Nel 2006, quando il fenomeno dei supereroi sul piccolo schermo era ancora acerbo e lontano dai numeri record degli anni successivi, Heroes arrivò come un fulmine a ciel sereno. La serie ideata da Tim Kring raccontava di persone comuni che, improvvisamente, scoprono di avere poteri straordinari. Niente tutine colorate, nessun universo condiviso, nessuna base nei fumetti: Heroes portava sullo schermo un racconto originale, adulto e sorprendentemente maturo, che oggi sarebbe perfettamente in linea con il successo di titoli come The Boys, Invincible o Watchmen.
Quello che Heroes riuscì ad anticipare, infatti, è la riflessione sul lato oscuro dei superpoteri: la paura, il caos, il peso delle responsabilità e le conseguenze morali dell’essere “diversi”. Prima che il pubblico iniziasse a stancarsi dei supereroi invincibili e senza macchia, la serie mostrava protagonisti tormentati, spesso incapaci di controllare le proprie capacità, coinvolti in trame complesse e interconnesse. E lo faceva senza l’appoggio di un franchise preesistente: un’operazione coraggiosa e lungimirante, che avrebbe meritato un destino ben diverso.
La prima stagione fu un successo immediato. Venne lodata da critica e pubblico, ottenne nomination a Golden Globe e Emmy, e sembrava pronta a diventare un punto di riferimento della tv americana. Ma poi arrivò lo sciopero degli sceneggiatori del 2008, che colpì duramente tutta l’industria e mise in ginocchio la serie. La seconda stagione fu ridotta drasticamente e il racconto, già ambizioso e complesso, iniziò a perdere coerenza. Problemi come l’eccessivo aumento dei poteri (il cosiddetto “power creep”) iniziarono a rendere difficile mantenere la tensione narrativa, e Heroes non è riuscita più a ritrovare l’equilibrio iniziale. Le stagioni successive furono accolte con crescente freddezza e la serie si concluse nel 2010, lasciando un grande potenziale inespresso – per nulla riscattato dal reboot/sequel del 2015.
È anche vero che Heroes uscì in un’epoca in cui le reti televisive erano molto meno disposte a sperimentare rispetto alle moderne piattaforme streaming. L’idea originale di una serie antologica, con personaggi e trame che cambiavano stagione dopo stagione, fu accantonata perché i dirigenti volevano mantenere il cast amato dal pubblico. Oggi, invece, un’impostazione simile sarebbe perfettamente in linea con le produzioni seriali più innovative.
Proprio per questo motivo, la notizia di un reboot intitolato Heroes: Eclipsed, recentemente annunciato con il ritorno del creatore Tim Kring e la possibile reintroduzione di alcuni personaggi storici, incuriosisce. Dopo quasi vent’anni, però, viene naturale domandarsi se questa nuova incarnazione non arrivi troppo tardi. Il panorama delle serie supereroistiche è ormai affollato e dominato da prodotti di altissimo livello tecnico e narrativo. La sfida per Heroes, oggi, è proprio questa: riuscire a distinguersi in mezzo a titoli già affermati, senza apparire come un’operazione nostalgica. Forse il tempo le aveva dato ragione fin dall’inizio. Ma ora, per non perdere un’altra occasione, dovrà dimostrarlo sul serio.
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