Nel 1991 ha visto la luce un thriller capace di segnare la storia del cinema come pochi altri prima di lui. Diretto da Jonathan Demme e scritto da Ted Tally, Il silenzio degli innocenti ha adattato il romanzo di Thomas Harris consegnando al pubblico una delle interpretazioni più memorabili di Jodie Foster, nei panni dell’agente dell’FBI in addestramento Clarice Starling e, naturalmente, un Anthony Hopkins da brividi nel ruolo di Hannibal Lecter.
Il film è ancora oggi considerato uno dei thriller più importanti di sempre, nonché l’unico horror ad aver vinto l’Oscar come miglior film. Eppure, oltre alla sua trama impeccabile e alle battute ormai entrate nell’immaginario collettivo, nasconde un elemento visivo capace di aggiungere un ulteriore livello di lettura alla storia.
Come sappiamo, Demme ha infatti costruito al regia del film attraverso primi piani molto ravvicinati e sguardi rivolti direttamente verso la macchina da presa. Una scelta stilistica che coinvolge lo spettatore in modo quasi fisico, costringendolo a sentirsi parte della scena. Molti dei personaggi del film parlano infatti a Clarice guardando dritto nell’obiettivo. In questo modo, il pubblico finisce per assumere il suo punto di vista e sperimentare sulla propria pelle tutto il disagio della giovane agente, spesso circondata da uomini che la giudicano, la osservano o la trattano con sufficienza soltanto per il suo essere donna.
Il dettaglio più interessante, però, emerge proprio dal modo in cui questi uomini guardano Clarice. Nel corso del film, il suo corpo diventa continuamente oggetto di attenzioni, commenti e sguardi insistenti. Persino Lecter, durante il loro ultimo incontro, arriva a domandarle «Non senti gli occhi muoversi sul tuo corpo, Clarice?». Una frase che rende esplicito un aspetto che il film ha mostrato fino a quel momento senza bisogno di sottolinearlo.
Clarice è di fatto circondata da predatori. Un esempio particolarmente significativo arriva da una scena apparentemente priva di grande importanza narrativa come quella ambientata nell’ascensore. Clarice, minuta e vestita con una semplice tuta grigia, si ritrova circondata da uomini molto più grandi di lei, tutti con indosso uniformi rosse.
La composizione dell’inquadratura la fa sembrare quasi intrappolata. Gli uomini la sovrastano fisicamente, la guardano dall’alto e la isolano all’interno dello spazio ristretto. La scena potrebbe persino strappare un sorriso per il contrasto tra le diverse corporature, ma il risultato è soprattutto disturbante e inquietante, con Clarice che appare come un agnello circondato dai lupi.
Il cuore nascosto de Il silenzio degli innocenti si rivela quindi in tutti gli sguardi che Clarice attira su di sé. Mentre dà la caccia a Buffalo Bill, un predatore che rapisce e uccide le donne, lei stessa si ritrova a sua volta costantemente osservata e giudicata da una società maschile che guarda al corpo femminile come a un oggetto.
Il vero orrore de Il silenzio degli innocenti, dunque, non risiede soltanto nei crimini del famigerato Buffalo Bill o nell’efferatezza di Hannibal Lecter. È anche nell’ordinario, negli sguardi apparentemente innocui e nella consapevolezza che Clarice, pur cercando di fermare un mostro, si trova totalmente immersa e circondata da altre forme di predazione. Una lettura che rende il capolavoro di Jonathan Demme ancora più inquietante e, forse, ancora più grande.
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Foto: CDI
Fonte: ComicBook
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