Questa volta, dobbiamo ammetterlo, Lone Scherfig è riuscita in parte a sorprendere. Dopo il sopravvalutato An Education e il pessimo One Day qui al Toronto Film Festival è arrivata con The Riot Club, storia di un gruppo di giovani e viziati studenti universitari che appartengono al più prestigioso e selettivo dei club universitari.
Il film inizia con un prologo divertente, capace da solo di impostare il tono dell’operazione secondo i termini della commedia di costume. Discorsi maschilisti e volgari, tentativi più o meno riusciti con l’altro sesso, la trafila di pagliacciate riservate ai nuovi iniziati alla confraternita. The Riot Club insomma si muove su binari ampiamente conosciuti e sfruttati in maniera superficiale, quasi fastidiosa. Se ciò accadeva più o meno involontariamente nei precedenti lungometraggi della Scherfig, stavolta però quest’idea di messa in scena appare esplicitamente voluta. Una lunghissima, estenuante, ipnotica sequenza centrale infatti ribalta (anzi conferma?) le premesse dell’operazione, ed ecco che il gruppo di giovani scapestrati si trasforma i qualcos’altro, qualcosa di più difficile da decifrare e soprattutto maneggiare. La svolta narrativa e di tono magari arriva un po’ tardi e forse troppo a sorpresa all’interno dell’evoluzione narrativa, però indubbiamente funziona. Peccato che l’autrice ancora una volta cada nella pecca di non andare fino in fondo al discorso che ha scelto di raccontare, sia a livello di trama che soprattutto nella forza della messa in scena. Quello della Scherfig rimane un cinema gentile e ovattato, anche quando indaga mondi più inquietanti. E se il pre-finale si rivela ancora una volta troppo morbido e accomodante, a riscattarlo arriva invece una scena conclusiva molto interessante, la quale getta una sana luce di ambiguità su tutto The Riot Club.


Ottimo il gruppo di attori che compongono il cast principale. Su tutti un Sam Claflin che si rivela la vera sorpresa del film, mellifluo e crudele quanto basta per renderlo un personaggio capace di instillare nello spettatore la giusta dose di inquietudine. Convincente anche il suo antagonista Max Irons, mentre nella sola scena in cui compare Natalie Dormer risplende come sempre per bellezza e presenza scenica.
Strana operazione quella di The Riot Club, composta da più film che confluiscono in uno soltanto non amalgamandosi però alla perfezione. C’è la commedia giovanile, c’è il dramma di analisi sociale, c’è la storia romantica. Non tutto funziona a meraviglia ma nel complesso ci troviamo di fronte a un lungometraggio che stuzzica l’interesse dello spettatore, ne mette alla prova la capacità di giudizio, lo spinge verso territori imprevisti e interessanti. A prescindere dalle mancanze anche evidenti che il film possiede, questo è un pregio che non può comunque essere sottovalutato.

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