In un frammento di Filth, il film con James McAvoy tratto dal romanzo di Irvin Welsh, compare in uno schermo televisivo un tizio con una grossa testa di cartapesta. È la stessa testa di cartapesta che Michael Fassbender indossa costantemente (anche sotto la doccia) in Frank, il dramma indie di Lenny Abrahamson che racconta la storia degli Soronpfrbs (nessuno sa come si pronunci, limitatevi a guardarlo), una band post-rock-elettronica che fa sperimentazione estrema campionando suoni silvestri e trambusti domestici. La coincidenza non è un sofisticato in-joke: il protagonista di Frank è ispirato al comico inglese Chris Sievey, che oltre al repertorio da cabarettista suonava in una band. Tutto, sempre, con quella testa in testa.

Nella vita dei Soronprfbs capita un giorno Jon (Domnhall Gleeson), impiegato sognatore che vuole diventare musicista e si ritrova per caso a sostituire il tastierista del gruppo. Jon si unisce a questa banda di impresentabili dropout, in cui spiccano un manager depresso e un’artista del theremin aggressiva e musona (Maggie Gyllenhaal), per aiutarli a registrare il primo album. Isolati in una baita sulla riva di un lago, emerge la distanza di intenti: Jon annusa il talento di Frank e ne progetta il successo postando di nascosto video sui social network, mentre il resto del gruppo usa la musica come terapia e ispirazione esistenziale. La frattura si scompone infine al South by Southwest, prestigioso festival musicale texano, dove va in scena il funerale dei Soronpfrbs e tutte le maschere in pezzi.

Il film, co-sceneggiato da Jon Ronson (che era proprio il tastierista di Sievey), è a spanne la versione psicodrammatica di Quasi famosi, in cui gli occhi vergini di Jon sono la finestra sulle strade non convenzionali e non catalogabili del talento e della malattia mentale. La musica (tutta originale), che è stata suonata live dai protagonisti durante le riprese, ha una sua complicata bellezza e contiene suggestioni allucinate fantascientifiche che sono in pratica il canto dei mondi disallineati – iperboli o deformazioni del nostro – in cui Frank si rifugia.

Non c’è grande originalità nell’idea e nello sviluppo, e il grosso del film si riduce alla descrizione di un campionario di stramberie. Ma se la fragilità dell’artista puro ha avuto ben altre pagine al cinema (l’ultima, A proposito di Davis), c’è comunque qui un incrocio di volti e maschere che ha una sua forza simbolica, e non è difficile capire perché Fassbender abbia accettato di recitare per un intero film – o quasi – camuffato.

La catarsi finale, che ovviamente non anticipiamo, è essa stessa più intimista e stralunata del previsto, e lascia in bocca un sapore di rimpianti e mezze misure che è poi la ragione d’essere del film: vivere come si può, finché c’è tempo.

Leggi la trama e guarda il film

Mi piace: la forza simbolica dell’incrocio di volti e maschere
Non mi piace: la poca originalità dell’idea e dello sviluppo
Consigliato a chi: ai cinefili innamorati dei progetti indie un po’ divergenti

VOTO: 3/5

 

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