Dunque, di cosa parliamo esattamente quando usiamo il termine dadcore?
Il termine è iniziato a circolare prepotentemente attorno al 2016 e identifica una tendenza estetica che celebra lo stile pratico e disinvolto tipico dei padri di famiglia, soprattutto quelli degli anni ’80 e ’90. Questo stile è caratterizzato da un look volutamente “non alla moda”, che privilegia il comfort e la funzionalità e ha visto la sua consacrazione ufficiale sulle passarelle, con una sfilata di Balenciaga nel 2017, che ha portato sotto i riflettori veri padri con i loro figli. Da allora, il dadcore è stato adottato da celebrità e influencer, diventando una tendenza riconosciuta nel mondo della moda. È considerato un’evoluzione del normcore. Che cos’è il normcore? È una tendenza individuata e definita dal collettivo newyorkese K-HOLE nel 2014, in un report. La loro idea era che l’individuo, sopraffatto dall’eccessiva individualizzazione promossa dal mercato, reagisse scegliendo di confondersi con la massa invece che distinguersi. Il dadcore è la stessa cosa, ma spinge ancora più in là l’estetica dell’ordinario e del funzionale.

Nel cinema e nella televisione, il dadcore trova un antenato in Ned Flanders dei Simpsons, e nella famosa gag “stupido, sexy, Flanders” (poi diventata un meme di enorme successo); ma il punto di svolta si può trovare in due film, uno del 2005 e uno del 2011, entrambi interpretati da Steve Carell, che del normcore e del dadcore è un poco il santo protettore. Il primo film è 40 anni vergine, diretto da Judd Apatow (altro paladino della normal people) e porta in scena il personaggio di Andy Stitzer (Carell, appunto), un magazziniere di un negozio di elettronica appassionato di fumetti e miniature, un nerd di quelli alla vecchia maniera, non resi ancora desiderabili dal cinema e dalla televisione che, arrivato alla soglia dei quarant’anni, è ancora vergine. Il film (purtroppo intriso di uno strisciante perbenismo, tipico delle cose di Apatow) celebra l’idea di una mascolinità non tossica, impacciata, normale e ottiene uno strano risultato: trasforma il suo protagonista in un uomo insospettabilmente desiderato.
La cosa non viene pienamente capita o colta, ma la magia si ripete con Crazy, Stupid, Love, di Glenn Ficarra e John Requa, dove Carell questa volta interpreta proprio un noioso padre di famiglia che vede la sua vita sconvolta dalla richiesta di divorzio della moglie ed è costretto a rimettersi in gioco nella sua non voluta vita da single. Ad aiutarlo, un affascinantissimo seduttore seriale interpretato da Ryan Gosling. Il film, sulla carta, dovrebbe funzionare sul contrapporre un uomo noioso e poco attraente (per quanto affidabile e solido) a uno molto attraente (ma del tutto inaffidabile e poco corretto) e trovare una sintesi tra questi due estremi. Il personaggio di Carell, alla fine del film, è meno noioso e più convenzionalmente attraente e quello di Gosling più affidabile, umano e normalizzato. Succede però una cosa strana perché il pubblico femminile (e, in special modo, quello più giovane), inizia a sostenere che il personaggio sexy del film non sia quello di Gosling ma quello di Carell, e non alla fine della pellicola ma all’inizio, quando è davvero solamente un grigio, noioso, padre di famiglia. Nel giro di poco, gli outfit di Cal Weaver (questo il nome del protagonista del film) entrano nella moda giovanile e le New Balance tanto sfottute dal personaggio di Gosling finiscono ai piedi dei ragazzi più trendy.

Questo non solo segna l’inizio della moda delle daddy shoes (le sneaker grosse, robuste, brutte, che potrebbe indossare vostro padre), ma getta il seme della tendenza dadcore in generale, che arriva fino a oggi, glorificata da personaggi come Ted Lasso e da attori come Pedro Pascal, che non solo è il daddy per eccellenza della televisione del cinema moderno, ma che quando non sorprende tutti con outfit audacemente queer, ama vestirsi come un normie o, appunto, un daddy.
Quindi, quali capi ci consegnano cinema e televisione per identificare il dadcore?
CAPISPALLA: classiche giacche a vento con la zip (Columbia e Patagonia sono ammessi come marchi costosi perché per la giacca un dad è disposto a spendere, se tiene al riparo dal freddo ed è bella robusta). Vanno bene anche i bomber imbottiti (Avirex), qualsiasi giacca sportiva e, ovviamente, le giacche di velluto, specie se di una taglia in più del dovuto.
CAMICIE: larghe, confortevoli, colori neutri o tartan scozzese; in cotone, flanella o denim. Da portare sempre nei pantaloni.
T-SHIRT: morbide, bianche o con loghi dimenticati; magliette di vecchie band o eventi degli anni ’90. Da non portare mai nei pantaloni.
PANTALONI: comodi e pratici, sempre con cintura; se possibile con piega centrale e pinces. Un paio di chino Dockers sono d’obbligo. Anche i jeans vanno bene, purché regular fit e a taglio dritto (i Levi’s 502, ad esempio).
SCARPE: New Balance, soprattutto i modelli 407, 990, 993, 574 (e se vi sentite audaci, le 9060). Alternative valide: Nike Air Monarch, o – se prendete Ted Lasso come riferimento – le classiche Dunk.
ACCESSORI: occhiali da sole Oakley (M Frame o Radar i modelli) o Ray-Ban Predator, basecap della Nike (mai un trucker) e un Casio F-91W, un Timex Ironman, o un G-Shock bello grosso al polso.
VARIANTI ESTIVE (summer dadcore, il papà in vacanza): largo a camicie hawaiane, polo color pastello e pantaloni (ma occhio ai marchi: bene l’economico GAP, male il costoso Lacoste), bermuda e cargo short. Ai piedi, sandali Birkenstock, scarpe da barca e sneakers di tela (Superga).
Infine, il dettaglio più importante: L’IRONIA. Non esiste “core” senza la piena consapevolezza dello stile che si sta citando e lo si deve citare con ironico distacco post-moderno. Se le New Balance vi piacciono davvero (come piacciono davvero a me, per esempio), non siete dadcore ma siete, semplicemente un dad.

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