Dimenticatevi le glaciazioni precoci, i terremoti apocalittici e pure gli alieni malintenzionati: Roland Emmerich si è dato al teatro. Messa così, però, non suona come dovrebbe. Anonymous, la sua escursione nei terreni shakespeariani, è infatti soprattutto un thriller in costume, in cui un’impressionante ricostruzione d’epoca fa da sfondo a un’ipotesi affascinante quanto storicamente scombinata: William Shakespeare era un attore da quattro soldi, sbruffone e donnaiolo, che si trovò per caso a metter il proprio nome sulle commedie di qualcun altro.

Questo qualcuno era Edward de Vere, conte di Oxford, uomo di lettere e ottimo atleta, cresciuto alla corte della regina Elisabetta I nella seconda metà del sedicesimo secolo. Preoccupato di non compromettere la propria carriera politica con commedie che potevano essere considerate licenziose o semplicemente sconvenienti, Edward – la cui passione per le arti era vitale fin dalla giovinezza – avrebbe scelto come prestanome per vedere messe in scena le sue commedie una coppia di innocui drammaturghi senza idee, tra cui appunto Shakespeare.

Il film, che viaggia su due diversi binari temporali (gli anni dell’educazione a corte di Edward e di un amore sfortunato che lo segnerà, e gli ultimi anni di vita della regina Elisabetta, quando Edward, con le sue tragedie, tenta di influenzarne indirettamente le sue scelte), gioca soprattutto a reinventare le origini dei più celebri drammi del Bardo – da Romeo e Giulietta a Riccardo III, passando per il Sogno di una notte di mezza estate – ma con atteggiamento e intenzioni popolari, strizzando l’occhio in continuazione, senza alcuna pretesa da filologi.

Ne esce fuori un’imponente ricostruzione storica che fa da sfondo a una specie di romanzo d’appendice, pieno di complotti e tradimenti, storie d’amore e duelli all’arma bianca. Ma se lo sfarzo di costumi e scenografie è impressionante, il modo in cui Emmerich fotografa l’Inghilterra del ‘600 non è certo realista (come invece ha fatto Andrea Arnold con Cime Tempestose, ve ne parlammo da Venezia), e sembra piuttosto di essere finiti in un futuro remoto in cui si è deciso di recuperare vecchie abitudini. O su un pianeta lontano, in cui la gente indossa pesanti abiti di velluto, vive alla luce delle candele, e la notte non abbandona mai i cieli della città.

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