dune recensione
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Effetti speciali

Il cinema sci-fi degli ultimi cinque anni ha un nome ed un cognome: Denis Villeneuve. Dopo Arrival e soprattutto Blade Runner 2049, il regista canadese affronta ora un altro mostro sacro dell’immaginario fantascientifico, quel Dune in grado di far arenare anche personalità artistiche del calibro di Alejandro Jodorowsky e David Lynch.

Il ciclo di romanzi di Frank Herbert, usciti tra il ’65 e l’85, rappresenta un unicum interessante nel panorama letterario: ha profondamente influenzato l’immaginario fantascientifico (Star Wars su tutti), ma nonostante questo non aveva ricevuto sinora un adattamento cinematografico veramente degno di nota. Villeneuve fa tesoro del parziale fallimento di Lynch e non cede all’illusoria tentazione di condensare tutto in un unico film, preferendo concentrarsi solo sulla prima parte del primo romanzo. Dune Parte I è questo: la bella premessa di un’universo che potrebbe dominare i prossimi 10 di immaginario sci-fi.

La storia alla base è sempre quella: la lotta tra nobili Casate galattiche degli Atreides e degli Harkonnen per il controllo di Arrakis, pianeta fondamentale per l’Impero in quanto l’unico ad avere “la spezia”, il materiale che permette i viaggi stellari. L’imperatore affida il controllo delle operazioni alla famiglia di Paul Atreides (Timothée Chamalet), la quale si ritrova però al centro di un complesso tradimento ordito proprio per eliminarli. Per sopravvivere, l’erede della casata dovrà abbracciare il suo destino e legarsi agli abitanti di Arrakis, i Fremen, un popolo in comunione col deserto e i giganteschi vermi della sabbia.

La complessità narrativa di Dune è notevole. Villeneuve non si tira indietro, sfrutta l’esperienza di Arrival e divide il film in due parti: la prima di world building, in cui presenta i personaggi e le meccaniche sociali alla base, a metà tra il medievale e il futuristico; nella seconda getta le premesse della storia, destinata però a continuare a lungo prima di trovare il suo compimento. Rispetto al materiale di partenza originale, viene mantenuto l’aspetto ecologista che ha reso il ciclo di Dune avanguardistico, per certi versi, rispetto ai suoi anni: lo sfruttamento delle risorse, la vena anti-colonialista e la rivendicazione da parte degli indigeni della propria terra sono temi cari a Herbert quanto a Villeneuve, che nella sua versione ne lascia infatti intatta la purezza critica.

A risaltare è anche la figura cristologica del suo protagonista, l’erede degli Atreides al centro di una antica profezia: la sua natura è umana solo per metà, l’altra si scontra con l’appartenenza della madre alle Bene Gesserit, sorellanza di “streghe” delle quali Paul ha ereditato alcune capacità che all’esterno appaiono sostanzialmente magiche. Proprio come un Cristo fantascientifico, Paul è atteso dal popolo di Dune come un Messia in grado di restituirgli il pianeta conteso, con tutto il carico di aspettative e scetticismo che ne deriva.

Le comprensibili difficoltà nel condensare tutta questa mole letteraria in “sole” due ore e mezza di film sono riscattate da un impianto tecnico inattaccabile, possibile grazie a mezzi inaccessibili negli anni ’70 e ’80. Ancor più della fotografia e degli effetti speciali, a dare corpo e valore al racconto stesso è la colonna sonora di Hans Zimmer: conferisce ad ogni scena una mastodontica epicità, punteggia personaggi e dinamiche di potere meglio di quanto riescano a fare i dialoghi, spesso obbligati da necessità informative.

In definitiva, Dune è esattamente come il pianeta sul quale è ambientato: una vasta distesa di materiale prezioso, sotto la cui superfice si intravedono pericoli che sembrano renderlo inabitabile. La natura però trova sempre un modo per sopravvivere e Villeneuve, proprio come i Fremen per il loro pianeta, si è dimostrato la persona giusta per guidarci e insegnarci a vivere in questo ambiente apparentemente ostile.

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