Biondissima e abbronzata, morbidamente fasciata in un abito a righe bianche e nere, Scarlett Johansson è sbarcata al Lido di Venezia per presentare Under the Skin, terzo film del regista britannico Jonathan Glazer (Birth – Io sono Sean) tratto dal romanzo di Michel Faber Sotto la pelle. Nel film (qui la nostra recensione) la Johansson interpreta una creatura aliena che assume sembianze umane per confondersi tra gli esseri umani. Proprio l’idea di poter guardare gli uomini attraverso gli occhi di un’aliena ha spinto il regista a realizzare la pellicola, come ha affermato in prima persona durante la conferenza stampa del film: «L’idea di poter raccontare l’umanità attraverso gli occhi di una creatura aliena mi ha spinto a fare il film. Il punto di partenza del libro è perfetto per raccontare al cinema una storia, soprattutto dal punto di vista visivo. Il film parla di temi universali come amore, morte, vita, che emergono gradualmente, attraverso sensazioni e suggestioni. Non volevo affrontare degli argomenti particolari in maniera mirata, ma esprimerli attraverso un flusso emotivo».

Il ruolo è stato particolarmente impegnativo per l’attrice americana, ripresa attraverso otto telecamere diverse nascoste in scenari reali, per poterle dar modo di recitare in maniera più naturale possibile: «È stato un ruolo molto difficile. All’inizio il mio personaggio è quasi come una macchina che si accende e si spegne in base allo scopo che deve portare a termine. Poi pian piano si evolve. All’inizio non avevo un’idea precisa di come impostare il personaggio, poi dopo due o tre riprese ho capito quello che dovevo fare. Ci sono comunque volute due settimane per capire bene la strada da seguire e per far crescere il personaggio dentro di me. Mi ha aiutato molto il fatto di essere stata ripresa in mezzo a persone che non sapevano che stavamo girando il film. Solo dopo sei o otto riprese la gente si accorgeva che stavamo girando. Il bello è stato vedere le differenti reazioni: c’è una scena nel film in cui cado per strada e abbiamo visto ogni tipo di comportamento. Alcuni ti riprendevano senza aiutarti, altri facevano finta di niente, altri ancora si preoccupavano sul serio e venivano a darti una mano. Tutto questo ha portato a una performance molto genuina, nata da una distinzione non netta tra realtà e finzione. Questo modo di girare e di non sapere cosa sarebbe accaduto è stato bizzarro, ma stimolante. Mi ha spinto ad abbandonare ogni paura e a essere sempre ben presente. È stata quasi una terapia».

© RIPRODUZIONE RISERVATA