Il fascino indiscreto del doppiopetto
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Il fascino indiscreto del doppiopetto

Dall’utilizzo professionale in marina alla moda civile fino al successo nel cinema. Nascita, declino e resurrezione di un capo senza tempo che garantisce un look impeccabilmente elegante

Il fascino indiscreto del doppiopetto

Dall’utilizzo professionale in marina alla moda civile fino al successo nel cinema. Nascita, declino e resurrezione di un capo senza tempo che garantisce un look impeccabilmente elegante

Il completo o la giacca doppiopetto è un capo della moda maschile e, talvolta, femminile, dalla lunga e complessa storia, largamente influenzata anche dal cinema.

Le sue origini, come tanti capi diventati di moda, affonda nella storia militare e da motivazioni e scelte dettate dalla praticità. Il completo “double breasted” riprende infatti le uniformi navali europee e, in particolare, dal “reefer jacket”. Il termine “refeer” fa riferimento ai marinai addetti alle vele, particolarmente esposti alle intemperie e bisognosi di un capo capace di proteggerli dal vento e dal freddo. Il capo ideato per loro, quindi, era dotato di una doppia fila di bottoni che impediva all’aria fredda di infilarsi sotto il giaccone. Nel tardo XIX secolo, il doppiopetto iniziò a essere adottato nella moda civile, declinato in giacche e non più giacconi, e abbinato con pantaloni che riprendevano sempre stilemi militari e marinareschi.

I primi a renderlo popolare furono, soprattutto, gli aristocratici britannici, desiderosi di darsi un tono eroico, anche se il ponte di un vascello da combattimento lo avevano visto solo sulle foto dei giornali o a qualche inaugurazione. Non era comunque utilizzato per occasioni formali ma per attività sportive (l’andare a vela per fini ricreativi, per esempio) o sociali (come un cocktail pomeridiano in qualche colonia britannica, preferibilmente esotica). A renderlo particolarmente popolare fu il Duca di Windsor (uno degli uomini più eleganti di tutti i tempi), rendendolo un capo imprescindibile nel guardaroba maschile.Negli anni ’30 e ’40 il capo raggiunse la sua massima diffusione e popolarità e, forse proprio per questo, si imbarbarì.

Nella sua versione più strutturata, con linee rigide per la giacca dalle ampie spalle e pantaloni con la piega, l’abito doppiopetto divenne un capo con cui un certo tipo di uomini di potere e ricchezza (quelli che si erano fatti da soli) esprimevano la loro forza e il loro arrogante potere, in aperta rottura con i rafÏnati e formali eredi di fortune antiche. Non è un caso se gangster come Al Capone e John Dillinger lo trasformarono nella loro divisa d’ordinanza.

Ovviamente, Hollywood intuì immediatamente le potenzialità iconiche della cosa e iniziò a vestire i suoi duri dello schermo con splendidi doppiopetto, specie quelli che tanto imponenti non erano, perché il vestito li avrebbe aiutati a sembrare tali. Un paio di nomi su tutti? Humphrey Bogart e James Cagney. Si niziò quindi ad associare il doppiopetto a un certo tipo di personaggio e di atteggiamento e la cosa fece, allo stesso tempo, la fortuna e la sfortuna di questo tipo di abiti perché, con il cambiare dei tempi e della sensibilità, quel tipo di ideale di uomo non venne più percepito come un qualcosa da desiderare o a cui aspirare ma come qualcosa di tossico, da cui diffidare e tenersi alla larga. Sul finire degli anni Cinquanta e fino agli anni Settanta, l’abito doppiopetto, specie se gessato, apparì praticamente solo nei film e indossato esclusivamente da qualche criminale (di solito con il complesso dell’altezza). Ma come lo zeitgeist del tempo cambia costantemente, con l’arrivo dei rampanti ed edonisti anni ’80 (e con il genio di Armani che lo reinterpreta in una chiave moderna, estrema e stilosissima), il doppiopetto torna di nuovo alla ribalta, diventando il capo degli yuppie, dei poliziotti spregiudicati, delle donne forti e in carriera e lo possiamo vedere tanto in pellicole dell’epoca, quanto in pellicole che quell’epoca la ricostruiscono. Nota a margine: in quegli anni, in Italia, a rilanciare il capo è proprio un self-made man non troppo alto, con modi da guascone e da gangster che interpreta
alla perfezione lo spirito del tempo. Mi sembra inutile scrivere il suo nome.

Anche gli anni Ottanta passano, e fino alla soglia degli anni Venti del nuovo secolo, il doppiopetto torna a essere un completo quasi ingestibile per chiunque, ma poi, complice la nostalgia per gli eighties, eccolo riaffacciarsi nuovamente tanto sulle passerelle quanto nel cinema, in una chiave fortemente autoironica e destrutturata, resa particolarmente iconica da Harry Styles (e poi da tutti gli altri a seguire) che rimanda a un preciso immaginario, sovvertendolo e trasformando il doppiopetto da “vestito per piccoli uomini dalle grandi ambizioni” in “abito ironico da persona capace di scherzare sulle contraddizioni del tempo”. Quindi, oggi un doppiopetto potete mettervelo? Sì. Destrutturato se possibile, in qualche colore improbabile o abbinato a qualche accessorio a contrasto o sabotato (per esempio, indossato senza camicia). Ma, attenzione, non è mai stato un capo semplice o neutro e mai lo sarà. E per quanto le persone non troppo alte sembrino amarlo in maniera particolare, posso assicurarvi che non le premia.

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