Quella di Alan Turing è stata una delle figure fondamentali della storia del XX secolo. Grazie alla macchina per decifrare codici criptati che costruì durante la Seconda Guerra Mondiale, le forze alleate poterono entrare nel sistema di trasmissione nazista Enigma e di conseguenza vincere il conflitto. La storia di quest’uomo è passata del tutto sotto silenzio perché l’operazione era ovviamente segretissima. E perché Alan Turing era un omosessuale, considerato ancora un qualcosa di illegale nell’Inghilterra degli anni ’50. Suicidatosi nel 1954 dopo aver subito castrazione chimica, la sua storia viene raccontata in The Imitation Game, film diretto da Morten Tydlum. A interpretarlo una delle star britanniche del momento, quel Benedict Cumberbatch salito alla ribalta con la serie TV Sherlock. Non citiamo il detective di Baker Street a caso, perché nel caratterizzare il personaggio di Turing, almeno nei primi minuti il regista e gli sceneggiatori regalano a Cumberbatch una fin troppo esplicita versione alternativa del suo Holmes, solamente un tantino più gentile. La trovata probabilmente servirà a ingraziarsi il pubblico e farlo entrare soddisfatto nel cuore della vicenda, ma a occhi attenti appare decisamente furba, e non nel senso migliore del termine.

Pian piano che la storia procede ed entriamo più nel vivo della psicologia di Turing, il personaggio assume connotati diversi e più affascinanti. Il problema del film, però, consiste nel fatto che le due storie principali – la lotta per la decifrazione di Enigma e l’atto di denuncia contro la repressione forzata dell’omosessualità – non si legano mai con coerenza. A incidere in maniera più consistente è senza dubbio la parte legata la lavoro di codificazione, mentre il dramma personale di Turing viene affrontato in maniera frettolosa ed edulcorata, fino a una conclusione troppo poco incisiva.

A rendere The Imitation Game un film apprezzabile è il cast di attori. Benedict Cumberbatch, pur non essendo al massimo delle sue capacità istrioniche, regala alla figura di Turing la giusta tonalità e Mathew Goode gli fa da spalla elegante e carismatica. Nelle poche scene in cui compare anche Charles Dance è assolutamente efficace. Il migliore in campo stavolta è comunque Mark Strong, il caratterista britannico oggi più affidabile. Unica nota dolente del gruppo di attori principali è Keira Knightley, sempre più inespressiva e incapace di riempire i ruoli che le vengono proposti (c’è però da ammettere che quello di Joan Clarke affidatole in questo film è davvero monodimensionale).

Poteva essere un dramma storico e notevole racconto intimista. Ma la mancanza di coraggio di andare fino in fondo a ciò che mette in scena, lo riduce a un film troppo calligrafico, quindi un’occasione mancata.

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