Nowhere segna l’esordio alla regia di Andrea Arcangeli, che dopo anni davanti alla macchina da presa sceglie di mettersi in gioco con un progetto personale e intimo. Il cortometraggio, presentato al Bari Film Festival, rappresenta un primo passo importante verso una nuova fase del percorso artistico dell’attore.
Il corto racconta la storia di un uomo insoddisfatto, intrappolato nella continua ricerca di un ideale di perfezione che sembra sfuggirgli. In questo inseguimento costante, il protagonista rischia di perdere di vista ciò che ha già davanti agli occhi, dando vita a un racconto che riflette sul desiderio, sull’identità e sulla difficoltà di vivere davvero il presente.
Un debutto alla regia che arriva in un momento particolarmente intenso per l’attore, protagonista di diversi progetti recenti: da Il falsario di Stefano Lodovichi, presentato alla Festa del Cinema di Roma e ora disponibile su Netflix, a Prima di noi di Daniele Luchetti, fino a Io sono Rosa Ricci, il prequel di Mare Fuori diretto da Lyda Patitucci. Tre lavori che confermano la sua presenza sempre più centrale nel panorama audiovisivo italiano.
Con Nowhere, però, Arcangeli sceglie di spostarsi dietro la camera, dando forma a uno sguardo autoriale che racconta molto del suo percorso e delle sue urgenze espressive. Lo abbiamo intervistato per parlare di questa nuova esperienza e delle sfide che ha comportato.

Dopo tante esperienze davanti alla cinepresa, ti sei “buttato” per la prima volta dall’altro lato. Questa nuova sfida nasce da qualche esigenza particolare o sogno nel cassetto?
Il cinema è sempre stato il luogo in cui mi sono sentito più a mio agio, e guardare film era il mio modo di conoscere il mondo e me stesso. Venendo però da una piccola provincia non pensavo potesse diventare un mestiere, e invece l’opportunità è arrivata con la recitazione. Dopo 14 anni di lavoro sui set avevo confermato che il cinema era la chiave per esprimermi ed esplorare, e poiché l’altra passione che mi ha sempre accompagnato è quella per la fotografia, ho avuto voglia di alzare l’asticella e provare a raccontare qualcosa di mio, da un mio punto di vista, usandolo per scoprire cose nuove e allo stesso tempo cogliere tutto quello che il cinema poteva darmi.
In quanto attore, immagino sia stata un’esperienza particolare anche dirigere per la prima volta altre persone. Come hai selezionato i due protagonisti e che tipo di dialogo si è instaurato con loro?
Sono stato categorico fin dall’inizio sulla volontà di non recitare io stesso nel corto, ma di scoprire l’altro lato del lavoro con gli attori. Insieme al casting Danilo Sarappa abbiamo fatto una ricerca intensa, e ho scoperto la bellezza di conoscere gli attori, capire il loro punto di vista e le loro fragilità, cercando di metterli nella condizione migliore per tirare fuori una scintilla autentica. Essere attore mi ha aiutato a capire quali condizioni possono far vivere davvero un testo. La scelta di Andrea Palma e Sofia Conti è stata di pancia: avevo la sensazione che potessero essere quei personaggi e che riuscissero a far vibrare qualcosa di vero dentro di loro. A volte non è una questione di bravura, ma di empatia con il personaggio.

In Nowhere seguiamo lo sguardo del protagonista, sempre alla ricerca di qualcosa di indefinito ma desiderato. Come hai lavorato proprio su questo tema?
Ho scelto di girare in 4:3 e principalmente attraverso primi piani perché volevo chiudere il personaggio dentro una sorta di gabbia, come se si autocensurasse lo sguardo. Volevo raccontare un uomo alla costante ricerca di qualcosa che è sempre oltre ciò che possiede, incapace di vedere davvero le persone che ha davanti. Per questo le donne che incontra sono fuori fuoco, di spalle o frammentate, fino all’unica figura femminile che vediamo davvero. Volevo che fossero protagonisti i suoi occhi, la loro fame e la loro confusione. C’è sicuramente qualcosa di Siddharta di Hermann Hesse in questa ricerca continua di qualcosa che forse non ha una fine.
È un racconto molto suggestivo, in cui anche i colori sembrano avere un ruolo preciso. Puoi raccontarci le tue scelte registiche?
Abbiamo lavorato molto con il direttore della fotografia Filippo Marzatico sull’identità visiva. L’inizio è immerso in un blu acquatico, una bolla in cui il protagonista è isolato, poi si passa a tonalità ocra fino ad arrivare al rosso intenso della discoteca, simbolo del punto più basso. La luce cambia con l’arrivo della ragazza che può salvarlo, e con lei cambia anche il linguaggio visivo: da una regia più rigida e controllata si passa a una macchina a mano, più viva e vicina agli attori. È come se la realtà irrompesse improvvisamente nella sua vita.

In un mondo che ci spinge continuamente al confronto e all’insoddisfazione, come si può spezzare questo meccanismo?
Aprendo gli occhi a quello che abbiamo davanti e apprezzando il momento presente. Essere davvero presenti, accettare ciò che siamo e dove siamo. Siamo il risultato di infinite possibilità che ci hanno portato qui, e questo dovrebbe bastare per provare gratitudine.
Hai scoperto nuove cose su di te, umanamente e professionalmente, affrontando questa esperienza?
Avevo bisogno di fare questo corto per due ragioni: capire cosa avevo da dire dietro la macchina da presa e se ero in grado di farlo, e allo stesso tempo metabolizzare cosa significa non vivere costantemente inseguendo un desiderio irraggiungibile. Mi ha ricordato che a volte la soluzione è già davanti a noi, e dobbiamo solo imparare a vederla.
Foto: Maddalena Petrosino
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