Di cosa parliamo quando parliamo di Dylan Dog?
Vittima degli Eventi, il fan movie diretto da Claudio Di Biagio e scritto da Luca Vecchi, nasce con l’esigenza di rispondere a questa domanda. Ed essendo ambientato a Roma e costruito su una storia originale, premette una parte della risposta prima ancora dei titoli di testa: quando parliamo di Dylan Dog non parliamo necessariamente di Londra, né del canone bonelliano.

Parliamo invece di una certa qualità dell’illuminazione e dei colori, del passo con cui procedono le storie (e la durata, 50 minuti, è perfettamente consona alla natura degli albi della serie regolare, che con le loro 98 pagine hanno quasi sempre set up troppo lunghi e finali frettolosi), della natura del rapporto tra Dylan e Groucho, di una particolare forma di paura legata alla letteratura, al cinema, alla pittura, cioè alla memoria culturale condivisa. Su questi elementi lavorano Di Biagio e Vecchi, operando infine una traslazione “interna” del citazionismo da sempre tipico della testata, legando cioè i riferimenti allo stesso canone bonelliano a cui hanno scelto (e in parte dovuto, non possedendo alcun diritto sul materiale) restare esterni: Dylan Dog che cita se stesso (Le vie dei colori, Golconda!), che poi è esattamente la natura dell’operazione, una specie di riassestamento dell’immaginario dopo il pessimo lavoro fatto dagli americani due anni fa.

La storia si svolge a Roma e inizia su un ponte, dove una ragazza, Adele, vede un fantasma che si stacca la testa. Del suo caso si occupa Dylan Dog, che inizia a indagare con l’aiuto dell’ispettore Bloch (Alessandro Haber) e delle visioni suscitate dalla signora Trelkovski (Milena Vukotic) durante le sue sedute spiritiche. Tra le tappe della ricerca ci sarà anche Safarà, il negozio di antiquariato magico del misterioso Hamlin (Massimo Bonetti) che i fan conoscono bene. Il controcanto comico è naturalmente affidato a Groucho, a cui lo stesso Luca Vecchi conferisce un carisma acido, perfino aggressivo, accentuando i tratti più “cattivi” del personaggio.

Ci sono poi, sparsi in una sceneggiatura forse troppo complessa per un film destinato a essere fruito sul web (dal 2 novembre sul canale YouTube dei The Jackal), riflessioni quasi metafisiche sulla natura dei personaggi (Groucho dice: “Se fossi stato un appassionato di pittura mi sarei vestito da Van Gogh o Picasso“) e slanci (auto?)parodistici, come quando Groucho stesso porge a Dylan la chitarra di Guitar Heroes al posto del clarinetto, oppure gli ricorda che, a differenza sua, Sherlock Holmes può vantare una tradizione cinematografica degna di questo nome.

Il risultato finale è un prodotto che misurato sulle premesse (un budget ridicolo, quasi tutto raccolto con il crowfunding; la regia di un esordiente) è addirittura strepitoso, soprattutto per la qualità tecnica (fotografia, scenografie, costumi, vfx) della confezione. E se difetta, difetta per eccesso di entusiasmo: una scrittura più leggera e lineare, con una chiara progressione drammatica, e una regia più semplice (perché tutte quelle inquadrature oblique?) avrebbero probabilmente giovato. Ma l’entusiasmo non è mai un difetto detestabile. E in ogni caso un Dylan così “vero”, su grande o piccolo schermo, non s’era mai visto: da questo punto di vista l’obiettivo è centrato.

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