capo pratico per ripararsi, anche in contesti anomali come quelli di un ranch nel Montana. E oggi, grazie a Yellowstone, un hoodie non sembra più fuori posto se indossato da un cowboy.

E ora, qualche consiglio su come indossarlo, in che maniera e in quale contesto. L’hoodie grigio resta un capo prettamente sportivo, da fatica vera. Va bene per correre e allenarsi come Rocky, anche per lavorare, se proprio volete, molto meno bene per qualsiasi altra occasione. Se invece è un hoodie grigio con il logo di qualche prestigiosa università americana, lasciate perdere a meno che non siate Mark Zuckerberg a inizio carriera.

L’hoodie nero comunica subito “guerriglia metropolitana”. Perfetto se volete fare gli hacker nella vostra stanzetta, passare una serata al centro sociale (se ne esistessero ancora) o andare a un incontro con Zerocalcare, ma piuttosto aggressivo per qualsiasi altra occasione. L’hoodie rosso è da nostalgici degli anni Ottanta, pronti a inforcare una BMX. Adatto per le serate con gli amici a giocare a D&D. Tra cinquantenni. L’hoodie bianco va bene se siete dei rapper o trapper. Lasciate perdere se non lo siete. Tutti gli altri colori sono neutri, dicono di voi che siete gente solida, della working class, che bada più alla sostanza che all’apparenza e pronta a sporcarsi le mani. Ma ricordatevi sempre la regola d’oro: non è il cappuccio a fare la persona, ma la maniera in cui lo tirate su.

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