Bucking Fastard: due sorelle e una dolce favola herzoghiana. La recensione da Venezia 83
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Bucking Fastard: due sorelle e una dolce favola herzoghiana. La recensione da Venezia 83

Il maestro tedesco Werner Herzog firma un film ispirato alla storia vera delle gemelle Freda e Greta Chaplin, note per la loro singolarità vocale e gestuale e divenute celebri nel 1980 per un’accusa di stalking ai danni di un vicino di casa

Bucking Fastard: due sorelle e una dolce favola herzoghiana. La recensione da Venezia 83

Il maestro tedesco Werner Herzog firma un film ispirato alla storia vera delle gemelle Freda e Greta Chaplin, note per la loro singolarità vocale e gestuale e divenute celebri nel 1980 per un’accusa di stalking ai danni di un vicino di casa

Bucking Fastard Werner Herzog recensione
PANORAMICA
Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Fotografia
Montaggio
Colonna sonora

Le sorelle Jean e Joan Holbrooke (Rooney e Kate Mara) sono così unite da parlare in perfetto sincrono, amare lo stesso uomo, Gareth (Orlando Bloom), e condividere gli stessi sogni. Perfino i loro lapsus risultano identici e pronunciati all’unisono. Sono le protagoniste di Bucking Fastard, la nuova opera di finzione di Werner Herzog in Concorso a Venezia 83, ispirata alla storia vera delle gemelle Freda (1943–2020) e Greta Chaplin (1943–2007) di York, note per la loro singolarità vocale e gestuale e divenute celebri nel 1980 per un’accusa di stalking ai danni del camionista vicino di casa, verso il quale avevano maturato un’insana ossessione erotica.

Ne viene ripercorsa la parabola, che occupa gran parte del lungometraggio e passa attraverso incontri idiosincratici e buffamente disperati con diversi uomini, soggiogati e spesso annullati da questa femminilità stranissima e gemellare: per forza di cose doppia, imprendibile e speculare, ostinatamente romantica nel cercare l’amore a ogni costo, prigioniera di un idealismo sgraziato ma anche tenerissimo e commovente. C’è chi si pone verso di loro in maniera più benevola (come l’assistente sociale Timothy, interpretato da Domhnall Gleeson), ma anche chi cerca di sfruttarne e cannibalizzarne lo spirito a proprio piacimento, dialogando con una freakness impossibile da gestire tramite strumenti dialettici tradizionali, sempre pronta ad arginare e fiaccare le resistenze del proprio interlocutore, specie se maschio.

Non stupisce dunque che un cineasta come Herzog, da sempre avvezzo a esplorare la dimensione solitaria, feroce e titanica di chiunque coltivi sogni monumentali e inarrivabili, abbia scelto di raccontare la loro vicenda umana. Le sembianze di Bucking Fastard sono quelle di un lavoro che non si risparmia sul versante della ricostruzione biografica — a tratti traballante e ridondante — per innestarvi all’interno tutta la propria poetica. S’inizia proprio con un sogno rievocato dalle sorelle, a seguito di un’eloquente dedica a un maestro che di visioni se ne intendeva eccome: “For David Lynch” (un momento che ha ovviamente suscitato scroscianti applausi alla proiezione veneziana in Sala Darsena). Herzog, che con Lynch come produttore esecutivo aveva realizzato My Son, My Son, What Have Ye Done («Questo è un film per cui vorrei che fosse qui con me. Avevamo una comprensione profondissima del lavoro dell’altro, pur essendo molto diversi. Vorrei poter riportare indietro le lancette e invitarlo stasera… ma non funziona così», ha dichiarato il maestro tedesco al Lido), non s’inoltra ovviamente in una materia puramente lynchiana. Cerca piuttosto, dalla propria prospettiva, di intavolare un discorso su come i sogni possano costringere coloro che li portano sulle spalle a convivere con questo fardello, deformandone ma anche illuminandone gli orizzonti personali e trasformando le loro giornate nella testimonianza diretta di un’ossessione.

Da fenomeni da baraccone, quasi sempre sessualizzate o comunque ostracizzate da una società che fatica ad assorbirle, le sorelle Holbrooke all’interno della mistica herzoghiana non possono che cercare rifugio nella casa di una vecchia zia (gli avvenimenti sono trasposti dall’Inghilterra all’Irlanda): un luogo in cui ritrovare il tepore di un racconto intorno al fuoco — un’Arcadia ideale separata dal resto del contesto sociale, spesso mortificante — ma anche il sogno in puro stile Fitzcarraldo di trascinare una nave sopra un’altura della foresta amazzonica, che qui si traduce in un eloquente «Tutti dovrebbero scavare un tunnel in una montagna».

L’ultima parte della pellicola, che vede le sorelle all’opera in questo proposito (a mani nude, per la prima volta persino litigando tra loro), rappresenta in questo senso la quintessenza fiabesca del cinema di Herzog: un inno al potere prometeico delle proprie azioni che solo i suoi anti-eroi più disperati e non incasellabili, quelli della famiglia dei Kaspar Hauser e dei Bruno Stroszek, sono in grado di tirare fuori da se stessi e dalla materia crudele e primitiva della realtà. In barba a ogni restrizione, ottusità o condanna pronta a inghiottirli per mano di chi non ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare, sempre alla ricerca della propria personalissima cave of forgotten dreams.

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