Questa nuova serie sci-fi Netflix sfida una delle regole più vecchie di Hollywood
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Questa nuova serie sci-fi Netflix sfida una delle regole più vecchie di Hollywood

Prodotta dai fratelli Duffer, prende una direzione inattesa e mette in discussione una delle convenzioni più resistenti del genere

Questa nuova serie sci-fi Netflix sfida una delle regole più vecchie di Hollywood

Prodotta dai fratelli Duffer, prende una direzione inattesa e mette in discussione una delle convenzioni più resistenti del genere

In un’industria che tende ancora a privilegiare la giovinezza, soprattutto quando si parla di avventura, fantascienza e racconti eroici, The Boroughs, nuova serie sci-fi Netflix, sceglie una strada diversa: mettere al centro della storia un gruppo di personaggi anziani, trasformandoli nei veri protagonisti di una minaccia soprannaturale.

La serie, scritta da Jeffrey Addiss e Will Matthews e prodotta anche dai fratelli Duffer, creatori di Stranger Things, parte da una premessa che sembra giocare con molti elementi familiari del genere. C’è una comunità apparentemente tranquilla, c’è un mistero inquietante che comincia a emergere poco alla volta e c’è una minaccia che si nasconde dietro la superficie ordinaria della vita quotidiana. La differenza, però, è tutta nella scelta dei suoi eroi.

In The Boroughs, infatti, non sono adolescenti curiosi, giovani adulti o classici protagonisti d’azione a dover affrontare l’ignoto, ma un gruppo di pensionati che vive in una lussuosa comunità per anziani. Una decisione narrativa che ribalta una convenzione molto radicata: quella secondo cui le grandi storie di genere debbano appartenere soprattutto ai personaggi giovani, mentre quelli più anziani restano spesso confinati ai margini, nel ruolo di mentori, genitori, nonni o figure da consultare nei momenti chiave.

La trama prende il via quando Sam, interpretato da Alfred Molina, si imbatte in una creatura misteriosa poco prima della morte di uno dei suoi nuovi amici. Da quel momento, lui e gli altri residenti iniziano a sospettare che nella loro comunità si nasconda qualcosa di molto più oscuro. Non ci sono eroi più giovani pronti a risolvere la situazione al posto loro, né personaggi destinati a prendere il comando perché considerati più adatti all’azione. Toccherà proprio a Sam e agli altri affrontare ciò che sta accadendo.

È qui che la serie trova la sua idea più interessante. The Boroughs non tratta i suoi protagonisti come presenze fragili da proteggere o come figure sagge relegate sullo sfondo. Al contrario, li mette in prima linea. Li mostra mentre indagano, discutono, improvvisano, prendono decisioni rischiose e cercano di reagire a una minaccia che nessuno sembra pronto ad affrontare. La loro età non viene cancellata, ma nemmeno ridotta a una debolezza: diventa parte integrante del racconto.

Il paragone con Stranger Things è inevitabile, non solo per il coinvolgimento dei Duffer, ma anche per la struttura del mistero. La serie ambientata a Hawkins ha conquistato il pubblico raccontando un gruppo di ragazzini sottovalutati, costretti a confrontarsi con forze oscure che gli adulti spesso non riuscivano a comprendere davvero. The Boroughs sembra riprendere quell’idea e spostarla all’estremo opposto della vita: questa volta non sono i bambini a dimostrare di essere più capaci di quanto il mondo immagini, ma gli anziani.

La differenza è importante, perché tocca uno dei problemi più persistenti dell’immaginario televisivo e cinematografico. Hollywood ha spesso concesso agli attori più maturi ruoli prestigiosi, ma raramente li ha messi al centro di storie sci-fi o soprannaturali come eroi attivi, capaci di guidare l’azione senza dipendere da una generazione più giovane. The Boroughs rompe questa abitudine, costruendo la propria tensione proprio sulla capacità dei suoi protagonisti di reagire, adattarsi e usare ciò che hanno imparato nel corso della vita.

La serie non finge che l’età non esista. I personaggi scherzano sui propri acciacchi, sui limiti fisici, sulle operazioni subite e sulle difficoltà di muoversi in situazioni che un corpo più giovane affronterebbe con meno fatica. Ma questi elementi non vengono usati per ridicolizzarli. Servono, al contrario, a rendere più concreta la loro sfida e a mostrare che il coraggio non coincide necessariamente con la forza fisica o con la rapidità d’azione.

Sam, per esempio, può contare sulle conoscenze accumulate come ex ingegnere, competenze che diventano preziose nel momento in cui il gruppo deve capire cosa stia accadendo. Judy, interpretata da Alfre Woodard, porta con sé un passato segnato dalla necessità di opporsi alle ingiustizie e un intuito investigativo maturato nella sua esperienza da giornalista. Wally, interpretato da Denis O’Hare, affronta la propria malattia con un nuovo senso di urgenza, trovando nella missione del gruppo una ragione per non restare fermo ad aspettare.

Ognuno di loro contribuisce non nonostante l’età, ma anche grazie a essa. L’esperienza diventa una forma di potere narrativo: non qualcosa da superare, ma una risorsa da utilizzare. È una prospettiva ancora troppo rara nel genere sci-fi, dove i protagonisti più anziani vengono spesso associati alla memoria, alla saggezza o al sacrificio, ma molto meno alla possibilità di guidare davvero la storia.

Negli ultimi anni alcune serie hanno già provato a cambiare il modo in cui la televisione racconta la terza età. Grace and Frankie, The Kominsky Method, Only Murders in the Building e The Old Man hanno dimostrato che i personaggi maturi possono sostenere commedie, mystery e thriller senza essere ridotti a semplici figure di contorno. The Boroughs, però, sembra spingersi in un territorio ancora più particolare, perché inserisce protagonisti over 70 dentro un immaginario solitamente dominato da adolescenti, giovani eroi o adulti nel pieno della forma fisica.

Il risultato è una serie che non si limita a raccontare un gruppo di anziani in modo tenero o ironico, ma li trasforma in una squadra. Non sono personaggi da salvare, né presenze chiamate solo a commentare l’azione altrui. Sono loro a osservare gli indizi, a fare collegamenti, a esporsi al pericolo e a sfidare la minaccia. Proprio per questo, The Boroughs assume anche un valore più ampio: diventa una risposta all’ageismo ancora presente nell’industria dell’intrattenimento.

Il punto non è fingere che questi personaggi siano giovani, né costruire intorno a loro un’improbabile fantasia d’azione tradizionale. La forza della serie sta nel fare l’opposto: mostrare che possono essere eroi proprio restando se stessi. Non devono correre, combattere o reagire come protagonisti ventenni per risultare interessanti. Possono guidare una storia di genere attraverso intelligenza, intuito, esperienza e una determinazione che nasce anche dalla consapevolezza del tempo.

In questo senso, The Boroughs non sfida soltanto una convenzione narrativa, ma anche un’abitudine produttiva. Dimostra che la fantascienza non ha bisogno di affidarsi sempre agli stessi tipi di corpi, volti e dinamiche per funzionare. Una minaccia soprannaturale può essere altrettanto avvincente se osservata da chi ha già vissuto molto, ha perso molto e proprio per questo non ha intenzione di lasciarsi mettere da parte.

Se Stranger Things ha contribuito a ribadire che i ragazzi non vanno sottovalutati, The Boroughs sembra voler completare quel discorso da un’altra prospettiva. Anche gli anziani possono essere curiosi, coraggiosi, impulsivi, brillanti e pronti a rischiare. Anche loro possono portare sulle spalle una serie sci-fi ambiziosa, senza essere relegati al ruolo di supporto per personaggi più giovani.

È questa la vera forza della nuova serie Netflix: usare il genere non solo per costruire mistero e tensione, ma anche per cambiare lo sguardo su chi può essere considerato protagonista. E in un panorama televisivo spesso dominato da formule riconoscibili, vedere un gruppo di pensionati guidare una storia sci-fi non è soltanto una scelta originale. È anche un piccolo, significativo ribaltamento delle regole.

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