In un Festival in cui passano a breve distanza l’uno dall’altro Anime nere, Hungry Hearts, Senza nessuna pietà e Perez, la sensazione che il processo di emancipazione di una buona fetta del cinema italiano dalla tradizione della farsa regionale e dal linguaggio televisivo (lasciamo stare I nostri ragazzi di De Matteo) stia facendo passi da gigante, è forte. Tuttavia il legame di queste storie con cronaca nera e territorio – un retaggio che sembra quasi il diktat di un incoscio artistico collettivo -, che ha fatto di recente la fortuna di Gomorra, rischia di diventare un impaccio più che un’opportunità per questa nuova generazione di autori, zavorrando le storie e dimezzando le idee (mentre il successo di Sorrentino dovrebbe insegnare a rischiare). Non è un caso che tra i citati il film più riuscito, vendibile all’estero e poeticamente originale sia quello di Costanzo, che è ambientato a New York e sceglie un tema globale e poco battuto come l’educazione alimentare.

Perez è invece la terza storia di criminalità organizzata (dopo la Roma di Senza nessuna pietà e la Calabria di Anime nere, tocca a Napoli) che viene utilizzata come cornice per un dramma familiare e d’amore, svicolando in fretta da qualsiasi responsabilità e rischio comporti fare cinema di genere o vicino al genere. Al centro del racconto c’è Demetrio Perez (Luca Zingaretti), avvocato d’ufficio, specialista in cause perse con una preferenza per i camorristi: vive a due passi dal Palazzo di Giustizia in pieno Centro Direzionale (un quartiere di vetro e metallo, ambizioso e moderno, che sembra un corpo esterno alla città), è stato abbandonato dalla moglie, e deve pure fare i conti con una figlia poco più che ventenne (Simona Tabasco) che lo detesta. Una situazione che peggiora ulteriormente quando scopre che la ragazza si è legata a un malavitoso (Marco D’Amore, il Ciro di Gomorra). Per liberarsi di lui chiederà aiuto a un boss in attesa di processo (Massimiliano Gallo), che in cambio gli domanda di recuperare dei diamanti dalla pancia di un toro.

Lo stile di Edoardo De Angelis è molto più asciutto rispetto all’esordio con Mozzarella Stories, dove si sprecavano i riferimenti a Kusturica, Tarantino e Scorsese. Qui il linguaggio viaggia in territori che stanno a metà strada tra la buona TV americana e il polar francese, e il film ha una sua compattezza estetica e narrativa, favorita anche dalla centralità di un singolo luogo/quartiere nel tenere assieme i caratteri dei personaggi e indirizzare la sinossi, fino ad assumere quasi contorni metafisici (le riprese sono spesso notturne o comunque in condizioni di luce bassa). Luca Zingaretti dà vita ad un cane di paglia credibile, ma così lavorato in sottrazione che alle volte capire da che parte stia e cosa abbia in testa diventa un’impresa; il che per un po’ sembra un pregio ma a lungo andare rischia di far evaporare il personaggio. Il migliore del gruppo è Gianpaolo Fabrizio (Merolla, l’unico amico di Perez), omuncolo allo sbando dopo la morte del figlio, personaggio vittima di una rabbia misurata, onesta, quasi clownesca, destinata ad avvelenarlo. E la scena più bella è quella tragicomica – questa sì di lunga e ottima tradizione nel nostro cinema – della cattura e dello sventramento del toro, sotto la pioggia e lo sguardo immobile di un indiano paralizzato.

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