Per il suo esordio su grande schermo, il milanese Michele Rho (alle spalle una gavetta da attore e regista teatrale, oltre che la regia di diversi corti) ha optato per l’insolita scelta di realizzare un film in costume ambientato a fine ‘800 sugli Appennini. Un’opera prima ambiziosa che vede alle spalle una produzione importante “capitanata” da un nome noto del cinema indipendente italiano quale Gianluca Arcopinto. Oltre quattro mesi di lavorazione in condizioni non facili (gran parte delle riprese sono state realizzate en plein air sulle montagne abruzzesi e, oltre alle difficoltà strutturali di un film in costume, la presenza dei cavalli in scena non era sempre facile da gestire) che hanno portato a un film imperfetto ma che riesce ad appassionare lo spettatore e, soprattutto, restituisce la passione con cui è stato realizzato.
La storia è quella di due fratelli molto diversi l’uno dall’altro eppure estremamente legati, le cui vite prendono strade opposte salvo poi ricongiungersi. Alla morte della madre, i due ragazzini, fino a quel momento spensierati e pieni d’energia, si trovano costretti a crescere tutto d’un tratto e ad affrontare la vita da soli. Per suggellare questo passaggio alla vita adulta il padre regala a ognuno un puledro non ancora domato: da quel momento nessuno potrà più prendersi cura di loro, ma saranno loro a prendersi cura degli altri…
Quello che affascina sin dalla prima inquadratura di un film come Cavalli sono l’ambientazione e i paesaggi. La ricostruzione storica è credibile e lontana dall’estetica delle fiction televisive, ma soprattutto c’è nello stile del regista un certo gusto pittorico: il frequente ricorso a campi lunghi ricrea una sorta di “western dell’anima” (per prendere a prestito un concetto suggerito dal regista stesso). Peccato allora che la scrittura della storia (tratta da un racconto omonimo di Pietro Grossi) risulti troppo didascalica e proceda per passaggi troppo semplicistici (vedi il salto dall’infanzia all’età adulta che è descritto con una banale dissolvenza), metafore eccessivamente reiterate (il passaggio del confine sulle montagne come superamento dei propri limiti) e una descrizione troppo manichea e antitetica dei due fratelli (il primo che parte, il secondo che resta; l’estroverso, il timido; lo sciupafemmine e il romantico).
Il film, comunque, regge. E questo è merito indiscusso dei due attori protagonisti, Vinicio Marchioni (il Freddo della serie di Romanzo Criminale) e Michele Alhaique, che riescono a restituire il profondo affetto tra i due fratelli e a dare ai propri personaggi le sfumature necessarie.

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Mi piace
La regia che cattura i paesaggi, le due perfette interpretazioni di Vinicio Marchioni e di Michele Alhaique.

Non mi piace
La sceneggiatura un po’ troppo didascalica.

Consigliato a chi
A chi ama le storie d’altri tempi e i paesaggi che si perdono nell’orizzonte.

Voto: 3/5

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